Davos, l’IA fa paura: “Uno tsunami sta colpendo il mondo del lavoro”
di Pier Luigi PisaAl World Economic Forum l’intelligenza artificiale emerge come fattore di profonda trasformazione del lavoro, tra timori di un impatto rapido e letture più caute. Accanto agli allarmi, cresce anche l’idea che parte dei licenziamenti recenti non sia dovuto principalmente all’IA ma rifletta incertezze economiche
A Davos, tra le Alpi svizzere, si teme una valanga dell’intelligenza artificiale. Una forza dirompente destinata a travolgere numerosi posti di lavoro.
Il World Economic Forum, l’appuntamento che riunisce leader politici, dirigenti d’impresa, accademici ed economisti per analizzare le grandi trasformazioni globali, ha raccolto valutazioni cariche di inquietudine su un futuro sempre più plasmato dai progressi dell’IA.
Un’onda anomala sul lavoro
Pochi giorni dopo la pubblicazione di un rapporto molto critico sulle prospettive dell’occupazione, la direttrice generale del Fondo monetario internazionale, Kristalina Georgieva, è intervenuta a Davos affermando che l’intelligenza artificiale sta investendo i mercati del lavoro “come uno tsunami” e che gran parte dei Paesi e delle imprese si trova ancora impreparata di fronte a un impatto che si annuncia profondo e imminente.
Georgieva prevede che l’intelligenza artificiale possa sostenere la crescita economica di circa lo 0,8% nei prossimi anni, avvertendo al tempo stesso che questa tecnologia “avrà un impatto sul mercato del lavoro come un’onda anomala”. Ha quindi sottolineato che Paesi e imprese sono chiamati a interrogarsi sulle nuove competenze già richieste e sulle modalità con cui acquisirle in modo efficace. E in tutta fretta.
Cathy Li, responsabile dell’intelligenza artificiale del World Economic Forum, ha annunciato che gli investimenti cumulativi nell’IA hanno raggiunto i 600 miliardi di dollari dal 2010, con Stati Uniti e Cina che rappresentano il 65% della spesa globale.
Il settore sta crescendo a un ritmo annuo del 33%. L’accelerazione è vertiginosa e chi non si adegua rischia di restare indietro. O, peggio, di essere spazzato via.
L’allarme delle big tech
Il CEO di Palantir, Alex Karp, è intervenuto a Davos con un messaggio diretto ai laureati in discipline umanistiche: “L’IA distruggerà il vostro lavoro”.
Karp, alla guida di un’azienda specializzata nell’analisi dei dati per governi e grandi organizzazioni, ha ricordato di possedere un dottorato in filosofia, usando il proprio percorso accademico come esempio di una traiettoria che oggi considera poco indicativa. “Se hai frequentato un’università d’élite e hai studiato filosofia - ha detto - ci si augura che tu abbia anche altre competenze”.
Karp, che di Palantir è anche co-fondatore - ha sostenuto che nell’era dell’IA i tecnici e i lavoratori qualificati dei settori professionali sono destinati ad adattarsi meglio rispetto agli impiegati d’ufficio. Richiamando l’esempio degli operai impiegati nelle fabbriche di batterie, che oggi svolgono mansioni paragonabili a quelle degli ingegneri giapponesi pur avendo un diploma di scuola superiore, Karp ha osservato che questi lavoratori risultano “molto preziosi, se non insostituibili”, perché possono essere riassegnati rapidamente a ruoli diversi rispetto a quelli originari.
Il Fondo monetario internazionale stima che circa il 40% dei posti di lavoro a livello globale sia interessato dall’intelligenza artificiale, sia in termini di potenziamento delle mansioni sia di possibile sostituzione.
La quota sale fino al 60% nelle economie avanzate, mentre si colloca tra il 20 e il 26% nei Paesi a basso reddito.
I primi effetti sulle assunzioni
Anche il CEO di Google DeepMind, Demis Hassabis, e il CEO di Anthropic, Dario Amodei, si sono incontrati a Davos per discutere del futuro dell’intelligenza artificiale. Nel corso dei loro interventi hanno affrontato anche il tema dell’impatto sul lavoro, spiegando che le loro aziende stanno già osservando effetti concreti dell’IA sulle dinamiche di assunzione.
“Ritengo che quest’anno potremmo assistere all’inizio di un possibile impatto sui livelli più junior”, ha dichiarato Demis Hassabis, indicando come particolarmente esposti i ruoli di ingresso nel mercato del lavoro e le posizioni di stage.
“Lo vedo anche all’interno di Anthropic - ha affermato Dario Amodei -. Prevedo un momento in cui, sia nei ruoli più junior sia a livello intermedio, avremo concretamente bisogno di meno persone”.
Il co-fondatore e amministratore delegato dell’azienda, che in passato è stato un ricercatore di spicco in OpenAI, si era già espresso in precedenza con toni di preoccupazione su questo tema, sostenendo che entro il 2030 “l’IA cancellerà il 50% degli impiegati junior”.
“La mia preoccupazione - ha aggiunto Amodei a Davos - è che la crescita esponenziale dell’intelligenza artificiale supererà la nostra capacità di adattamento”.
I numeri del Forum su IA e lavoro
I timori espressi dai leader dell’intelligenza artificiale trovano riscontro nei numeri raccolti dal World Economic Forum, pur senza delineare uno scenario marcatamente negativo.
L’analisi di Davos indica che le competenze fondate sull’interazione umana presentano un potenziale di trasformazione ibrida con l’IA - vale a dire ambiti in cui le persone continuano a guidare le attività mentre la tecnologia svolge un ruolo di supporto - limitato al 12/13%.
Allo stesso tempo, le stime parlano di 92 milioni di posti di lavoro che potrebbero essere eliminati entro il 2030, a fronte della possibile creazione di circa 170 milioni di nuovi ruoli, soprattutto in settori a forte componente umana come la sanità e l’energia verde.
Licenziamenti e alibi tecnologici
Non tutti però concordano sulla responsabilità dell’IA nei recenti licenziamenti. A Davos, Sander van ’t Noordende, amministratore delegato di Randstad, la più grande agenzia di lavoro interinale al mondo, ha detto che è prematuro attribuire all’IA decine di migliaia di posti di lavoro persi.
“Ritengo che queste perdite siano legate soprattutto all’incertezza complessiva del mercato”, ha dichiarato van ’t Noordende, aggiungendo che “il 2026 sarà l’anno di un cambiamento significativo”, suggerendo che la fase attuale rifletta più una pausa di adattamento che un effetto diretto dell’automazione.
A questo proposito gli analisti di Deutsche Bank hanno messo in guardia dal rischio che i licenziamenti mascherati dall’IA diventino un trend del 2026, con le aziende pronte a usare l’intelligenza artificiale come giustificazione conveniente per tagli legati in realtà ad altri fattori.
Deutsche Bank prevede anche che l’ansia legata all’IA nel corso di quest’anno passerà “da un sussurro a un boato”.
Una lettura più prudente
“La perdita di posti di lavoro legata all’IA finora è stata sopravvalutata”, ha detto Andrew Ng, informatico e imprenditore, tra i più noti esperti mondiali di intelligenza artificiale, cofondatore di Google Brain e della piattaforma di formazione Coursera, già chief scientist di Baidu e figura di riferimento nello sviluppo del deep learning.
Anche Ng ha osservato che i recenti licenziamenti nel settore tecnologico vengono spesso attribuiti in modo improprio all’adozione dell’IA, mentre in molti casi riflettono una fase di riequilibrio dopo le assunzioni particolarmente aggressive degli anni della pandemia.