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I nuovi signori dell’IA e il futuro che stanno costruendo

L’intervento di Gary Rivlin, premio Pulitzer nel 2017 per il suo lavoro d’inchiesta sui Panama Papers, in occasione dell'incontro “Il signore degli algoritmi” organizzato dal CFMT (Centro di formazione management del terziario) a Milano per discutere dei legami tra IA e potere

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Ho iniziato a occuparmi seriamente di intelligenza artificiale nell’autunno del 2022, pochi mesi prima che ChatGPT irrompesse sulla scena globale e cambiasse radicalmente la conversazione pubblica su questa tecnologia.

Come giornalista investigativo, il mio istinto è stato quello che mi guida da sempre: capire chi avrebbe davvero vinto.

Stavo cercando il “prossimo Google”, il “prossimo Facebook”: le startup capaci di sfruttare l’IA per diventare i nuovi colossi della nostra epoca.

La conclusione a cui sono arrivato, però, è stata sorprendente e allo stesso tempo inquietante: il prossimo Google sarà probabilmente Google.

E il prossimo Facebook sarà Facebook, o meglio Meta.

L’intelligenza artificiale, invece di livellare il campo di gioco, rischia di rafforzare ulteriormente il potere di chi già domina. È da qui che nasce I padroni dell’AI [edito in Italia da Apogeo]: dal tentativo di capire chi sono davvero i signori dell’algoritmo e perché il loro potere è destinato a crescere.

Naturalmente nessuno “possiede” l’intelligenza artificiale, così come nessuno possiede Internet. Ma sappiamo bene che, di fatto, alcune aziende controllano le infrastrutture, i flussi e le regole della rete. Con l’IA sta accadendo qualcosa di molto simile.

Oggi i principali centri di potere sono concentrati in un numero ristretto di aziende: Google, Microsoft e Meta, affiancate da Nvidia; OpenAI, di cui Microsoft possiede circa il 27%; e Anthropic, controllata in larga parte da Amazon e Google, con partecipazioni significative anche di Microsoft, Nvidia e Salesforce.

Prendiamo Google. Dopo una serie di inciampi nel 2023 e per buona parte del 2024, all’inizio di quest’anno il suo modello Gemini ha raggiunto circa 400 milioni di utenti settimanali nel mondo, secondo solo agli 800 milioni di ChatGPT. Un recupero impressionante, che non è frutto del caso. Google dispone di un vantaggio strutturale enorme: dati, portata e liquidità.

I dati sono la vera materia prima dell’IA. Google gestisce circa 14 miliardi di ricerche al giorno, a cui si aggiungono le informazioni provenienti da Google Maps e da oltre 3 miliardi di utenti Android nel mondo. La portata è altrettanto decisiva: miliardi di persone usano quotidianamente i servizi di Google, Microsoft, Meta e Apple. Ma il fattore forse più determinante è il denaro.

Addestrare e far funzionare questi modelli costa miliardi di dollari, senza contare le spese di marketing per attirare utenti verso prodotti che, nella maggior parte dei casi, pochissimi sono disposti a pagare. Per una startup, entrare in questa competizione significa affrontare perdite enormi per anni. Per Google, che ha circa 125 miliardi di dollari in contanti, o per Meta, che ne ha oltre 80, è una sfida sostenibile.

A questo si aggiungono strategie meno visibili ma altrettanto efficaci. Le grandi aziende tecnologiche stanno definendo silenziosamente gli standard dell’IA, proponendo soluzioni “aperte” che però si allineano perfettamente alle loro infrastrutture e ai loro modelli di business. C’è poi la guerra per il talento, condotta a colpi di stipendi e acquisizioni, che rende sempre più difficile per chi è fuori dal club competere davvero.

Il risultato è che una manciata di aziende nella Silicon Valley - e un numero altrettanto ristretto di attori in Cina - sta esercitando un’influenza sproporzionata sul futuro dell’IA.

Con la ricerca online, un’unica azienda è riuscita a catturare gran parte dei ricavi globali. Con l’intelligenza artificiale il rischio è ancora più profondo: i modelli dominanti vengono addestrati negli Stati Uniti e in Cina, mentre gran parte del resto del mondo resta marginale, sia nello sviluppo sia nella definizione delle regole.

Cosa dobbiamo aspettarci, allora? Molto dipende dai tempi. Per giustificare valutazioni e prezzi azionari, le aziende tecnologiche stanno amplificando le promesse dell’IA. Ma il 2025 non è stato, come annunciato, l’anno degli agenti intelligenti, e l’AGI - l’intelligenza artificiale generale - non è dietro l’angolo. Credo che manchino ancora una o due scoperte davvero rivoluzionarie.

Detto questo, sono convinto che l’IA avrà un impatto sul lavoro, sulla scuola e sulla vita quotidiana paragonabile a quello di Internet. Semplicemente, serviranno dieci o quindici anni perché questo impatto diventi pienamente visibile. E, se guardiamo alla storia recente, c’è motivo di preoccuparsi. Con i social media abbiamo visto che le grandi aziende tecnologiche hanno privilegiato la massimizzazione dei profitti rispetto a una gestione responsabile. Raccolgono dati e li mettono all’asta al miglior offerente. Non vedo segnali forti che questa logica stia cambiando.

Un esempio emblematico è la sicurezza dell’IA. Nel 2023 era una priorità assoluta. Oggi, nel pieno di una corsa agli armamenti tecnologici in cui la posta in gioco vale trilioni di dollari, è passata in secondo piano.

Ancora una volta, il futuro viene deciso da pochi, in nome della velocità e del vantaggio competitivo.

L’unico vero spiraglio di speranza viene dal mondo open source. Ma perché possa davvero riequilibrare il sistema, serviranno scelte politiche, regolatorie e culturali coraggiose.

Altrimenti, l’era dell’intelligenza artificiale rischia di consolidare un potere già enorme, invece di aprire nuove possibilità per tutti.