I data center per l'IA allontanano le Big tech dall'obiettivo emissioni zero
di Giuditta MoscaAmazon sta investendo in un data center in Texas che può mettere in forse i propri obiettivi per l’azzeramento delle emissioni entro il 2040. Le altre big non sono messe meglio
Amazon ha acquistato un’area nella contea di Pecos, nel Texas occidentale, sulla quale sta avviando la costruzione di un grande data center destinato all’intelligenza artificiale (IA). Il progetto completo prevede 35 turbine alimentate a gas naturale, quindi un combustibile fossile, con una capacità installata massima di 7,65 gigawatt. Il New York Times, nel rilanciare la notizia, ha sottolineato che questo impianto può diventare il più inquinante di tutti gli Stati Uniti.
Bruciare gas naturale produce anidride carbonica e altri gas serra. Alimentare un gigantesco data center con una centrale a gas introduce quindi una nuova fonte di emissioni proprio mentre Amazon si è impegnata a ridurle.
Scavando un po’ più in profondità, emerge anche che l’impronta carbonica di Amazon è aumentata nel corso degli ultimi 3 anni. Nel 2023 ammontava a 65,28 milioni di tonnellate metriche di CO₂ equivalente, nel 2024 è salita a 69,55 milioni per arrivare a quota 80,85 milioni nel 2025. La CO₂ equivalente è l’unità che permette di sommare l’effetto sul clima dell’anidride carbonica e degli altri gas serra.
The Climate Pledge e gli obiettivi per il 2040
The Climate Pledge è un’iniziativa lanciata nel 2019 da Amazon insieme all’organizzazione ambientalista Global Optimism.
Le aziende che aderiscono si impegnano a raggiungere entro il 2040 l’azzeramento netto delle emissioni di carbonio riducendo le emissioni prodotte dalle rispettive attività e neutralizzando quelle che non riescono a eliminare.
Amazon ha esteso questo obiettivo all’insieme delle proprie attività mondiali e ora, in aggiunta alle maggiori emissioni prodotte nel corso degli anni, occorre prendere in considerazione l’ipotesi che il nuovo data center contribuirà a fare sì che Amazon disattenderà l’obiettivo che si è posta.
Le aziende che hanno aderito a The Climate Pledge sono oltre 700 e, tra queste, figurano realtà protagoniste del calibro, oltre ad Amazon, di IBM, Salesforce e Microsoft.
Non hanno aderito realtà quali Alphabet, Meta, OpenAI, Anthropic e SpaceXAI le quali, almeno in parte, si sono poste obiettivi ambientali promettendo di raggiungerli.
Il lessico delle emissioni
Le emissioni vengono spesso indicate usando i termini Scope 1, Scope 2 e Scope 3 che, in italiano, sono tradotti con “emissioni di gas a effetto serra di ambito 1, 2 e 3”, come risulta dalla norma europea e da documentazione a corredo.
Le emissioni di ambito 1 sono quelle dirette, prodotte dagli impianti, dai generatori, dai veicoli e dagli edifici controllati da un’azienda. Le emissioni di ambito 2 sono indirette, ovvero generate per produrre l’elettricità, il riscaldamento o il raffreddamento acquistati dall’azienda, mentre quelle di ambito 3 sono tutte le altre emissioni indirette, comprese la fabbricazione dei chip, la costruzione dei data center, i fornitori, i trasporti, i viaggi di lavoro, l’utilizzo dei prodotti venduti, il loro smaltimento, eccetera.
Inoltre, leggendo i report sulla sostenibilità, si incappa nel termine “market-based”, in italiano “metodo basato sul mercato”, secondo il quale le emissioni vengono calcolate considerando l’energia rinnovabile acquistata tramite contratti, anche se l’elettricità che alimenta gli impianti aziendali proviene da gas o carbone.
In altre parole, un’azienda compra energia rinnovabile in quantità equivalente a quella prodotta con combustibili fossili e, nei propri rendiconti, può dichiarare basse (e persino nulle) le emissioni dell’elettricità consumata. Ciò non significa che le infrastrutture aziendali sono alimentate solo e interamente con energia pulita.
Facendo leva su questi parametri ed entrando, laddove disponibili, nei dettagli di ogni Big delle IA, ci si trova al cospetto di dati che inducono un certo pessimismo.
Microsoft è lontana da rispettare gli impegni
Nel 2020 Microsoft si è impegnata a diventare “carbon negative” entro il 2030, ossia a raggiungere emissioni nette negative rimuovendo più CO₂ di quanta ne produce.
Le emissioni nette negative si verificano quando la quantità di anidride carbonica rimossa dall'atmosfera supera quella emessa. Tra le principali strategie per raggiungerle vi sono la riforestazione, la cattura diretta della CO₂ e la valorizzazione dei residui vegetali.
Il piano reso pubblico da Microsoft comprende, entro il 2030, una riduzione superiore al 50% delle emissioni dei tre ambiti rispetto al 2020 e, in aggiunta, entro il 2050 Microsoft vuole rimuovere una quantità di carbonio equivalente a tutte le emissioni dirette e legate all’elettricità prodotte dal momento della sua fondazione, avvenuta nel 1975.
Tuttavia, il più recente Environmental Sustainability Report 2026 (relativo al 2025), mostra che le emissioni complessive market-based sono arrivate a 20,29 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, contro 12,881 milioni nel 2020, ovvero il 58% circa in più.
Nel corso dell’ultimo anno sono cresciute di oltre il 25%, soprattutto a causa dell’espansione dei data center e dell’infrastruttura per le IA.
Ciò significa che, alla fine del 2025, Microsoft non era in linea con il proprio obiettivo di raggiungere emissioni nette negative entro la fine del 2030. Vuole dire anche che, per centrare il traguardo, occorrono riduzioni massicce di emissioni.
Google (Alphabet) non fa eccezione
Google, principale società della holding Alphabet, vuole raggiungere emissioni zero entro il 2030. L’obiettivo è quello di ridurre del 50% la somma assoluta delle emissioni dei tre ambiti rispetto al 2019.
Parallelamente, Big G punta ad alimentare le operazioni con energia a zero emissioni di carbonio, ovvero energia prodotta con fonti rinnovabili e nucleare.
Il Google Environmental Report 2026, anch’esso riferito al 2025, registra però circa 14,5 milioni di tonnellate di CO₂, ossia il +18% rispetto all’anno precedente e l’81% in più rispetto agli 8 milioni del 2019.
L’aumento è dovuto soprattutto alla catena di fornitura necessaria per costruire l’infrastruttura AI. Le emissioni operative sono invece diminuite del 2% nell’ultimo anno.
Meta non si distingue
Meta dichiara di volere raggiungere emissioni zero entro il 2030. Obiettivi di supporto prevedono una riduzione del 42% delle emissioni di ambito 1 e 2 entro il 2030 e il ritorno delle emissioni di ambito 3 non oltre il livello registrato nel 2021.
Il relativo Environmental Data Index mostra che nel 2024 le emissioni lorde market-based sono state 8,201 milioni di tonnellate e quelle nette 8,151 milioni (dopo 50.000 tonnellate di rimozioni). Le emissioni di ambito 1 e 2 sono scese da 57.661 tonnellate nel 2021 a 48.826 nel 2024, circa il 15% in meno.
Un passo avanti, certo, ma ancora ben distante da quel -42% promesso.
Le emissioni di ambito 3 sono invece un problema più marcato, perché sono aumentate a 8,152 milioni di tonnellate rispetto ai 5,773 milioni dell’anno precedente.
Anche nel caso di Meta, gli obiettivi previsti per il 2030 sembrano lungi dall’essere raggiungibili a meno di una netta accelerazione verso la riduzione delle emissioni.
OpenAI è un’incognita
Non risulta che OpenAI abbia pubblicato un impegno aziendale né un rapporto annuale di sostenibilità. Nella propria pagina ufficiale sull’impatto ambientale delle IA, aggiornata a giugno del 2026, l’azienda afferma di lavorare sull’efficienza di hardware e software ma non pone obiettivi misurabili di azzeramento.
Anthropic e il dubbio sui progressi
Anthropic ha formulato un impegno particolare, ovvero il mantenimento annuale di un impatto zero sul clima mediante crediti di carbonio.
Un credito di carbonio è un certificato che rappresenta una tonnellata di gas serra evitata o rimossa dall’atmosfera mediante un progetto, per esempio, una nuova foresta o un impianto che cattura CO₂.
L’azienda afferma di misurare ogni anno la propria impronta, compreso il cloud computing, e sottolinea di acquistare crediti sufficienti a compensare tutte le emissioni operative. È quindi, nel migliore dei casi, una neutralizzazione basata sulle compensazioni, non un impegno a portare materialmente a zero le emissioni.
Nel pubblicare la propria impronta, tuttavia, non ci sono suddivisioni in base ai 3 ambiti. In altre parole, Anthropic si dichiara annualmente a impatto climatico netto zero, ma l’affermazione non è verificabile.
xAI è un’altra incognita
xAI, presentata attualmente sul sito aziendale come SpaceXAI (visto il rebranding), non ha pubblicato un obiettivo, una data per l’azzeramento, un rapporto di sostenibilità oppure un inventario relativo ai 3 ambiti.
Nella pagina ufficiale dedicata agli impianti di Memphis la società parla di batterie, di due sottostazioni elettriche e un impianto di riciclo dell’acqua, ma conferma anche l’uso di 15 generatori a gas naturale.
Un’altra pagina aziendale relativa agli stessi impianti afferma che questi generatori sarebbero impiegati come riserva o nei periodi di forte pressione sulla rete, senza però pubblicarne le emissioni annuali, il consumo di combustibile o le ore di funzionamento.
Nello specifico, non esistono neppure dati aziendali sufficienti per misurare il peso climatico di Colossus, il supercomputer per l’addestramento delle IA ospitato proprio nel Tennessee.
Conclusioni
Tra le sette sorelle delle IA, Amazon, Microsoft, Google e Meta hanno obiettivi ambiziosi per le emissioni nette zero, ma i risultati complessivi, fino a oggi almeno, stanno andando nella direzione opposta, soprattutto a causa dei data center e della filiera delle IA.
OpenAI e xAI non offrono obiettivi o rendicontazione adeguati, mentre ad Anthropic occorre credere sulla parola, perché dichiara una neutralità annuale ottenuta con compensazioni senza fornire dati sufficienti per verificarla.