L’Europa sembra attanagliata dallo stesso dubbio amletico che schiaccia chiunque provi ad uscire da una dipendenza che lo consuma.
Non sappiamo se abbiamo la forza di smettere; ma sappiamo che – quanto più passa il tempo – più aumentano i costi di quella abitudine e si riduce il valore di ciò che gli possiamo contrapporre. Ed è questa la vera questione attorno alla quale decenni di conferenze su ciò che chiamiamo pomposamente “sovranità digitale”, hanno ballato senza mai trovare una risposta.
Gli economisti dello sviluppo (e il buon senso) suggeriscono che l’autonomia dal dominio tecnologico di un altro Paese, si acquisisca creando anche spazi protetti da quel monopolio, nei quali un’offerta domestica possa crescere. Questo sembra, ormai con tutta evidenza, il caso dell’offerta digitale europea. Ed è una questione fondamentale perché, nel frattempo, abbiamo perso non solo la leadership in quelli che (facendo un errore concettuale) continuiamo a chiamare mercati digitali. Ma perché così stiamo perdendo il controllo sui dati che fanno girare tutti gli altri settori industriali, erodendo vantaggi competitivi ovunque.
Esistono, in teoria, alternative europee per qualsiasi applicazione (c’è chi le ha, persino, raccolte in un sito); alcune di esse sono persino interessanti.
Ma se non creiamo degli spazi ovviamente di dimensione continentale, che le nostre imprese possano occupare (con prodotti che abbiano, eventualmente, caratteristiche di riservatezza, neutralità più europee), continueranno a condannarci le economie di scala. Economie di scala che nessuna azienda europea può, a questo punto, raggiungere. E del resto, sviluppare robuste alternative europee alle tecnologie americane (e cinesi) è indispensabile anche per prepararsi allo scenario opposto: e cioè che siano gli altri (come la stessa Banca Centrale Europea teme per le carte di credito) a disconnetterci dalla piattaforma.
È la strada che, in fondo, ha seguito la Cina per costruire l’unico competitore globale degli Stati Uniti. Imitazione e studio sistematico dell’avversario (e dei suoi limiti). Ma anche uno “scudo” che ha, progressivamente, impedito l’utilizzo delle piattaforme americane in un Paese/Pianeta con i numeri per costruire i propri campioni (da Alibaba a TikTok). Ovviamente la Cina del 2005, si poteva permettere scelte nette che a noi non converrebbero neppure. E, allora, si torna alla domanda cruciale: da dove cominciamo?
Una recente conferenza/progetto (quello di Siena sull’Europa del Futuro) propone tre criteri.
C’è, innanzitutto, da capire in quali aree è più utile creare condizioni di vantaggio per imprese europee.
Esse devono essere scelte pesando sostanzialmente tre fattori:
a) il costo della disconnessione deve essere quanto più basso possibile (esso è, invece, elevatissimo se volessimo fare a meno, all’improvviso, di Microsoft Office); b) il costo della “dipendenza” da quella applicazione è elevato e crescente (è, probabile, che, nel tempo, i sistemi di intelligenza artificiale proprietari possano alterare l’accesso all’informazione in maniera ancora meno neutrale degli algoritmi dei motori di ricerca) ; c) l’investimento per colmare i gap tecnologici devono essere contenuti (quasi proibitivo è, oggi ad esempio, immaginare di competere con i chip di ultima generazione di NVIDIA).
In secondo luogo, è importante che qualsiasi azione di “politica industriale” sia basata sula legge (e quindi sulle regole che ci siamo legittimamente dati come Unione Europea). In nessun caso ci converrebbe inseguire altri in una logica di rappresaglie (e ordini esecutivi) che lacerino qualsiasi stabilità. Anche se le regole europee vanno radicalmente riviste perché, oggi, sembrano pensate per massimizzare il costo di “compliance” per i piccoli operatori; e minimizzare la capacità di raggiungere gli obiettivi che quelle regole si pongono.
In terzo luogo, va, sempre, anche considerato quali carte negoziali abbiamo rispetto a Stati che non vogliano seguire una logica di legalità (e che, invece, stiano regredendo ad un approccio imperiale). Non è vero che siamo sprovvisti di armi e, ad esempio, ASML, l’azienda leader nelle macchine che consentono a NVIDIA e TSMC di tagliare i semiconduttori che alimentano l’intelligenza artificiale, è ancora interamente europea.
Applicando i tre criteri, è probabile che lo spazio dei social network sia il primo che una vera politica industriale europea potrebbe aggredire.
Il costo di essere tutti disconnessi da Tinder non sarebbe elevato. Il danno che stanno facendo alcuni di questi editori è, ormai, sufficientemente documentato (non solo sulla democrazia e sulla salute degli adolescenti, ma anche, più prosaicamente, sulla resa degli investimenti in pubblicità fatta dalle aziende europee). Il gap per raggiungere Snapchat non sembra proibitivo e ci sono, persino, social network europei (come Mastodon) che sembrano più avanzati (anche se non decollano perché, appunto, li usano solo poche centinaia di migliaia di utenti delusi da Twitter). E, del resto, basta applicare il Digital Service Act per trovare argomenti sufficienti a legittimare una disconnessione.
È un metodo questo che andrebbe configurato come dinamico, perché cambiano continuamente tutti e cinque i fattori che abbiamo citato. Ma abbiamo, comunque, assoluto bisogno che qualcuno a livello europeo si renda conto che tante chiacchiere vadano sostituite da un piano corredato da numeri veri e non da suggestioni.
Del resto, dovremmo essere tutti d’accordo sul fatto che la libertà si conquista facendo anche qualche sacrificio intelligente.
Ci siamo riusciti quando ci siamo (parzialmente) staccati dal gas russo. Ci possiamo, forse, riuscire staccandoci (e i politici potrebbero dare l’esempio) da X, la prossima volta che il suo proprietario definisce zombie le persone che sono affogate a Ceuta.
* Docente in Bocconi e Direttore del think tank Vision