Meta, come è stata calcolata la multa da 25 miliardi di dollari e perché c’entra Cambridge Analytica
di Giuditta MoscaIl New Mexico ha riscontrato la violazione di oltre 40 milioni di norme statali per la tutela dei consumatori, richiamando lo scandalo Cambridge Analytica scoppiato nel 2018. Cosa è successo e come sono stati fatti i calcoli
Le autorità dello stato americano del New Mexico hanno inflitto una multa di 25 miliardi di dollari a Meta per avere violato molteplici norme sulla privacy e la fiducia degli utenti, importo che va a sommarsi ai 18 miliardi dell’accordo siglato lo scorso agosto per chiudere il procedimento federale promosso da 29 Stati. Un totale di 43 miliardi di dollari (38,27 miliardi di euro) ad appesantire i risultati finanziari dell’azienda di Menlo Park che, tra gli altri, produce Facebook, Instagram e WhatsApp.
La sanzione da 25 miliardi decisa dal giudice Francis J. Mathew del tribunale statale di Santa Fe poggia su un conteggio particolareggiato che richiede una spiegazione.
Infatti, le violazioni accertate sono 43.899.725, ottenuto moltiplicando le dichiarazioni di Meta giudicate ingannevoli per il pubblico ragionevolmente raggiunto e, a queste, si aggiungono 5 violazioni per pratiche commerciali ritenute inique dalla giuria.
All’origine della causa, avviata nel 2021, c’è il caso Cambridge Analytica scoppiato a marzo del 2018, la società britannica di consulenza politica che ha acquisito dati di milioni di utenti Facebook per costruire profili degli elettori e indirizzare messaggi pubblicitari. La raccolta passava attraverso un’applicazione del ricercatore Aleksandr Kogan, chiamata "This Is Your Digital Life", che proponeva un test della personalità. Il passaggio decisivo riguardava gli amici di chi partecipava al quiz. Le regole tecniche di Facebook permettevano all’app di raccogliere informazioni anche su di loro. Nella ricostruzione della Federal Trade Commission, l’autorità statunitense che tutela consumatori e concorrenza, nel 2014 l’app ha raccolto dati da circa 250-270 mila partecipanti statunitensi e da 50-65 milioni di loro amici. Informazioni e preferenze servivano a stimare caratteristiche della personalità, poi associate ai registri elettorali per offrire servizi di pubblicità politica mirata. Nel dicembre 2019 la stessa autorità ha accertato le pratiche ingannevoli di Cambridge Analytica nella raccolta dei dati.
La condanna del New Mexico
Per capire la condanna del New Mexico è opportuno seguire anche ciò che Facebook ha promesso dopo le rivelazioni del marzo 2018, quando il caso Cambridge Analytica è venuto definitivamente alla luce. L’azienda si era impegnata a indagare sulle applicazioni che avevano avuto ampio accesso ai dati, verificare quelle sospette, espellere gli sviluppatori responsabili di abusi e informare le persone coinvolte. Il processo di Santa Fe ha esaminato la distanza temporale tra questi impegni e le attività effettive.
La sentenza
La sentenza (qui il testo) ricostruisce un’indagine interna proseguita dal marzo 2018 al marzo 2021. Secondo il giudice, Facebook ha svolto soltanto 14 verifiche forensi sulle applicazioni - controlli tecnici che avrebbero dovuto accertare gli abusi sui dati – e a pesare sulla decisione subentrano due aggravanti. Infatti, per il giudice le verifiche effettuate da Facebook sono state leggere considerando le migliaia di applicazioni sospette e, non di meno, Menlo Park avrebbe avvisato soltanto gli utenti di due app.
Il provvedimento attribuisce queste carenze anche a scelte deliberate, compresa una definizione interna più ristretta di abuso dei dati che limitava i casi da comunicare agli utenti.
Il collegamento con Cambridge Analytica
Il collegamento comprende sia l’accesso ai dati attraverso le applicazioni, sia le rassicurazioni fornite in seguito. Come mostra il riepilogo del verdetto, la causa si è estesa alle promesse sul controllo delle informazioni personali, sul contrasto alla disinformazione e all’odio e sull’applicazione delle stesse regole a tutti gli account.
La giuria ha giudicato ingannevoli 26 delle 29 dichiarazioni esaminate e che coprono il periodo dal 24 maggio 2010 al 18 agosto 2021. Per ciascuna ha individuato il pubblico ragionevolmente previsto nel New Mexico utilizzando due coefficienti.
Il primo è 1.386.648, pari agli utenti Facebook attivi ogni mese nello Stato al 30 giugno 2020. Il secondo è 2.100.000, corrispondente alla popolazione approssimativa dello Stato.
Ricostruendo il modulo compilato dalla giuria (qui il documento), undici dichiarazioni valgono 2.100.000 violazioni ciascuna, per un totale di 23.100.000. Le altre quindici valgono 1.386.648 violazioni ciascuna, per un totale di 20.799.720. La somma è 43.899.720.
Per esempio, alla promessa di Mark Zuckerberg del 24 maggio 2010 sul controllo della condivisione dei dati, pubblicata sul Washington Post, sono state associate 2.100.000 violazioni.
A chiudere il conteggio si uniscono cinque violazioni per pratiche commerciali che il giudice ha collegato allo sfruttamento da parte di Facebook delle conoscenze limitate dei consumatori. Ed è così che si è arrivati a 43.899.725 violazioni.
La sanzione economica
Anche il passaggio alla sanzione economica è distinto. Il giudice ha applicato il massimo di 5.000 dollari alle 43.899.720 violazioni per dichiarazioni ingannevoli, ottenendo 219,5 miliardi di dollari circa. Il dispositivo ha poi ridotto la somma a 25 miliardi usando il principio della proporzionalità delle sanzioni.
Meta ha annunciato ricorso. Il responsabile legale dell’azienda, C.J. Mahoney, sostiene che la “sentenza, e l'approccio del Procuratore generale alla sua applicazione, rendono impossibile fare affari nello stato del New Mexico e che la causa mira a imporre una tassa sulla libertà di parola per far rispettare le nuove regole su ciò che le persone possono dire online”. La società contesta anche che sia stato dimostrato un effettivo inganno subito dai consumatori. La decisione resta quindi esposta al controllo dei giudici dell’impugnazione. Intanto, il dispositivo prevede interessi del 15% annuo sulla sanzione (3,75 miliardi di dollari ogni anno), fino al momento del pagamento.