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I dipendenti di Anthropic vivono in una bolla. Oppure hanno già visto il futuro dell’IA

Un nuovo studio dell’azienda che ha creato Claude fotografa una distanza enorme tra chi costruisce i modelli più avanzati e il resto della società. I dati della ricerca sono interessanti per capire la visione di un grande laboratorio che sviluppa IA. Ma vanno osservati con cautela: a produrli è la stessa società che ha bisogno di convincerci che un futuro pervaso dall’intelligenza artificiale sta arrivando

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Entro il 2030 un sistema di intelligenza artificiale potrebbe essere capace di fare una scoperta scientifica degna di un premio Nobel. Ne è convinto il 91% dei dipendenti di Anthropic, una delle aziende che sviluppano i modelli di IA più avanzati al mondo. Tra gli adulti americani, la quota che lo ritiene possibile scende al 39%.

Quando si parla del loro lavoro, i dipendenti di Anthropic ritengono che entro il 2030 l’IA sarà in grado di svolgere, in media, il 75% delle ore che oggi dedicano alle proprie attività. Tra i lavoratori americani la stima media si ferma al 28%. E la distanza cresce ancora guardando alle aspettative più radicali: oltre la metà dei dipendenti di Anthropic pensa che entro il 2030 l’IA potrà svolgere almeno l’80% del proprio lavoro. Tra gli occupati statunitensi, a crederlo è appena il 5%.

Una distanza enorme tra laboratori IA e il mondo esterno

Sono alcuni dei risultati di The AI Expectations Gap, uno studio pubblicato dall’Anthropic Institute. I ricercatori di Anthropic hanno confrontato un sondaggio condotto su 10.980 adulti americani con un’indagine interna a cui hanno risposto 1.334 dipendenti dell’azienda di Dario Amodei.

Ne escono due immagini dell’immediato futuro molto diverse.

Da una parte c’è una società che considera l’IA importante e in rapido miglioramento, mantenendo comunque aspettative relativamente moderate sulla velocità con cui entrerà nel lavoro. Dall’altra c’è Anthropic, dove moltissimi dipendenti si aspettano entro pochi anni sistemi capaci di automatizzare gran parte del proprio mestiere e di affrontare compiti scientifici oggi riservati a ricercatori eccezionali.

Anthropic attribuisce questa distanza a un vantaggio evidente dei suoi dipendenti: lavorano ogni giorno con i modelli più avanzati e osservano dall’interno il ritmo del loro sviluppo. Quelle persone lavorano dentro una delle organizzazioni più peculiari dell’economia mondiale, selezionata intorno alla convinzione che l’intelligenza artificiale diventerà molto più potente. Anthropic sviluppa la tecnologia, la vende e costruisce la propria strategia sulla sua rapida evoluzione.

Il suo osservatorio privilegiato può essere anche una bolla.

Sul presente le posizioni sono molto più vicine

Uno dei risultati più interessanti dello studio compare prima ancora delle previsioni sul 2030.

Quando Anthropic chiede che cosa sappia fare l’intelligenza artificiale oggi, le differenze tra dipendenti e pubblico diventano molto più contenute, soprattutto sui compiti complessi.

Circa un quarto di entrambi i gruppi, per esempio, pensa che un sistema attuale sia già capace di progettare, condurre e pubblicare uno studio scientifico come un professionista qualificato. Gli autori scrivono che i due gruppi osservati concordano in larga misura sulle capacità presenti. La frattura si apre quando si guarda al futuro.

Nove dipendenti Anthropic su dieci pensano che già entro il 2027 l’IA sarà capace di realizzare autonomamente uno studio scientifico. Tra gli americani la percentuale è invece del 38%. Nel 2030 arriva il divario sul Nobel: 91% contro 39%.

Anche le risposte più estreme si distribuiscono diversamente. A seconda del compito considerato, tra il 19% e il 40% degli americani pensa che l’intelligenza artificiale non riuscirà mai a raggiungere certe capacità. Tra i dipendenti Anthropic questa posizione raccoglie al massimo il 2%.

La distanza misurata dal paper riguarda quindi soprattutto la forma della curva futura. I dipendenti vedono un’accelerazione molto più violenta.

Questa differenza aiuta a capire che il vantaggio informativo dei dipendenti di Anthropic, da solo, non basta a spiegare lo scarto. Se il loro accesso privilegiato ai modelli permettesse semplicemente di vedere capacità che il pubblico ancora non conosce, la distanza dovrebbe emergere con forza anche quando si giudica ciò che l’IA sa fare oggi. Nel paper accade molto meno. Le risposte si separano soprattutto quando si chiede quanto rapidamente i sistemi miglioreranno nei prossimi anni. È quindi sul futuro che le convinzioni dello staff diventano molto più nette.

I dati sull’uso intensivo dell’IA

Tra gli adulti americani che usano regolarmente l’intelligenza artificiale sul lavoro, il 56% pensa che entro il 2030 i sistemi saranno capaci di svolgere almeno sette degli otto compiti proposti dal questionario: dalla scrittura di email di routine fino, appunto, alla scoperta degna di un Nobel. La percentuale scende al 28% tra chi non ha mai usato strumenti di IA.

L’esposizione alla tecnologia modifica quindi le aspettative in modo significativo. Tra i dipendenti Anthropic si arriva addirittura al 96%.

Lo stesso fenomeno compare osservando le professioni tecniche. I lavoratori americani impiegati nell’informatica, nell’ingegneria e nelle scienze pensano mediamente che l’IA potrà svolgere il 33% del proprio lavoro entro il 2030. Tra quelli che la usano regolarmente si sale al 40%. I dipendenti Anthropic arrivano al 75%.

L’uso frequente dell’IA spiega così una parte del divario, ma fino a un certo punto. Persino un ingegnere o uno scienziato americano abituato a lavorare con questi strumenti immagina un 2030 molto più vicino al resto della popolazione che ai dipendenti di Anthropic.

Dentro Anthropic, l’IA sembra funzionare meglio

Sarebbe però riduttivo liquidare le percentuali registrare dentro Anthropic come entusiasmo aziendale.

Il paper contiene elementi che spiegano perché un dipendente dell’azienda che ha creato Claude possa sviluppare convinzioni tanto ottimiste.

Quando viene chiesto quanto tempo richieda un compito per il quale l’IA è particolarmente adatta - per esempio riassumere un documento o preparare una prima versione di un’email - l’85% dello staff risponde che con l’IA serve metà del tempo o ancora meno. Il 59% sostiene di riuscire a completarlo in un quarto del tempo, o ancora più velocemente. Tra gli americani che usano l’IA al lavoro, quest’ultima percentuale è del 26%.

Anthropic collega questa percezione anche a ciò che osserva all’interno dell’azienda. Dopo l’introduzione degli agenti di programmazione, le righe di codice prodotte dagli ingegneri sarebbero triplicate in un mese. Anche i commerciali avrebbero aumentato la propria produttività, riuscendo a concludere più contratti con i clienti grazie all’uso di agenti di IA. Incrementi dell’output per dipendente sarebbero stati registrati anche in altre funzioni aziendali, come l’ufficio legale e il recruiting.

L’ambiente di Anthropic è dunque realmente diverso. Un dipendente può affidare a Claude attività che in molte altre imprese vengono ancora eseguite manualmente. Lavora sfruttando infrastrutture costruite attorno ai modelli e versioni della tecnologia vicine alla frontiera. Quando prova a immaginare come opererà nel 2030, parte da questa esperienza quotidiana.

La difficoltà nasce nel passaggio successivo: stabilire quanto l’esperienza di Anthropic possa essere estesa al resto dell’economia.

Anthropic è un’azienda costruita attorno all’intelligenza artificiale, dove i dipendenti lavorano ogni giorno con sistemi di frontiera e l’organizzazione può adattarsi rapidamente alle nuove capacità dei modelli. In molti altri settori l’adozione procede più lentamente, perché le aziende devono integrare questi strumenti in strutture pensate per funzionare in modo diverso e spesso molto meno flessibili.

Un sondaggio sull’IA prodotto da chi vende IA

Anthropic sviluppa Claude e compete in un mercato nel quale una parte enorme del valore delle aziende dipende dalle aspettative sulle capacità future dell’intelligenza artificiale. La convinzione che i modelli possano diventare molto più potenti rende più preziosi gli investimenti nei data center e lo sviluppo dei nuovi sistemi.

Questo conflitto d’interessi richiede di distinguere con attenzione i diversi dati contenuti nello studio.

Possiamo prendere sul serio il fatto che il 91% dei dipendenti intervistati abbia espresso una determinata previsione sul Nobel. È una misura delle loro convinzioni.

L’accuratezza di quella previsione è invece un’altra storia. Il questionario infatti non stabilisce se quel 91% abbia ragione ma si limita a descrivere un consenso culturale straordinariamente forte all’interno dell’azienda.

Lo stesso vale quando Anthropic chiede ai dipendenti quanto lavoro necessario a costruire un modello di frontiera venga già eseguito dall’intelligenza artificiale. La risposta mediana è il 51% oggi, l’80% entro la fine del 2027 e il 95% nel 2030.

Sono stime personali dello staff, raccolte con un sondaggio interno. Non costituiscono una misurazione di Anthropic né una previsione ufficiale dell’azienda.

Quando le opinioni diventano una crescita del Pil del 17%

Anthropic ha provato a trasformare le aspettative osservate nello studio in scenari economici.

Gli autori della ricerca hanno preso cinque risposte di ciascun partecipante - capacità future dell’IA, diffusione, grado di automazione, risparmio di tempo e difficoltà dei lavoratori nel trovare una nuova occupazione - e le hanno inserite nel modello elaborato in un precedente lavoro dell’Anthropic Institute, Economic Scenarios for Transformative AI.

Le convinzioni dell’adulto americano mediano producono una crescita del Pil statunitense del 5,4% nel 2030. Quelle del dipendente Anthropic mediano portano al 17,1%.

A quel ritmo, osservano gli autori, l’economia raddoppierebbe approssimativamente ogni quattro anni e mezzo.

Sarebbe una trasformazione senza precedenti nella storia moderna.

Anche i 23.075 visitatori che hanno compilato volontariamente un questionario sul sito dell’Anthropic Institute finiscono in una posizione intermedia. Le loro risposte implicano una crescita del 12,5%. Anthropic riconosce che si tratta di persone autoselezionate, probabilmente molto più interessate all’IA rispetto alla popolazione generale.

Compare quasi una gradazione culturale. Il pubblico generale immagina il cambiamento più lento. Chi frequenta il sito di Anthropic vede un’accelerazione maggiore. Chi lavora dentro Anthropic arriva allo scenario più accelerato.

Una finestra sul 2030 o una bolla della Silicon Valley

Lo studio di Anthropic ha sicuramente un valore: rende misurabile una differenza che finora era soprattutto percepita nelle dichiarazioni dei dirigenti della Silicon Valley.

Dentro uno dei principali laboratori di intelligenza artificiale del mondo esiste una convinzione molto diffusa che i prossimi quattro anni cambieranno profondamente capacità scientifiche e produttività sul luogo di lavoro. Lo staff vede una trasformazione più rapida persino rispetto agli americani che utilizzano già l’IA ogni giorno nelle professioni tecniche.

Questa convinzione può avere almeno due origini che il paper lascia convivere.

Anthropic potrebbe trovarsi diversi anni avanti rispetto al resto dell’economia. I suoi dipendenti osservano modelli e strumenti che arriveranno altrove soltanto dopo un periodo di diffusione. In questa lettura, il loro apparente estremismo assomiglia all’esperienza di chi utilizzava Internet quotidianamente nei primi anni Novanta e provava a descriverne le conseguenze a una società che ancora non era connessa.

Esiste anche una seconda possibilità. Una concentrazione eccezionale di persone convinte del potenziale dell’IA, assunte da un’azienda costruita attorno a quella tecnologia e immerse ogni giorno nei suoi risultati migliori, può produrre una potente forma di selezione culturale. Le esperienze vissute dentro Anthropic diventano allora il materiale con cui immaginare l’intera economia.

Le due spiegazioni potrebbero essere vere contemporaneamente.