Wave by Vento
Il commento

Una generazione che merita di più

Una generazione che merita di più

Tra la folla che haseguito Wave c’eramo molte ragazze e ragazzi che hanno il sogno di creare una startup. Un sogno che significa anche prendersi dei rischi. L’Europa e l’Italia hanno il dovere di creare un ambiente economico nel quale possano utilizzare fino in fondo le loro competenze

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Questa settimana l’innovazione europea si è data appuntamento a Torino. E abbiamo raccontato ciò che è stato detto sul palco di Wave, l’evento annuale che ormai è un punto di riferimento per chi opera nell’economia digitale, sia se parliamo di startup che di grandi aziende. Ma quello che è più difficile da descrivere, perché non è legato alle parole di uno dei grandi ospiti come l’inventore del Web Tim Berners-Lee o del designer del primo iPhone Jonathan Ive, è l’atmosfera che si è respirata.

Le persone che hanno seguito la kermesse torinese non sono chiaramente rappresentative né della popolazione europea né di quella italiana, ma ne sono un pezzo importante. E hanno l’ambizione di contare sempre di più. Perché sono ragazze e ragazzi (o poco più) che stanno cercando la loro strada.

Creare una startup è al tempo stesso inseguire un sogno personale, trovare una risposta a un quadro occupazionale complicato e frammentato e contribuire alla competitività del proprio Paese. Ma soprattutto prendersi dei rischi. Come e più di un imprenditore tradizionale. Non si avvia solo una nuova azienda ma lo si fa, molto spesso, in mercati che ancora non esistono e con tecnologie tutt’altro che consolidate come l’intelligenza artificiale.

Per questo è necessario creare delle condizioni all’altezza. In Europa siamo indietro, se ci confrontiamo con Stati Uniti e Cina. Ma non per i motivi che spesso vengono raccontati, primo fra tutti quello dei capitali scarsi. I soldi ci sono, i talenti e le competenze pure. Manca gran parte di tutto il resto.

Il nostro continente – inutile ragionare su scala nazionale in mercati globali – è un ecosistema frastagliato. Ventisette Paesi, regole differenti, mercati dei capitali ancora separati, sistemi fiscali e del lavoro discordi, lingue diverse, politiche industriali nazionali (quando ci sono). Abbiamo un grande mercato sulla carta, ma molto meno di un vero mercato unico.

Una startup europea può nascere a Milano, trovare un investitore a Parigi, assumere un ingegnere a Berlino e vendere a Madrid. Ma ogni passaggio incontra spesso regole, procedure, sistemi fiscali e amministrazioni differenti. Negli Usa, invece, una società può affrontare un mercato interno di centinaia di milioni di consumatori con un’unica lingua, una sola valuta e un quadro normativo sostanzialmente unitario. L’Europa deve dunque decidere se vuole essere soltanto il luogo nel quale le tecnologie vengono regolate (e questo non è di per sé un male) o anche il posto in cui vengono costruite.

L’altro elemento è il talento. Non quello che dobbiamo formare, ma quello che dobbiamo riuscire ad attrarre. Da noi si continua a parlare di fuga dei cervelli come se fosse un fenomeno inevitabile. Ma i talenti si spostano dove trovano opportunità, stipendi, ricerca, infrastrutture, capitale e soprattutto una prospettiva. Un ecosistema dell’innovazione non può limitarsi a chiedere ai propri giovani di restare: deve diventare abbastanza interessante da convincere anche quelli degli altri Paesi a venire.

Per l’Italia questo significa affrontare una contraddizione evidente: formiamo persone altamente qualificate e poi spesso non offriamo loro un ambiente economico nel quale possano utilizzare fino in fondo quelle competenze.

Infine, la domanda. Una tecnologia diventa innovazione soltanto quando qualcuno la utilizza. E il settore pubblico può essere il primo grande cliente dell’innovazione. Sanità, energia, mobilità, difesa, pubblica amministrazione, scuola, città: sono tutti grandi mercati nei quali lo Stato può creare domanda per le nuove tecnologie. Un’amministrazione pubblica capace di acquistare innovazione può diventare una gigantesca piattaforma di sperimentazione e di crescita per le imprese.

La vera sfida europea, quindi, non è diventare la Silicon Valley. È costruire un modello capace di fare una cosa che oggi facciamo troppo poco: trasformare la nostra straordinaria capacità di produrre conoscenza in creazione di imprese, infrastrutture e potere industriale. È questo quello che manca. È questo ciò che meritano quelle ragazze e quei ragazzi venuti a Torino.