IL RAGAZZO austriaco che ha sfidato Facebook in tribunale è tornato. Non gli basta aver radunato migliaia di sostenitori con la più grande azione collettiva d’Europa contro il gigante del web: Max Schrems rilancia. E punta stavolta sulle migliaia di “privacy leaks”: “leaks” come “fughe di notizie” sulla privacy, ma anche come privacy che “fa acqua” da tutte le parti. Le 11mila pagine di documenti provengono dai corridoi dell’Unione europea, circa la metà sono pagine riservate che rivelano l’andamento di decisioni cruciali sul tema della privacy. Pubblicandole e analizzandole in modo sistematico, la task force di OpenDataCity e l’associazione Europe vs Facebook (quella fondata da Schrems) puntano a svelarci un’Europa a doppia faccia. "I governi dicono di proteggere la nostra privacy e poi a Bruxelles fanno il contrario", dice il giovane viennese a Repubblica. Da una parte c'è l'Unione europea trasparente dei dibattiti parlamentari: è quella che chiede una maggiore protezione dei dati, si indigna ancora per il Datagate ed è pronta a sostituire una vecchia direttiva di metà anni Novanta con nuove regole comuni per proteggere i cittadini. Poi c'è l'altra faccia dell'Unione, quella svelata dai leaks: “Mentre il dibattito in Parlamento è pubblico”, spiega il team, “i negoziati tra Stati membri rimangono confidenziali: in questo modo vengono coperte le responsabilità di ciascuno”.
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Mappa della privacy sotto attacco. Dalla mappa viene fuori che il peggiore difensore della privacy in Europa è proprio la Germania della cancelliera spiata dall'Nsa, e sulla Germania Schrems e i suoi colleghi tirano fuori tre leak specifici. A seguire, nella classifica dei "peggiori", Gran Bretagna e Irlanda, mentre la Francia è ottava. E l’Italia? “Rispetto ad altri Paesi più grandi, l’Italia appare molto moderata”, dice a Repubblica Max Schrems. “Dai documenti viene fuori il suo sforzo di bilanciamento tra le due tensioni opposte. Il vero problema è che l’Italia però non è riuscita ad essere davvero incisiva: questo tentativo di compromesso non è risultato efficace”. Cosa rischiamo davvero? Sul sito LobbyPlag.eu una fitta rete di dossier e una mappa interattiva mostrano in che modo il dibattito sulla privacy, avviato con la proposta di una nuova direttiva nel 2012, è cambiato con il passaggio dalla discussione pubblica parlamentare ai negoziati confidenziali del Consiglio europeo. Per esempio, il principio iniziale di minimizzare la raccolta dati da parte delle aziende si è trasformato in un via libera alla raccolta “purché non eccessiva”. La raccolta di dati per interessi finanziari, che prima rappresentava un’eccezione, potrebbe rientrare ora nei “legittimi interessi” a scavallare la privacy. La profilazione dei dati nell’era dei “big data” diventa più facile rispetto a quello che il Parlamento Ue aveva previsto. E anche il controllo sulle lobbies diventa più lasco.
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Lotta contro i giganti. A proposito di lobbies, Max Schrems si accorge già nel 2013 che gli emendamenti alla bozza di direttiva che l'Europa sta discutendo riprendono testualmente interi frammenti dei testi preparati dalle corporation (Amazon, Ebay, Facebook, Microsoft, Télefonica & co). Così nasce inizialmente Lobbyplag, che ora ospita i leaks. Schrems e OpenDataCity scandagliano insieme con il loro “lobby detector” documento su documento, rendono pubblica l’attività di Bruxelles e Strasburgo politico per politico. Stilano pagelle di amici e nemici della privacy, sistematizzano i dati nelle mappe. E bocciano all’epoca Italia, Spagna, Gran Bretagna, Danimarca, Svezia. Promuovono Francia, Portogallo, Grecia. e altri. Anche i gruppi parlamentari passano il test di difensori o avversari della protezione dei dati: semaforo rosso per popolari e liberali, verde per socialdemocratici, verdi, sinistra.
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Ora per Lobbyplag è il secondo round: quello in cui portare a galla l’attività nascosta degli Stati nella fase più delicata, quella in cui l’iter della direttiva europea sulla privacy sta per concludersi. E anche per Max Schrems questo è solo un nuovo round nella battaglia per proteggere i dati: “Il vero problema, dice, è che i governi dicono di proteggerci e poi a Brussels fanno tutt’altro. Perciò i cittadini devono sapere. E agire”.
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Mappa della privacy sotto attacco. Dalla mappa viene fuori che il peggiore difensore della privacy in Europa è proprio la Germania della cancelliera spiata dall'Nsa, e sulla Germania Schrems e i suoi colleghi tirano fuori tre leak specifici. A seguire, nella classifica dei "peggiori", Gran Bretagna e Irlanda, mentre la Francia è ottava. E l’Italia? “Rispetto ad altri Paesi più grandi, l’Italia appare molto moderata”, dice a Repubblica Max Schrems. “Dai documenti viene fuori il suo sforzo di bilanciamento tra le due tensioni opposte. Il vero problema è che l’Italia però non è riuscita ad essere davvero incisiva: questo tentativo di compromesso non è risultato efficace”. Cosa rischiamo davvero? Sul sito LobbyPlag.eu una fitta rete di dossier e una mappa interattiva mostrano in che modo il dibattito sulla privacy, avviato con la proposta di una nuova direttiva nel 2012, è cambiato con il passaggio dalla discussione pubblica parlamentare ai negoziati confidenziali del Consiglio europeo. Per esempio, il principio iniziale di minimizzare la raccolta dati da parte delle aziende si è trasformato in un via libera alla raccolta “purché non eccessiva”. La raccolta di dati per interessi finanziari, che prima rappresentava un’eccezione, potrebbe rientrare ora nei “legittimi interessi” a scavallare la privacy. La profilazione dei dati nell’era dei “big data” diventa più facile rispetto a quello che il Parlamento Ue aveva previsto. E anche il controllo sulle lobbies diventa più lasco.
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Lotta contro i giganti. A proposito di lobbies, Max Schrems si accorge già nel 2013 che gli emendamenti alla bozza di direttiva che l'Europa sta discutendo riprendono testualmente interi frammenti dei testi preparati dalle corporation (Amazon, Ebay, Facebook, Microsoft, Télefonica & co). Così nasce inizialmente Lobbyplag, che ora ospita i leaks. Schrems e OpenDataCity scandagliano insieme con il loro “lobby detector” documento su documento, rendono pubblica l’attività di Bruxelles e Strasburgo politico per politico. Stilano pagelle di amici e nemici della privacy, sistematizzano i dati nelle mappe. E bocciano all’epoca Italia, Spagna, Gran Bretagna, Danimarca, Svezia. Promuovono Francia, Portogallo, Grecia. e altri. Anche i gruppi parlamentari passano il test di difensori o avversari della protezione dei dati: semaforo rosso per popolari e liberali, verde per socialdemocratici, verdi, sinistra.
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Ora per Lobbyplag è il secondo round: quello in cui portare a galla l’attività nascosta degli Stati nella fase più delicata, quella in cui l’iter della direttiva europea sulla privacy sta per concludersi. E anche per Max Schrems questo è solo un nuovo round nella battaglia per proteggere i dati: “Il vero problema, dice, è che i governi dicono di proteggerci e poi a Brussels fanno tutt’altro. Perciò i cittadini devono sapere. E agire”.