PER sbloccare uno smartphone, come l'iPhone del killer della strage di San Bernardino, l'Fbi è dovuta ricorrere all'operato di hacker professionisti perché per farlo servono "risorse specializzate altamente qualificate spesso non subito a disposizione''. Parola di Amy Hess, funzionaria del Bureau impegnata a chiarire di fronte ai membri del Congresso Usa: ''viviamo in un'epoca molto avanzata di sviluppo tecnologico e per tenere il passo abbiamo bisogno di servizi specializzati che possiamo avere solo dall'industria privata".
Nell'audizione Hess ha difeso la scelta dell'Federal bureau of investigation di ricorrere a esperti del settore privato per accedere ai dati dello smartphone in questione, sottolineando tuttavia che le soluzioni variano da caso a caso e che che questa non è l'unica strada percorribile. Un tassello in più per comprendere il braccio di ferro tra federali e Apple che negli ultimi mesi ha complicato l'indagine sui coniugi terroristi autori della strage nel centro per disabili del 2 dicembre 2015.
Dei device di cui l'Fbi è entrata in possesso nel corso degli ultimi sei mesi nell'ambito di indagini, il 30% era protetto da password, e nel 13% dei casi gli investigatori non sono riusciti ad accedere alle informazioni, ha spiegato Hess. E ancora: "Abbiamo visto tali numeri continuare a crescere, e chiaramente questo rappresenta una sfida". Una posizione chiara da parte dei federali che spiegherebbe l'ingaggio, in casi estremi come questo, ai ''grey-hat'' hacker (esperti informatici che agiscono in territorio grigio dal punto di vista legale).
Nel frattempo, secondo fonti dell'Fbi citate dalla Cnn, nell'iPhone dell'autore della strage di San Bernardino non sarebbero state trovate prove che Syed Farook abbia contattato altri sostenitori dell'Isis nei 18 minuti seguiti all'attentato.
Nell'audizione Hess ha difeso la scelta dell'Federal bureau of investigation di ricorrere a esperti del settore privato per accedere ai dati dello smartphone in questione, sottolineando tuttavia che le soluzioni variano da caso a caso e che che questa non è l'unica strada percorribile. Un tassello in più per comprendere il braccio di ferro tra federali e Apple che negli ultimi mesi ha complicato l'indagine sui coniugi terroristi autori della strage nel centro per disabili del 2 dicembre 2015.
Dei device di cui l'Fbi è entrata in possesso nel corso degli ultimi sei mesi nell'ambito di indagini, il 30% era protetto da password, e nel 13% dei casi gli investigatori non sono riusciti ad accedere alle informazioni, ha spiegato Hess. E ancora: "Abbiamo visto tali numeri continuare a crescere, e chiaramente questo rappresenta una sfida". Una posizione chiara da parte dei federali che spiegherebbe l'ingaggio, in casi estremi come questo, ai ''grey-hat'' hacker (esperti informatici che agiscono in territorio grigio dal punto di vista legale).
Nel frattempo, secondo fonti dell'Fbi citate dalla Cnn, nell'iPhone dell'autore della strage di San Bernardino non sarebbero state trovate prove che Syed Farook abbia contattato altri sostenitori dell'Isis nei 18 minuti seguiti all'attentato.