Una ricerca durata cinque anni condotta dall’Università della California a San Diego cerca di dimostrare che sapere il finale di una trama non rovina lo spettacolo. Ma lo migliora. Poco importa che sia un film, una serie tv, un romanzo o un videogame
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GIUGNO del 2009. Jon Landau non voleva proprio sapere di fermarsi. Il produttore di Avatar, braccio destro del regista James Cameron, stava spiegando per filo e per segno la trama del film con sei mesi di anticipo rispetto all'uscita. Ne sarebbe nata una bella anteprima, provocando diversi mal di pancia allo staff pr della Twentieth Century Fox che aveva fatto altri piani. Landau aveva parlato a lungo di come era nato il progetto e di come era stato girato il colossal. Lo descriveva come l'unione fra Titanic, Romeo e Giulietta e Pocahontas in chiave fantascientifica. Quando era sceso nei dettagli, spingendosi al finale, gli avevamo chiesto: "Ma è davvero sicuro di voler raccontare tutto". Lui aveva risposto: "Sapere come va a finire non rovina lo spettacolo".
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A dargli ragione ora ci pensa Nicholas Christenfeld, professore in psicologia all'Università della California a San Diego. Secondo lui gli spoiler, quelli che online e sui social tutti odiano, non hanno poi così effetto. Anzi, alla fine cambiano poco o nulla nell'apprezzamento di un libro, film, serie tv o videogame. E pensare che il termine, dall'inglese "to spoil", significa proprio "rovinare". Christenfeld però sostiene che sapere uno o più elementi chiave della storia non rovinano nulla, anzi arricchisce l'esperienza (la parola esatta da lui usata è "enhance"), la migliora, la esalta. Non solo con Avatar, che puntava tutto o quasi sulla parte visiva, ma anche con serie come Il trono di spade, romanzi come Dieci piccoli indiani o film come I soliti sospetti (se non lo avete ancora visto, noi però non vi diciamo chi è Keyser Söze).
Per arrivare a questa conclusione all'Università della California hanno studiato per cinque anni, dopo una prima fase di esperimenti realizzati nel 2011, poi divulgati su Psychological Science. Di fatto hanno lavorato su gruppi di persone rivelando accidentalmente ad uno solo dei due il finale o un passaggio importante della trama. Presentando un film, leggevano una breve descrizione che conteneva fra le varie righe uno spoiler. "Questa è la classica storia dove una moglie si vendica degli abusi subiti dal marito", tanto per fare un esempio. E pare che non abbia diminuito il divertimento l'aver eliminato la suspense.
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"La trama in un videogioco è come la trama in un film porno. Ti aspetti che ci sia, ma in fondo non serve a niente", pare abbia detto John Carmack, uno dei padri di Doom e Quake. O almeno così racconta il libro Masters of Doom di David Kushner (multiplayer.it edizioni). In realtà non sempre le cose stanno in questa maniera, perfino per i videogame. E' vero che in tanti guardano gli altri giocare su YouTube o su Twitch, ma tanti altri non lo fanno perché venire a conoscenza di un colpo di scena rovina l'appetito. E poi a guardar bene gli stessi risultati di Christenfeld, la sua teoria è valida per certi generi piuttosto che per altri. Può esser vera ad esempio per vicende archetipe e non per narrazioni che usano leve differenti. E anche se sapere come andrà a finire ci permette di concentrarci e di apprezzare altri aspetti, la sorpresa a volte è parte integrante di una trama, iniziando proprio da film come I soliti sospetti. Con buona pace dell'Università della California e dei cinque anni di ricerca spesi sullo spoiler.
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