Il Venerdì

Per Madre Teresa è scoppiata una guerra. Santa

Madre Teresa di Calcutta (Ansa) (ansa)
Era macedone. No, era albanese. Mentre a Roma si prepara la beatificazione, due Paesi litigano sulle origini di Agnes Bojaxhiu, che a 18 anni andò in Irlanda, e di liì a Calcutta. E su una statua che doveva sbarcare sul Tevere
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SKOPJE. Sul selciato di quella che fu la Pop Kocina Ulica, ci sono dei segni fatti tracciare dal Municipio. Formano un rettangolo di 4 metri per otto che indica la posizione di una casa che sorgeva qui prima che il terribile terremoto del 1963 radesse al suolo gran parte della città. Per sapere chi vi abitasse, basta leggere la lapide collocata poco più in là: era la residenza della famiglia Bojaxhiu, la cui ultima figlia, Agnes, diventerà una delle figure più carismatiche della cattolicità, Madre Teresa di Calcutta, a giorni beata. E su cui si è scatenata una lite tra Macedonia e Albania.

Il padre di Agnes, Nikola, era un commerciante originario del Kosovo, benestante e cosmopolita: viaggiatore, socio di un veneziano, capace di parlare un'infinità di lingue. La madre era un'albanese anche lei cattolica, molto devota, dal carattere duro che verrà in parte ereditato dalla celebre suora. Agnes aveva due fratelli maggiori: Aga e Lazër. Lui, che dopo la morte del padre si arruolò nell'esercito dell'Albania italiana, fu molto contrariato nel sapere che la piccola di famiglia aveva deciso di farsi suora. Le disse: "Ti rendi conto di quel che stai facendo?". Ne ebbe una risposta degna della Madre d'acciaio: "Non sei soldato, tu? Lo sarò anch'io, ma per il re del mondo".

Il clima d'allora ricorda un po' quello di oggi. Questo, nel 1910, era Impero Ottomano. Cristiani e musulmani vivevano divisi, ai due lati del fiume Vardar. Era la religione a fare la divisione: i Bojaxhiu stavano dalla parte cristiana benché la gran parte degli albanesi, musulmani, stesse di là dal fiume. Ancor oggi la zona di Bit Pazar sembra un pezzo di Istanbul: con botteghe di gioielleria, minareti, moschee e persino il ghetto ebraico. Di qui il terremoto colpì meno violentemente, e si ricostruì mantenendo l'antica atmosfera. La Macedonia sorta dalle ceneri del socialismo jugoslavo, ha riscoperto le divisioni, stavolta etniche: il 23 per cento della popolazione è albanese, la maggioranza slava. I primi usano l'alfabeto latino, i secondi il cirillico. I primi il venerdì vanno alla moschea, gli altri nelle chiese cristiane.

Il padre di Agnes era un patriota, consigliere comunale e partigiano dell'indipendenza dai turchi. Quando nel 1912 la regione passò ai serbi - dopo cinque secoli di dominio ottomano - lui si oppose anche ai nuovi padroni. Secondo alcuni biografi nella casa di Pop Kocina Ulica si tenevano riunioni tra i capi delle tribù albanesi in prospettiva di una nuova nazione che le riunificasse. Durante un viaggio politico a Belgrado, Nikola fu avvelenato, o almeno questo racconta la tradizione di famiglia. Aveva solo 46 anni. La moglie, Drane, restò sola e dovette affrontare anche un lento declino economico.

Madre Teresa fu orfana a soli otto anni. La bimba frequentava la parrocchia, e si incantava davanti alla statua del Sacro Cuore di Cristo, che dà il nome alla cattedrale cattolica distrutta dal terremoto e ricostruita in foggia moderna. La statua, comunque, è ancora lì, sul suo piedistallo: intatta. Andava in pellegrinaggio con la madre e la sorella maggiore ad ottanta chilometri da Skopje, nel santuario di Lenica, oggi Kosovo. C'era una seconda statua che l'ispirava, una Madonna nera, con il bimbo in braccio. Raccontò Agnes di aver ricevuto qui "la chiamata".

Per arrivare oggi al santuario, in automobile, si deve attraversare il clima militarizzato e violento del Kosovo: carri armati e soldati Nato davanti alla chiese ortodosse (per evitare che gli estremisti albanesi vi appicchino il fuoco), bandiere con le Aquile dappertutto. Dalla fine della guerra questi estremisti albanesi, divenuti carnefici da vittime che erano, hanno ucciso centinaia di serbi (900 secondo Belgrado, 200 secondo la Nato) che vivevano qui da sempre. In particolare vecchi e bambini: per far sapere a chi è scappato e volesse tornare che questa potrebbe essere la sua fine. Il santuario, come tutto ciò che è cristiano, è deserto. Solo un gruppo di giovani seminaristi montenegrini occupa qualcuna delle sue celle: "Non viene più molta gente qui".

A diciotto anni, Agnes partì per l'Irlanda e, di lì, per Calcutta verso il suo destino. Presto la sua famiglia lasciò Skopje. Il fratello era già a Tirana, soldato, la madre e Aga lo raggiunsero. Lazër, quando l'Albania divenne la vittima del comunismo caricaturale di Enver Oxha, fu condannato a morte (come militare che aveva servito i colonialisti italiani) e riparò a Torino. Di lì si stabilì poi a Palermo, dove si sposò ed ebbe una figlia, Agi, che è oggi la moglie di un commerciante di tessuti siciliano (la beata ha un'unica nipote, ed è italiana).

Madre Teresa, che intanto aveva fondato il suo ordine e combatteva con i poveri di Calcutta, non vide mai più la madre e la sorella. Oxha non le avrebbe consentito di entrare in Albania, né permise alle due donne di uscire dal Paese per raggiungere Lazër. Morirono così: sole, a poca distanza di tempo. Quando Madre Teresa, ormai celebre, giungerà nell'Albania liberata per fondare una delle sue case a Tirana, incontrerà la moglie del dittatore e le dirà: "Ho pregato per suo marito" scatenando i pianti e i rimorsi della signora Oxha.

Il fratello, invece, lo rivide a Roma, nel 1967. Due anziani che si incontravano quasi senza conoscersi. Anche a Skopje Madre Teresa aveva fondato un istituto delle sue suore. Che è ancora attivo e svolge opera di carità per i bambini con famiglie "difficili" o dando pasti ai poveri. È formato da quattro sorelle (una croata, una africana, una indiana e la Superiora italiana), tante quante ne aveva portate Madre Teresa nel 1980. Disse, allora, al sindaco della città: "Avete perso una suora, ve ne riporto quattro. Ci guadagnate". Lei amava Skopje come sua città natale, ma si sentiva parte di un altro mondo. La sua fama era già allora molto superiore, paradossalmente, alle vicissitudini macedoni. Tanto che una autorevole biografia indiana definisce Skopje,"città della Macedonia, oggi Albania". Un'affermazione che, da queste parti, potrebbe scatenare una guerra.

Ora che Madre Teresa diventa beata (il prossimo 19 ottobre) e si appresta ad una rapidissima corsa verso la santità, Skopje riscopre questa sua figlia. E la inserisce, un po' paradossalmente, nel clima di nazionalismo risorgente che è seguito alla frantumazione della Jugoslavia. "D'improvviso" ricorda un giornalista della televisione pubblica "qui l'abbiamo adottata. Eppure, fino a qualche anno fa, molti di noi ignoravano persino che fosse nata a Skopje". Un'appropriazione legittima, ma causa di una coda di infinite polemiche. Qui, ancora, macedoni e albanesi convivono con difficoltà: ci sono paesi, nel Nord, occupati militarmente da irregolari albanesi; c'è il Kosovo con i suoi orrori a pochi chilometri; e soldati della Nato a sorvegliare la situazione (anche gli italiani della missione Concordia). Così, inevitabilmente, persino il più inadatto dei personaggi, diventa oggetto di un'analisi "etnica" e materia di diatriba politica.

Non bastava accontentarsi di una nascita a Skopje? No, si comincia ad indagare sull'etnìa. Era davvero albanese, Madre Teresa? Le biografie internazionali lo certificano. Ma, secondo i macedoni, non è del tutto vero: la madre di Agnes lo era, il padre sarebbe stato, invece, valacco (oggi macedone). Questa tesi è stampata su biografie e studi improvvisamente fioriti. Gli albanesi insorgono e utilizzano l'argomento per polemiche anche all'interno dei tre partiti della loro minoranza. I cattolici tacciono: come racconta il vescovo (ucraino) Joackim Herbut, sono ridotti a poche migliaia: 3 mila nella Capitale, 15 mila in tutto il Paese. Molti sono croati, mentre nelle campagne si trovano ancora quelli macedoni di rito bizantino.

In questo clima nasce il caso della statua, che dà dignità internazionale alla baruffa. La Macedonia, infatti, vuol regalare a Roma, in occasione della beatificazione, una copia della statua in bronzo della Madre, eretta in una piazza di Skopje. Ma gli albanesi s'infiammano: sul piedistallo, dicono, c'è scritto "figlia della Macedonia". Spiega la vicepresidente del partito albanese di governo (Dui), Teuta Arifi: "Chiediamo che, almeno, ci sia scritto figlia albanese della Macedonia". Da Tirana arriva a Roma una protesta formale e una lettera di dieci intellettuali, tra cui il celebre scrittore Ismail Kadare. Ci opponiamo, dicono gli albanesi, alla "manipolazione e falsificazione della storia".

Roma, per evitare incidenti diplomatici, sospende la decisione e la statua finisce negli scantinati del ministero degli Esteri a Skopje, in attesa di chiarimenti. Osserva l'ambasciatore Viktor Gaber, macedone di origine greca: "È assurdo discutere di una figura che fa parte della storia del mondo. Ai tempi in cui Madre Teresa viveva qui, l'unica divisione era tra cristiani e musulmani. E poi non è vero che ci fosse quella frase, figlia della Macedonia. È un'invenzione nata per creare il caso". Gaber assicura che tutto si risolverà per il meglio, col tempo. È un uomo cortese e mite, come la maggior parte dei macedoni. Gente che, pochi anni fa, viveva bene senza badare alle etnìe e si è trovata di colpo a diffidare dei vicini di casa. Concittadini di una donna che, da ora in poi, sarebbe meglio chiamare semplicemente Madre Teresa. Di Calcutta.

(3 ottobre 2003)