Il Venerdì

NEL REGNO DEL POLITICALLY CORRECT

Viaggio in Svezia, dove, dai giochi per bambini al vocabolario fino alla toponomastica, la parità è diventata sistema (immigrati esclusi)

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STOCCOLMA . Mancano 70 metri alla parità di genere. L'Istat svedese ha calcolato che nelle città del Paese scandinavo la lunghezza media delle vie dedicate alle donne è di 380 metri, contro i 450 delle strade dedicate agli uomini. Rimedieranno. L'inverno nordico ha poi fatto affiorare il fenomeno degli spazzaneve maschilisti: puliscono prima le strade carrabili delle vie ciclabili, favorendo così i patiti del volante (in maggioranza uomini) a scapito delle appassionate del manubrio (per lo più donne). Hanno già rimediato: da novembre a Stoccolma entrerà in funzione un sistema di spazzamento neve «più rispettoso della parità di genere». Sì, perché da noi il politicamente corretto è un fragile argine all'espressione di alti e bassi istinti. In Svezia è la bussola collaudata di ogni discorso pubblico: se ultimamente scricchiola quando si dibatte di immigrati, nessuno ma proprio nessuno osa valicarne i paletti in tema di parità uomo-donna.Per capire di cosa stiamo parlando: con oltre settanta milioni di download, il marchio svedese TocaBoca è uno dei maggiori produttori mondiali di videogame per la prima infanzia. La policy aziendale prevede la cosiddetta gender neutrality, ovvero che i giochi della casa siano tutti rigidamente unisex.

Nella bella sede del centro di Stoccolma, la portavoce Rebecca Crusoe ci spiega che prima di presentarsi sul mercato tutti i giochi TocaBoca devono superare una severa check list antidiscriminazione: «I nostri robot tendevano troppo all'azzurro, abbiamo cambiato tinte. E anche i protagonisti di Toca Cars hanno dovuto subire un piccolo ritocco». La popolare app di corse a quattro ruote presenta un bambino col ciuffo biondo e una bimba con le trecce castane. I due non parlano ma ridono, sbuffano, si lasciano andare a grida di entusiasmo o di delusione. Per dargli «voce», gli autori del videogame avevano quindi registrato e poi montato le esclamazioni di un bambino e una bambina reali. Tutto bene. Anzi no: «Ci siamo accorti che il personaggio femminile risultava leggermente più remissivo di quello maschile». Ecco, basta questo per violare l'idea svedese di parità tra i sessi: «Non potevamo avallare uno stereotipo del genere, e così abbiamo deciso di invertire le voci dei bambini». Nella versione finale, il maschietto virtuale si esprime con la grazia della bambina reale e la femminuccia virtuale con l'impeto del bambino in carne e ossa.

Miracoli del politicamente corretto: un pregiudizio in meno o una mistificazione in più?La Svezia è nel drappello di testa di tutte le classifiche mondiali dedicate alla parità di genere: miglior posto dove essere madre, minor differenza di salario, minor disparità complessiva. È così da talmente tanto tempo che sembra sia stato così da sempre. Ma certi primati si ottengono solo ribaltando l'ipocrisia in ideologia: se da noi il politicamente corretto è la foglia di fico che nasconde l'inerzia sociale, da loro è il fondamento teorico di una rivoluzione permanente dei costumi. Del 1998 è, ad esempio, la riforma che impone alle scuole dell'infanzia di «contrastare i paradigmi e i ruoli di genere tradizionali». Per spiegarci come si fa, Anny Bergström, giovane direttrice della scuola materna Banérporten, a pochi isolati dal centro di Stoccolma, ci mostra una cartella di disegni da colorare: in uno Superman si commuove tenendo in mano un gattino, in un altro Batman sta per infornare una teglia di biscotti, in un terzo un ragazzone è vestito da Biancaneve, in un quarto Spider-Man è seduto sul water accanto a una bambina vestita come lui. Che dire? «La nostra scuola segue il celebre metodo di Reggio Emilia, con l'unica differenza che per loro ogni bambino ha cento possibilità mentre per noi le possibilità sono duecento, tutte quelle dei bambini più tutte quelle delle bambine».

In concreto: i trattori giocattolo tendono ad attrarre più i bambini, ma che succede se ci impegniamo tutti ad accudire chi gioca quando è stanco? Oppure, alle bambine piace vestirsi da principessa ma chi l'ha detto che non possano divertirsi così anche i maschietti? O ancora: «I bambini tendono a prendere più la parola» dice Bergström. «Ma quando siamo tutti insieme la regola è: dopo un bambino parla una bambina, e dopo una bambina un bambino». Gli accorgimenti sono minimi, l'obiettivo semplicemente epocale: abolire ogni distinzione nella crescita e nell'educazione di maschi e femmine.C'è stato un tempo in cui il politicamente corretto regolava anche il dibattito sull'immigrazione, ma con gli xenofobi Democratici Svedesi che volano al 20 per cento nei sondaggi il fair play etnico lascia ormai il tempo che trova. La neutralità di genere resta invece un obiettivo che non ammette eccezioni di destra o di sinistra. Nel suo ufficio di presidente dell'Authority di controllo sulla pubblicità, Elisabeth Trotzig ci mostra un vecchio catalogo del colosso dei giocattoli Toys «R» us con una pagina rosa dedicata a bambine un po' svenevoli alle prese con le loro bambole, e una pagina rossa in cui i maschietti si entusiasmano per ruspe e macchinine. Non va bene: «L'abbiamo bocciata perché confermava vecchi stereotipi». Nel nuovo catalogo una bambina impugna un mitra ad acqua con la stessa foga del bambino che la affianca in secondo piano. E ancora: «Vede questa pubblicità Electrolux? Lei usa l'aspirapolvere mentre lui legge il giornale». Non si fa neanche questo: «Siamo chiamati a combattere l'idea della donna oggetto, ma anche ogni forma di discriminazione di ruolo».

Lo scorso anno la catena di abbigliamento American Apparel ha presentato online una collezione di camicie unisex: il modello barbuto indossava il capo abbottonato sopra un bel paio di pantaloni, la modella ansimante portava la camicia sbottonata sopra un semplice slip. Apriti cielo: «Abbiamo ricevuto decine di segnalazioni, ma non siamo potuti intervenire perché l'homepage è americana». A vendicare la correttezza infranta ha pensato una folla di indignati: l'assalto al negozio American Apparel nella centralissima Götgatan è finito con una vetrina rotta e la promessa di non peccare più.Pur sapendo di essere un'avanguardia culturale, le donne svedesi non hanno nessuna intenzione di dormire sugli allori. Dal cinema BioRio di Stoccolma, ad esempio, la trentenne Ellen Tejle è diventata una star internazionale delle pari opportunità grazie all'ultimo attrezzo per misurare la correttezza di genere: «Abbiamo lanciato un bollino per film non eccessivamente maschilisti». Si tratta del cosiddetto test di Bechdel, dal nome del cartoonist che lo ideò trent'anni fa: «La nostra A va ai film che hanno almeno due personaggi femminili, che parlano almeno una volta l'una con l'altra e almeno una volta non di uomini». In Svezia l'iniziativa è stata accusata di volare basso, ma Ellen assicura che già così sono pochi i film che ricevono l' Approved : «Volevamo aprire gli occhi sul maschilismo nel mondo del cinema, e se avessimo aggiunto altri criteri il nostro marchio sarebbe rimasto nel cassetto».

Sappiatelo la prossima volta che vedrete Il Signore degli anelli , Guerre stellari , Pulp Fiction o sette Harry Potter su otto: non hanno superato il test. Meglio riparare su Thelma & Louise o Hunger Games , oppure aspettare il terzo weekend di settembre, quando Ellen assicura che centinaia di cinema indipendenti in tutto il mondo dedicheranno la programmazione a film con almeno due donne parlanti non di affari di cuore.Che in Svezia il politicamente corretto sia preso estremamente sul serio lo dimostra anche l'agenzia statale Vinnova, dedicata al sostegno dell'innovazione in uno dei Paesi più innovativi del mondo. Nell'ultimo anno il programma Gender & Diversity for Innovation ha finanziato quarantadue progetti di attacco frontale ai ruoli di genere consolidati: «C'è chi ha ideato una sedia andrologica per sensibilizzare gli uomini sul trauma che le donne subiscono a ogni visita dal ginecologo» ci spiega la responsabile Sophia Ivarsson. «Oppure chi ha lanciato sul mercato una gonna di pelle con tanto di tasche porta-attrezzi per artigiani che vogliano lavorare al fresco». Si può sorridere di tanto zelo.

Ma la via nordica all'ideologia prevede che un minuto pragmatismo metta alla prova anche le prese di posizione più radicali. E che nessuno si scomponga per gli effetti a volte surreali dell'incontro tra principi e realtà: è il caso dello scienziato che si è rivolto al Difensore civico nazionale perché ingiustamente discriminato dai fondi per la ricerca femminile; o della festa di Santa Lucia che in tutta la Svezia illumina la notte del 13 dicembre con la coroncina di candele della più brava e la più bionda del paese. Da qualche anno le processioni non si fanno più in chiesa ma a scuola, per scrupolo verso i non cristiani. E dal 2014 Santa Lucia può essere anche un santo, per rispetto dei tanti maschietti che ambivano a indossarne la corona.Paradossi, certo. Eppure è presto per dire che la rivoluzione di genere ha cominciato a divorare le sue figlie. Anche perché nell'aprile di quest'anno la riscossa femminile ha messo a segno un altro colpo epocale. Nella sua decennale revisione del vocabolario ufficiale della nazione, l'Accademia di Svezia ha infatti accolto un nuovo pronome: né lui ( han ), né lei (hon), ma l'altro (hen).

Quando tre anni fa la piccola casa editrice Olika lanciò il neologismo con il libro per bambini Kivi e il cane-mostro sembrava una bizzarria: «In svedese se non si conosce il genere della persona o dell'animale di cui si parla si è sempre usato il maschile» spiega la direttrice editoriale Karin Salmson. «Come Olika siamo da anni impegnate per l'uguaglianza sociale e di genere, e questa disparità ci sembrava ingiusta». Con l'autore Jesper Lundqvist hanno quindi pubblicato una storia su un bambino che non si sa se sia bimbo o bimba. Sarà che gli svedesi leggono molto, o che ci tengono molto ai più piccoli, ma da subito un Paese intero ha cominciato a dibattere sul nuovo pronome, né maschio né femmina. E sorprendentemente nessuno ha sollevato obiezioni: «Ormai la lingua scritta lo ha accettato» dice Karin. «E per il parlato è solo questione di tempo». Così funziona il politicamente corretto made in Sweden : fra qualche anno non utilizzare hen sarà impensabile come una toilette maschile senza fasciatoio, una paternità senza congedo, o un programma televisivo con contorno di vallette in bikini. «E da voi in Italia come va?» hanno chiesto tutte le intervistate con inaspettato senso dell'umorismo.