Il Venerdì

Ma quale emergenza, l'immigrazione è già storia

"Fenomeno recente"? Sono almeno 50 anni che l'Italia attira lavoratori stranieri. Anzi, sostiene Michele Colucci nel primo libro organico sul tema, sono stati anche loro a cambiare il Paese. In meglio

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Alzi la mano chi, volendo pubblicare un libro sull'immigrazione nell'anno di poca grazia 2018, non penserebbe subito a mettere in copertina la foto di un barcone strabordante di profughi, e quasi non importa se per denunciare le brutali condizioni della traversata o per agitare lo spauracchio dell'"invasione". Assieme all'editore Carocci, invece, Michele Colucci ha fatto una scelta meno scontata: sulla sua Storia dell'immigrazione straniera in Italia c'è l'immagine di una manifestazione. Giovani africani (e un anziano di provenienza meno riconoscibile) dietro uno striscione; uno di loro ha una pettorina con la scritta "Diritti".

«Ho voluto guardare con gli occhi dello storico un tema che nel discorso pubblico è costantemente schiacciato sull'attualità, sulla retorica dell'emergenza» spiega Colucci, 42 anni, ricercatore all'Istituto di studi sulle società del Mediterraneo del Cnr e autore di diversi libri sul tema (dal 2014, con Stefano Gallo, cura un rapporto annuale sulle migrazioni interne). «Eppure», continua, «non si può più dire che l'Italia sia un Paese "di recente immigrazione". Ormai siamo alle terze, quarte generazioni. Il fenomeno si consolida tra la fine degli anni 80 e l'inizio dei 90, ma gli apripista erano qui da ben prima: tra i 50 e i 60 arrivano studenti, lavoratrici domestiche, pescatori e braccianti nordafricani in Sicilia, operai jugoslavi in Friuli-Venezia Giulia...».

Già nel 1977 un articolo del Corriere della Sera – lei lo riporta nel libro – si stupisce perché nelle fabbriche del Nord lavorano operai stranieri anche se tanti giovani italiani sono disoccupati. E avverte: a differenza degli altri Paesi occidentali, l'Italia deve continuare a "mandare avanti una società industriale senza 'negri' (testuale, ndr)". L'autore era un giovane professore universitario di nome Romano Prodi...
«È un piccolo episodio, ma mi sembra tipico di una certa mentalità ancora diffusa: la narrazione di un'Italietta anomala rispetto al resto del mondo sviluppato. Come se non fossimo, allora come oggi, una potenza industriale in grado di attirare lavoratori da Paesi molto più poveri».

Però rispetto al resto d'Europa l'immigrazione in Italia ha le sue specificità.
«La prima è che noi abbiamo un passato coloniale meno forte di Paesi come Francia o Gran Bretagna: anche se i flussi da Eritrea o Somalia sono antichi e costanti, in Italia le provenienze degli immigrati sono varie e plurali. L'altra è che l'immigrazione non si dirige, come ad esempio in Germania, soprattutto verso la grande industria, ma si distribuisce a macchia di leopardo, verso settori apparentemente marginali del Paese e del mercato del lavoro: il lavoro domestico, l'agricoltura, i servizi a bassa qualificazione...».

I famosi lavori che gli italiani non vogliono più fare?
«Sì e no. Bisogna guardare alla dinamica complessiva del mercato: è chiaro che se si offrono salari più bassi e condizioni di vita peggiori solo una forza lavoro precaria e ricattabile come quella migrante finisce per accettarli».

Ma allora c'è del vero nel discorso sovranista? "Non abbiamo bisogno di schiavi", come ha ripetuto di recente il ministro dell'Interno Salvini?
«No, perché così si dà per scontato che i migranti accettino passivamente questo stato di cose. Mentre sono i primi ad avere interesse a cambiarle. In comparti come l'agricoltura o la logistica, gli stranieri hanno partecipato, spesso guidato, lotte che hanno ottenuto risultati per tutti i lavoratori, italiani compresi. Penso ad Abd El Salam Ahmed El Danf, l'operaio egiziano travolto e ucciso da un Tir mentre picchettava una ditta di spedizioni vicino a Piacenza, nel 2016. Lui aveva un contratto a tempo indeterminato, ma manifestava per la regolarizzazione dei suoi colleghi di qualunque nazionalità».

Il suo libro parte da un'altra morte, quella di Jerry Masslo, l'esule sudafricano ucciso nelle campagne di Villa Literno nel 1989.
«È un passaggio cruciale. Ai funerali partecipano le istituzioni, a Roma sfilano in 150 mila, la mobilitazione porta all'approvazione della legge Martelli, la prima organica sull'immigrazione, e all'estensione dell'asilo politico che prima era concesso quasi solo ai profughi dei Paesi comunisti. E anche due anni dopo, gli sbarchi degli albanesi in Puglia suscitano un'enorme solidarietà. Un movimento trasversale, che unisce stranieri e italiani, laici e cattolici...».

E che però non si traduce in politiche pubbliche adeguate.   
«Nessun governo ha potuto o voluto uscire dalla logica dell'emergenza. Non è mai stata messa in pratica una programmazione costante dei flussi, con canali efficaci di immigrazione legale: in genere l'immigrato cominciava a lavorare da irregolare, sperando di emergere prima o poi grazie alle periodiche sanatorie. Un paradosso: la legge Bossi-Fini del 2002, quella più severa, fu accompagnata dalla più grande regolarizzazione della nostra storia, 630 mila persone. Senza che peraltro scoppiasse la guerra civile».

Mentre oggi una nave con cento disperati  a bordo fa paura. Cosa è cambiato?
«La grande cesura sono le crisi che scoppiano a partire dal 2008. Quella economica, che colpisce tutti, italiani e stranieri, e quella delle primavere arabe che fa saltare gli equilibri internazionali e sconvolge la frontiera sud del Mediterraneo».

E arriviamo all'Italia di oggi, in cui la questione dell'immigrazione è sempre più divisiva. Con il suo libro che tipo di dibattito spera di suscitare?
«L'immigrazione restituisce un'idea dinamica della società, studiarla significa anche vedere come si trasformano le città, le generazioni, i mercati... Io spero prima di tutto di restituire dignità storica a soggetti che oggi vengono troppo spesso trattati come pacchi postali. Qualcuno li vuole respingere, qualcuno smistare, ma l'orizzonte culturale è lo stesso. Mentre invece si tratta di persone che, interagendo con tanti italiani, hanno fatto un pezzo di storia nel nostro Paese».

(Sul Venerdì del 28 settembre 2019)