Il Venerdì

Quella con il kalashnikov è mia figlia

Maria Edgarda Marcucci in Siria in divisa militare (foto dal suo profilo Twitter) 
Nel 2017 Maria Edgarda Marcucci è andata in Siria e lì ha combattuto l’Isis con le donne curde. È tornata. Ma ora è una sorvegliata speciale. Sua madre racconta
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"Scrivevo un diario per sopravvivere alla sua assenza. Per placare la domanda incessante: dove sei? Per dare voce all'angoscia di averla vista con un kalashnikov. Per soffocare la paura che Eddi, da quel pezzo di Siria martoriato dalla guerra, non tornasse più". Cosa vuol dire avere una figlia che un giorno, era il 6 settembre del 2017, ti dice: "Mamacita, parto per il Rojava"? In quel momento, ricorda Roberta Lena, regista, scrittrice, madre di Maria Edgarda Marcucci, 27 anni, attivista No Tav, femminista,  e poi combattente in Siria accanto alle milizie delle donne curde, in cucina c'era un sole che tracciava "una linea obliqua tra il chiarore e il buio. Quando hai una figlia che vuole cambiare il mondo, sei preparata alle sorprese. Ma la guerra no, quella non me l'aspettavo, non la condividevo, ero infuriata che mia figlia mi facesse questo".  

Eddi, studentessa di filosofia, parte da Torino con un gruppo di giovani "internazionalisti"  che da tutto il mondo, tra il 2016 e il 2018, si muovono verso Kobane, Afrin per sostenere non soltanto la battaglia dei curdi contro l'orrore dell'Isis, ma anche per studiare quell'embrione, unico, di stato sociale, meravigliosamente descritto da Zero Calcare nel graphic novel Kobane calling. Sono legati ai movimenti sociali di protesta, alla galassia antagonista, al mensile di controinfornazione Infoaut. Davide Grasso, Paolo detto"Pachino", Jacopo Bindi. Alcuni di loro - Lorenzo Orsetti, "Orso",  Anna Campbell, inglese - caduti sulla linea del fuoco, non torneranno . Maria Edgarda sì. È il 27 giugno del 2018, fa già caldo, due colpi secchi alla finestra e oltre il vetro c'è Eddi. Scrive Roberta Lena nel libro Dove sei? (People), il suo (umanissimo) diario di nove mesi da madre di una guerrigliera. "Mentre ti stringo perdo i sensi, ma tu mi sorreggi". La rabbia, l'orgoglio. "Quante volte mi sono chiesta cosa avessi sbagliato come madre. Se hai una figlia che decide di andare in guerra, mentre i figli dei tuoi amici vanno all'università, è naturale chiedersi il perché di scelte tanto estreme. E cosa deve fare una madre? Proteggere e proteggere, assecondando il proprio egoismo, o incoraggiare i figli a seguire ciò in cui credono, costi quel che costi?".

Roberta vive a Torino, con il marito Ettore e  con Teo, il figlio più piccolo; il padre di Eddi invece si chiama Benedetto. "Fin da bambina Maria Edgarda voleva testardamente cambiare le cose e ha sempre pagato in prima persona. Diritti, giustizia sociale, gli esclusi, gli sfrattati, le donne maltrattate. Mi aveva detto che andava in Rojava a studiare la rivoluzione delle donne curde, ma quando le sue amiche, al fronte, sono state massacrate, ha deciso di partire con le Ypj, le milizie femminili. Ha combattuto anche per noi l'Isis, ad Afrin, ha perso un'amica carissima, Anna Campbell, che aveva 26 anni e credeva anche lei in quell'esperimento democratico che poi Erdogan ha bombardato. Ma quando è tornata, lo Stato italiano, invece di ringraziarla, l'ha processata, trattata da foreign fighter e messa sotto sorveglianza speciale".

Maria Edgarda alle spalle ha le battaglie contro l'alta velocità, la militanza con Askatasuna, denunce, processi, l'assalto al cantiere di Chiomonte che l'ha portata agli arresti domiciliari. "Ma dov'è il Rojava?" chiede Roberta Lena a Eddi quel 6 settembre. "Il Rojava è in Siria". Roberta: "In Siria c'è la guerra". Eddi: "Siria del Nord, un pezzo di terra dove i curdi hanno realizzato l'unica rivoluzione riuscita di questo secolo e dove c'è la pace. Una rivoluzione partita dalle donne: stato sociale, ambientalismo, uguaglianza di genere". E Roberta: "I curdi? E tu cosa c'entri con i curdi?". Eddi: "È anche la nostra lotta". Roberta: "Ma a gennaio non ti dovevi laureare?". La voglia di vita normale che si affaccia davanti a quella figlia che vive, invece, di assoluti.

Roberta scopre poi per caso e da una foto che Eddi è andata al fronte: "La cosa più difficile, in quei nove mesi, è stata resistere al silenzio. Pochi audio, qualche WhatsApp. Non sapevo mai dove fosse. Poi, un giorno, è bastato digitare "Eddi" sul computer ed è apparsa quella foto. Lei, in divisa militare, un kalashnikov appoggiato a terra e due caricatori sul petto. Ricordo la mia rabbia. Che bisogno c'era di avere il fucile in mano? Perché quell'immagine che respinge tutti, come respinge me? Il mio diario è diventato un libro dopo il ritorno di Maria Edgarda dalla Siria. Volevo raccontare ciò che lei mi ha raccontato. La straordinaria esperienza di quel lembo di Siria del Nord allora "pacificata" dove le donne curde non soltanto combattevano eroicamente contro l'orrore del Califfato, ma avevano dato vita a un esperimento sociale unico di organizzazione statale basata sul femminismo". Vietati la poligamia e i matrimoni con le bambine; e poi ecologia, redistribuzione dei beni. Così racconta Eddi dal Rojava, nel novembre del 2017: "Vi scrivo dalla Siria del Nord, un luogo che seppur martoriato da anni di dittatura e guerra civile, è oggi una terra di libertà, soprattutto per le donne, che sono l'avanguardia di questa rivoluzione. Io non sono siriana. Ma questa battaglia è anche la mia e di tutte le persone che credono che un altro futuro sia possibile".

 Di quella utopia oggi resta poco. Le bombe turche e siriane, la povertà assoluta, stanno erodendo la rivoluzione del Rojava. Roberta: "Maria Edgarda e i suoi compagni sono andati a combattere i jahidisti, ma l'Italia, quando sono tornati, li ha considerati un pericolo e processati. Daesh è anche un nostro nemico. Eppure Eddi oggi è sottoposta a sorveglianza speciale". Sequestro di patente e passaporto, obbligo di firma e di dimora, divieto di svolgere attività sociali. Nonostante fosse in attesa del processo, questo dice la sentenza, Eddi ha continuato a fare politica, presidi, cortei, manifestazioni No Tav in zone off limits. E dunque, spiega Roberta Lena, "l'hanno considerata socialmente pericolosa". Sul banco degli imputati finisce in realtà la sua militanza antagonista. Il 12 novembre il Tribunale di Torino dovrà decidere se revocare la sorveglianza speciale. "Per questo ho scritto il libro. Non soltanto per raccontare la mia storia di madre" conclude Roberta, "ma anche per denunciare una enorme ingiustizia".

Sul Venerdì del 6 novembre