Vorrei parlarvi del teatro. La casa della memoria, del sogno, delle storie passate di corpo in corpo. Senza macchine da presa, senza schermi, senza fili, solo il corpo e la voce. Vorrei parlarvi del sipario - pesante, polveroso, di velluto rosso o nero, dipinto o anonimo come un lenzuolo che scopre un'opera d'arte - adoro il sipario anche quando non c'è, quando è solo un ricordo del tempo che fu. Vorrei parlarvi delle luci e del buio. Quel buio improvviso in sala - ma potrebbe essere bosco, piazza, chiesa - quando anche il giorno sembra sedersi in silenzio e trattenere il fiato in attesa delle luci. E degli attori.
Vorrei parlarvi dell'attore. È una sera di tournée, lo vedo chiudere piano una porta e scendere in strada controcorrente come un salmone. Si reca al lavoro quando le persone normali tornano a casa dalla famiglia o dai gatti. Va di fretta, gli piace arrivare prima degli altri. Guarda le finestre che si accendono e pensa che se è vero, come scrisse qualcuno, che le storie sono luci nel buio, anche lui è una piccola luce nel buio di questa notte. Guarda quel fiume di facce sconosciute venirgli incontro e prega che anche questa sera si compia il miracolo: che qualcuno tradisca la rassicurante monotonia del divano e della televisione per andare ad ascoltarlo e ad applaudirlo. È il suo ultimo pensiero prima di infilarsi nell'ingresso degli artisti. Sale le scale, saluta il direttore di scena, i compagni che lo hanno preceduto ed entra in camerino. Ha risalito la corrente e ora, per riprodursi, anche lui ha bisogno di una tana: le luci calde dello specchio, il costume in ordine, gli oggetti familiari della toilette e i portafortuna ordinatamente disposti davanti allo specchio.
Prima di cominciare a vestirsi raggiunge il palco e si affaccia dalle quinte. Vuole ascoltare il silenzio della scena. Il silenzio e il buio della platea deserta. La sua stessa solitudine prima del miracolo. A volte scende in platea e cammina sfiorando le poltrone vuote e poi risale sul palcoscenico arrampicandosi direttamente dal boccascena come se salisse a bordo di una barca. Gli piace sentire con il corpo il legno che lo terrà a galla durante lo spettacolo. È il suo rito di ringraziamento, di preparazione. All'improvviso le luci si accendono, la scena si risveglia e si alza in piedi. È la casa di una commedia di Molière ma sembra un quadro di Edward Hopper. Il regista ha vinto la sua sfida, le parole di Molière, nella luminosa traduzione in versi di Cesare Garboli, cantano e respirano la stessa aria che respiriamo noi.
Buio. Altre luci in dissolvenza: i piazzati della prima e della seconda americana, poi i tagli, i controluce, l'interno della casa, il fondale. Il tecnico luci sta provando le memorie dello spettacolo. Anche il teatro è luci nel buio e anche i tecnici hanno memorie. L'attore in proscenio, quasi inconsapevolmente, ha cominciato a ripetere la sua parte. A muoversi come il suo personaggio. È stato Mozart, Ungaretti, Leopardi, Carlo Emilio Gadda, ha viaggiato con Cechov, Shakespeare, Brecht, Tom Waits, Raymond Carver e Bruce Chatwin, persino con i migranti del Mediterraneo su un barcone diretto a Lampedusa. E questa sera sarà Tartufo di monsieur Molière, il capolavoro dell'ipocrisia e della menzogna. "Dove l'intelligenza e il male coincidono" ha scritto Cesare Garboli. "Tartufo è un attore, un prete, un guaritore, e, infine, un politico del 'profondo'. È un attore perché è positivo che Tartufo, dal principio alla fine, non fa che recitare".
L'attore sa che la spudoratezza di Tartufo, la sua faccia tosta da seduttore frustrato e il suo vampirismo inquieteranno e divertiranno il pubblico. Lo sentirà spesso ridere senza vergogna come se ridesse di qualcosa che conosce molto bene. Tartufo è un pluricentenario, ha più di trecentocinquanta anni, ma è in ottima forma. Lo si può ancora incontrare per strada, in televisione, dietro il tavolo di un convegno, sui banchi del Parlamento.
"Tartufo è un personaggio rivoluzionario" diceva Cesare Garboli a Carlo Cecchi in un pomeriggio di quarantasei anni fa "un servo che vuole farsi padrone e si libera della servitù con l'esercizio salutare, rassicurante, medico della politica. È di una attualità impressionante: basta sostituire l'ideologia alla religione da un secolo, il nostro, all'altro, quello di Molière, ossia la santità di una causa a un'altra e vedrai la sua attualità, vedrai tu stesso in quanti politici e intellettuali che conosci si riproduce".
Il teatro non ha paura del tempo, riesce a smuovere e a squassare i precordi di umanità lontane tra loro quanto la Terra dalla Luna. Forse il teatro è la prova che l'umanità resiste al consumo del mondo. E agli attori è dato il compito di ricordarcelo. Il teatro è la nostra vita e il suo rovescio. Il teatro siamo noi. Siamo noi gli attori e siamo noi il pubblico. È teatro quel nido di lenzuola e copriletto in cui, dopo una favola, ci preparavamo ad affrontare le terre incognite del sonno. "Oggi ho paura papà". "Mamma, mi sento solo me la racconti di nuovo?". "Adesso è tardi devi dormire, domani continuiamo". "Promesso?". "Promesso". "Non chiudere la porta, non spegnere la luce, resta ancora qui". "Devo andare ora. Lascio la porta socchiusa va bene?". "Va bene. Ma domani... domani me ne racconti un'altra?".
Sul Venerdì del 13 novembre 2020
Vorrei parlarvi dell'attore. È una sera di tournée, lo vedo chiudere piano una porta e scendere in strada controcorrente come un salmone. Si reca al lavoro quando le persone normali tornano a casa dalla famiglia o dai gatti. Va di fretta, gli piace arrivare prima degli altri. Guarda le finestre che si accendono e pensa che se è vero, come scrisse qualcuno, che le storie sono luci nel buio, anche lui è una piccola luce nel buio di questa notte. Guarda quel fiume di facce sconosciute venirgli incontro e prega che anche questa sera si compia il miracolo: che qualcuno tradisca la rassicurante monotonia del divano e della televisione per andare ad ascoltarlo e ad applaudirlo. È il suo ultimo pensiero prima di infilarsi nell'ingresso degli artisti. Sale le scale, saluta il direttore di scena, i compagni che lo hanno preceduto ed entra in camerino. Ha risalito la corrente e ora, per riprodursi, anche lui ha bisogno di una tana: le luci calde dello specchio, il costume in ordine, gli oggetti familiari della toilette e i portafortuna ordinatamente disposti davanti allo specchio.
Prima di cominciare a vestirsi raggiunge il palco e si affaccia dalle quinte. Vuole ascoltare il silenzio della scena. Il silenzio e il buio della platea deserta. La sua stessa solitudine prima del miracolo. A volte scende in platea e cammina sfiorando le poltrone vuote e poi risale sul palcoscenico arrampicandosi direttamente dal boccascena come se salisse a bordo di una barca. Gli piace sentire con il corpo il legno che lo terrà a galla durante lo spettacolo. È il suo rito di ringraziamento, di preparazione. All'improvviso le luci si accendono, la scena si risveglia e si alza in piedi. È la casa di una commedia di Molière ma sembra un quadro di Edward Hopper. Il regista ha vinto la sua sfida, le parole di Molière, nella luminosa traduzione in versi di Cesare Garboli, cantano e respirano la stessa aria che respiriamo noi.
Buio. Altre luci in dissolvenza: i piazzati della prima e della seconda americana, poi i tagli, i controluce, l'interno della casa, il fondale. Il tecnico luci sta provando le memorie dello spettacolo. Anche il teatro è luci nel buio e anche i tecnici hanno memorie. L'attore in proscenio, quasi inconsapevolmente, ha cominciato a ripetere la sua parte. A muoversi come il suo personaggio. È stato Mozart, Ungaretti, Leopardi, Carlo Emilio Gadda, ha viaggiato con Cechov, Shakespeare, Brecht, Tom Waits, Raymond Carver e Bruce Chatwin, persino con i migranti del Mediterraneo su un barcone diretto a Lampedusa. E questa sera sarà Tartufo di monsieur Molière, il capolavoro dell'ipocrisia e della menzogna. "Dove l'intelligenza e il male coincidono" ha scritto Cesare Garboli. "Tartufo è un attore, un prete, un guaritore, e, infine, un politico del 'profondo'. È un attore perché è positivo che Tartufo, dal principio alla fine, non fa che recitare".
L'attore sa che la spudoratezza di Tartufo, la sua faccia tosta da seduttore frustrato e il suo vampirismo inquieteranno e divertiranno il pubblico. Lo sentirà spesso ridere senza vergogna come se ridesse di qualcosa che conosce molto bene. Tartufo è un pluricentenario, ha più di trecentocinquanta anni, ma è in ottima forma. Lo si può ancora incontrare per strada, in televisione, dietro il tavolo di un convegno, sui banchi del Parlamento.
"Tartufo è un personaggio rivoluzionario" diceva Cesare Garboli a Carlo Cecchi in un pomeriggio di quarantasei anni fa "un servo che vuole farsi padrone e si libera della servitù con l'esercizio salutare, rassicurante, medico della politica. È di una attualità impressionante: basta sostituire l'ideologia alla religione da un secolo, il nostro, all'altro, quello di Molière, ossia la santità di una causa a un'altra e vedrai la sua attualità, vedrai tu stesso in quanti politici e intellettuali che conosci si riproduce".
Il teatro non ha paura del tempo, riesce a smuovere e a squassare i precordi di umanità lontane tra loro quanto la Terra dalla Luna. Forse il teatro è la prova che l'umanità resiste al consumo del mondo. E agli attori è dato il compito di ricordarcelo. Il teatro è la nostra vita e il suo rovescio. Il teatro siamo noi. Siamo noi gli attori e siamo noi il pubblico. È teatro quel nido di lenzuola e copriletto in cui, dopo una favola, ci preparavamo ad affrontare le terre incognite del sonno. "Oggi ho paura papà". "Mamma, mi sento solo me la racconti di nuovo?". "Adesso è tardi devi dormire, domani continuiamo". "Promesso?". "Promesso". "Non chiudere la porta, non spegnere la luce, resta ancora qui". "Devo andare ora. Lascio la porta socchiusa va bene?". "Va bene. Ma domani... domani me ne racconti un'altra?".
Sul Venerdì del 13 novembre 2020