Il Venerdì

Le cinque cose che mi mancano del Pci

(Ale+Ale) 
Il tabellone coi risultati elettorali, en-ri-co!, cantare Bandiera rossa... Fuor di propaganda abbiamo chiesto a Zoro, l’ex militante più ex militante di tutti, di dirci perché prova così tanta nostalgia (canaglia)
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DEL  PCI mi mancano i cartelloni che attaccavamo in sezione il giorno delle elezioni. Da una parte c’era il numero del seggio elettorale, dall’altro il numero dei voti, partito per partito. Man mano che i rappresentanti di lista tornavano in sezione dal seggio o telefonavano, il tabellone si riempiva. Col pennarello. I più volenterosi elaboravano le percentuali. Quelli che avevano a cuore le sorti del Paese più di quelle del quartiere, stavano in un’altra stanza a seguire le elezioni in tv.

DEL  PCI mi manca la necessità di dover sottolineare la parola “italiano” utile a specificare di quale Partito Comunista si stesse parlando. Lo facevamo per distinguerci dagli altri partiti comunisti nel mondo, considerati a fatica e col tempo sempre meno democratici e virtuosi del nostro. Ma noi eravamo Italiani, appunto, vale a dire diversi e migliori, e ci ritrovavamo a dire qualcosa di simile a “prima gli italiani” prima di alcuni italiani di adesso. Però eravamo internazionalisti.

DEL  PCI mi mancano Botteghe Oscure e la sicurezza di avere un posto dove andare, il giorno in cui si sarebbero vinte le elezioni, a festeggiare un mondo migliore, con le bandiere con la falce e martello, cantando Bandiera Rossa, ascoltando il Segretario Nazionale che usciva dal balcone solo a risultato conseguito. Purtroppo è capitato pochissime volte.

DEL  PCI mi manca Enrico Berlinguer. Quando è morto avevo 14 anni, e ho pianto tanto.

DEL  PCI mi manca l’esempio, e la certezza di essere dalla parte giusta.

Sul Venerdì del 20 novembre 2020