Sandro Veronesi se ne stava tranquillo con il suo secondo premio Strega in saccoccia, le centinaia di migliaia di copie vendute e le 25 traduzioni in corso del Colibrì. Poteva tranquillamente riposare sugli allori. E invece no. Va a succedere che torni in libreria per La nave di Teseo un suo romanzo uscito dieci anni fa, XY, e che ci si renda conto che può essere letto come profezia di quanto sta accadendo oggi con la pandemia da Covid-19. "Contiene una strana, direi sciaguratissima analogia con la situazione presente" sospira Veronesi, al telefono da una zona gialla o arancione. In breve, il romanzo narra di un immaginario paese montano, Borgo San Giuda, sul quale piomba un colossale fatto di sangue, una strage inspiegabile. Uno dei cadaveri, tanto per dirne una, presenta i morsi di uno squalo. Cercano di dipanare il mistero un prete e una psichiatra, mentre la polizia e i giudici sono impegnati a forgiare prove false perché la verità è troppo assurda per essere digerita.
Lo ha riletto?
"No, di solito non rileggo i miei libri, ma questa volta lo farò, se non altro per una ragione tecnica: capire come è stato possibile che più uscivo dalle metafore classiche e più stavo descrivendo una cosa che dieci anni dopo ci riguarda più o meno tutti".
Quale analogia l'ha colpita di più?
"L'improvvisa manifestazione di un male incomprensibile. Ogni tentativo di capire viene umiliato dalle risposte che si cercano".
I due protagonisti rappresentano la fede e la scienza. Che però implodono.
"Il prete e la psichiatra dovrebbero occuparsi del gregge, ma è già un lusso se riescono a salvare sé stessi, perché la cosa è molto più grave di quanto immaginano. Si è portati a sottovalutare l'urto psicologico. Nei fiumi di parole che si spendono sulla pandemia non vedo momenti in cui si approfondisca davvero questo aspetto. I danni permanenti saranno quelli psichici, come per i 42 abitanti del mio romanzo. I due protagonisti a un certo punto si devono isolare nella canonica, come in lockdown, per non essere contagiati dal virus della follia che li circonda, cioè la tendenza a trovare ognuno la propria risposta, a negare, a fuggire".
Il negazionismo.
"Che è una malattia mentale. Fino a ieri molti di costoro erano persone ragionevoli e adesso negano che il virus ci sia, e così hanno risolto il problema. Negare è una via di fuga classica".
Da non confondere con la "capacità negativa" che lei cita nel romanzo.
"Una teoria dello psicanalista inglese Wilfred Bion, la capacità di tollerare l'insaturo, cioè il vuoto. Saper guardare in faccia ciò che uno normalmente nega. Dobbiamo imparare ad accettare le cose che consideriamo inaccettabili".
Mi pare che non si sia troppo allenati a farlo.
"Infatti. Non erano preparati gli specialisti, figuriamoci noi".
Allude alle ormai epiche schermaglie tra i virologi?
"Non posso dire di esserne sorpreso. Hanno una psiche anche i virologi. Accorgersi che un giorno uno studio dice che se prendi il Covid sei immune e poi ne esce un altro che lo contraddice, lei capisce che siamo proprio alle basi. Alcuni di questi virologi se ne vanno per la tangente e capita che possano dare un pessimo spettacolo. Da un lato mi fanno incazzare perché non mi stanno proteggendo, dall'altro però mi fanno compassione perché li immagino più esposti di me al danno permanente di cui parlavo prima. Quando tutto questo sarà finito, ammesso che finisca, quanti di loro faranno ancora il virologo?".
Nel frattempo, noi come ci difendiamo?
"Io tra un'ora e mezza vado dallo psicoanalista. Ci andavo anche prima, ma lì ho l'impressione di proteggermi anche da questa roba qua".
In che modo?
"Avevo un problema mio: bene, concentriamoci su quello. Non è che perché adesso c'è la pandemia i miei problemi non ci sono più. Io accetto di continuare a fare quello che devo fare: allevare i miei figli, scrivere. Se io non riuscissi più a scrivere sarei come il virologo che non riesce a combattere il virus. Quell'ingranaggio che sono io funziona. D'altra parte, sono in giro da trent'anni con i miei libri, per quanto irrilevanti siano sono comunque il massimo che io potessi fare. Se scrivo una vaccata me lo dite e scrivo un'altra cosa".
Le è capitato di sentire che il successo cambiava rotta?
"No, non è questione di successo, è questione di non essere in grado di andare avanti. È accaduto con Il colibrì. Usavo un procedimento che mi sembrava molto promettente ma che non mi faceva dormire, cioè andare avanti senza struttura. Scrivo quello che mi va! Svegliavo mia moglie alle tre di notte e le dicevo: tu guadagni troppo poco, perché io adesso smetto di scrivere e quello che guadagni tu non è più abbastanza. Per ragioni diverse ho pensato che Il colibrì potesse essere il mio ultimo libro, anche perché l'ho dovuto interrompere: mi era stato diagnosticato un tumore e ho passato un anno a curarmi. E se non guarivo o se non mi dicevano che ero guarito non continuavo a scriverlo".
E invece un successo pazzesco.
"Mi ha scioccato. Ho trascorso un tempo abbastanza lungo a scrivere come atto di fede. Mi chiedevo: chi sono io per abbandonare la struttura? Mica sono Mario Vargas Llosa! Era come fare il Cubo di Rubik senza il metodo: fai una faccia, poi due, ma poi basta. Finché non l'hai finito non sai se regge oppure no".
Accettare l'inaccettabile è un'altra maniera per definire la resilienza di Marco Carrera, il protagonista del Colibrì?
"Sì, il famoso passo indietro, o due, che servono per salvarsi. XY e Il colibrì sono due romanzi molto legati, me ne sono accorto grazie a quello che sta accadendo ora. XY è la macchina e Il colibrì sono le istruzioni".
Ha detto che XY lo scrisse a causa della perdita dei suoi genitori.
"Morirono entrambi di cancro in rapida successione, senza che si potesse far nulla. Le cose per cui la medicina e la scienza ci aiutano, e sono i pilastri della nostra vita, in questo caso non ci aiutano più a capire. Ho dovuto fare uno sforzo di accettazione. Mi ero incupito, e poi ne sono uscito accettando un futuro dove non ci sono più i miei ma ci sono i miei figli, il sole, la vita. Uscito da quel lutto ho pensato che fosse un po' mio dovere raccontare quel passaggio. In XY io sono dentro ogni parola, ogni virgola, sono tutto quel libro: non ho fatto che un autoritratto".
Sul Venerdì dell'11 dicembre 2020