Vila Nova de Gaia, novembre: la clava impugnata come un randello, l’infermiera colpisce al cuore il virus, che cade in frammenti insanguinati a terra. Su una facciata scalcinata, il murale iperrealista dello street artist portoghese MrDheo sembra condensare in un’immagine vagamente pulp gli umori di questa seconda fase della pandemia. Quanto sembra lontana la rabbia di questa figura dalla calma rassicurante con cui, solo a marzo, l’eroica Super Nurse di FAKE ci fissava dritta negli occhi da un muro di Amsterdam. E sì, del Covid-19 parlano (anche) i muri.
Globale e capillare proprio come la diffusione del virus, la street art – forse fra le pratiche espressive in grado di intercettare in maniera più immediata la contemporaneità – ha raccontato e continua a raccontare la crisi che ha investito il nostro mondo. La paura, le restrizioni del contatto fisico, la pervasività dei dispositivi di protezione, il dolore, la malattia, le morti in solitudine, ma anche le speranze, la solidarietà collettiva, l’eroismo del personale sanitario. E forse, se un giorno vorremo ricostruire non solo la cronaca ma il senso profondo del nostro rapporto con questa catastrofe, potremo anche partire da qui, dalle migliaia di opere – murali, poster, stencil, sticker, “pezzi” di writer – che, giorno dopo giorno, si sono sedimentate sui muri di ogni parallelo, per mano di artisti di fama internazionale o giovani sconosciuti. Recentemente un piccolo volume di Xavier Tapiès, La street art ai tempi del coronavirus (L’Ippocampo, pp. 128, euro 12), ne ha raccolto alcune fra le più significative. Ma solo navigando nel web, fra social e portali specializzati, da sempre la principale vetrina dell’arte urbana, si può avere un’idea dell’ampiezza del fenomeno. Un racconto per immagini dell’impatto sull’immaginario collettivo di questa crisi epocale.
Già il 4 febbraio, quando i riflettori erano ancora puntati su Wuhan e il Covid sembrava una minaccia lontana, la street artist Laika raffigura sui muri romani una nota ristoratrice cinese dell’Esquilino con il cartello #JeNeSuisPasUnVirus, stigmatizzando la montante paura del contagio. Da allora il racconto della pandemia nello spazio urbano non ha conosciute soste, in una gamma amplissima di sfumature, fra dramma, ironia, cronaca, provocazione, assurdo. Il 17 febbraio, in un poster dell’italiano TvBoy comparso a Barcellona il più celebre sorriso del mondo, quello della Gioconda, scompare dietro una mascherina, mentre la cover dello smartphone nelle mani della donna reca la scritta Mobile World Virus, prima di una lunga serie di rivisitazioni per mano di street artist di icone e capolavori del passato, violati dall’incongrua presenza di simboli della nostra nuova normalità. Come se, specie nella vecchia Europa, la lacerazione provocata dalla pandemia fosse così profonda da andare a toccare le radici stesse della nostra identità culturale.
Così, agli inizi di marzo, nel quartiere londinese di Ladywell, Lionel Stanhope copre con un’accecante mascherina chirurgica l’intenso volto del Ritratto di uomo con turbante rosso di Jan van Eyck; accanto, poche settimane dopo, l’artista firma un altro grande murale, in cui le mani del Cristo della Cena in Emmaus di Caravaggio fendono lo spazio con vistosi guanti di plastica blu.
Sempre in primavera – quando è apparso chiaro che l’epidemia non sarebbe stata emergenza di pochi mesi –- anche l’opera di Banksy a Bristol, ispirata alla Ragazza con l’orecchino di perla di Jan Vermeer, viene riattualizzata, forse dallo stesso street artist, con una mascherina. Analoga sorte tocca, almeno virtualmente, anche al bellissimo murale di Linas Kaziulionis a Vilnius, rilettura di un ritratto ottocentesco di James McNeill Whistler. A Milano invece, durante il lockdown, Giuseppe Ragazzini proietta sulla facciata davanti alla finestra del suo studio la Venere di Botticelli, ovviamente con mascherina, e la mano poggiata non sul cuore, ma sui polmoni. Sempre in Europa, la street art fotografa poi l’angoscia del distanziamento, dell’impossibilità del contatto fisico: innumerevoli le immagini di abbracci e baci appassionati, rigorosamente schermati da mascherine, fra cui quelle di alcuni maestri dell’urban art, come C215 e 13 bis in Francia, seiLeise in Germania, Pøbel in Norvegia, Rebel Bear in Scozia.
Ma il bacio destinato a diventare una sorta di emblema della pandemia viene scoccato oltreoceano, fra le palme di Venice Beach: il murale con i volti di due ragazzi accostati, le labbra coperte da mascherine con dei grandi fiori, firmato da Pony Wave – street artist e tatuatrice russa di stanza a Los Angeles – è divenuto rapidamente virale. L’artista su Instagram ha tenuto a precisare che l’opera è stata realizzata prima della quarantena, invitando tutti a non uscire.
Sempre in California, un’altra donna, Corie Mattie, dispensa ottimismo e incoraggiamenti, disseminando per le strade di Hollywood, su luminosi sfondi gialli, la sua hope dealer, “spacciatrice di speranza” accompagnata da scritte come Flatten the Curve, o Cancel Plans, Not Humanity, cancella i programmi, non l’umanità.
Nei mesi più difficili, infatti, a ogni latitudine la street art ha utilizzato la propria potenza comunicativa anche per motivare alla battaglia contro il virus, diffondendo immagini e messaggi per invitare a rimanere a casa e a rispettare il distanziamento. Ovviamente in una gamma infinita di toni e sfumature: dalla ingegnosa riproposizione in chiave Covid di un successo dei Police, Don’t Stand So Close to Me, di Emmalene Blake a Dublino, all’ironia disincantata del Better to Be 6 Feet Apart Than 6 Feet Under di Tom Bob a New York.
Ma oltre a far appello ai nostri migliori sentimenti, l’arte urbana documenta anche gli egoismi individuali, gli aspetti meno nobili della nostra convivenza con la pandemia, come la corsa all’accaparramento di disinfettanti e carta igienica, protagonisti soprattutto in America di più di un’opera. Perché, se il tema comune è la tragica diffusione del Covid-19, ogni cultura lo declina a partire da sé. Ecco quindi che a Mumbai Tyler, il Banksy indiano, dipinge un serafico Buddha con mascherina, certo meno esotica e appariscente di quella che l’icona nazionale Frida Khalo indossa in un murale a Citta del Messico, mentre a Kabul, in un’opera di Shamsia Hassani, unica street artist donna afgana, le sagome del coronavirus si sovrappongono a quella di un carro armato.
Anche in Italia, primo Paese occidentale a fare i conti con la morsa dell’epidemia, i muri non hanno mai cessato di parlare, anche durante il lockdown: ad aprile Manu Invisible, rompe la quarantena per – scrive sull’autocertificazione – «comprovate esigenze lavorative», ovvero la realizzazione di un murale dedicato a una delle vittime “invisibili” del Covid-19, stretta in un abbraccio “non concesso” a un proprio caro, ancora oggi visibile non lontano dall’aeroporto di Linate. Stesso tema che Harry Greb propone in maggio a Roma, sul muro di cinta dell’Ospedale Spallanzani.
L’attenzione della street art italiana nei confronti dell’emergenza globale non accenna a diminuire neanche durante l’estate, quando l’allarme sembra rientrare. Fra reiterati omaggi al personale sanitario – a luglio a Roma nasce il progetto Diciamo insieme grazie, dodici opere di street art per altrettanti ospedali del Lazio – e letture più sottili e personali. Come quella di Blu, uno dei nostri street artist più noti a livello mondiale, che in grande murale a Campobasso, Pandemia, evoca la devastazione che il virus ha portato nelle nostre vite dipingendo una folla di panda giganti che si accaniscono sugli edifici di una citta immaginaria, stravolgendo il paesaggio urbano.
E quando il momento della ricostruzione è apparso più lontano – travolto da una seconda ondata che ci ha trovato sempre più sfiniti e disorientati – il racconto corale della street art ha continuato a registrare le emozioni profonde della nuova fase, fra pandemic fatigue, soft lockdown, negazionismi e rabbia. Così, mentre a Milano i murali di Cosimo Cheone, nati come omaggio ai medici e infermieri dell’ospedale Sacco, vengono vandalizzati e imbrattati, in quello firmato a fine ottobre da Kenny Random, a Padova, un uomo “ruba” un arcobaleno, simbolo d
In una strada romana Maupal ha affisso invece una sorta di icona bizantina in chiave pop, con Santo Stefano che ostenta una siringa da cui zampilla un liquido color paglierino. Ai lati la scritta Sacrum Vaccinum. Il poster, collocato alla fine di settembre in uno spazio per le affissioni comunali a Borgo Pio, per lungo tempo non è stato toccato né rimosso. E quando è stato danneggiato, l’intero rione ha chiesto all’artista di rimpiazzarlo con una copia, forse perché, dice Maupal, «consegna un messaggio di speranza per tutti».
Aspettando la liberazione dal virus, però, anche gli apostoli all’ultima cena devono dividersi fra tavoli separati, mentre Gesù porge loro non il pane quotidiano, ma delle mascherine. Così almeno secondo TvBoy nel suo The Divided Supper, rivisitazione del cenacolo leonardesco comparsa di recente ai Navigli di Milano.
Sul Venerdì del 31 dicembre 2020