Il Venerdì

Nuova frontiera lisergica: il ritorno dell'Lsd

Foucault con Simeon Wade in California nel 1975 (© David Wade) 
Negli anni Sessanta l’uso ludico e politico degli allucinogeni portò a una pesante repressione. Oggi scienziati e medici ne rivalutano i benefici terapeutici. Persino in Italia
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Per quarant'anni questo libro è rimasto una leggenda. La prima volta che ne sentì parlare, Heather Dundas era una studentessa dell'Università della California del Sud e pensò che fosse "difficile credere che un filosofo della statura di Michel Foucault, a quarantanove anni, avesse trovato il tempo di sperimentare delle sostanze psichedeliche in compagnia di due sconosciuti". Nei campus californiani si mormorava che il libro, un resoconto di quell'esperienza, l'avesse scritto uno dei due sconosciuti, e che nessuno l'avesse pubblicato. Dundas si mise in testa di trovarlo e utilizzarlo per scrivere "una satira sugli accademici idioti che vanno nel deserto" a farsi di acidi.

Quando conobbe Simeon Wade - così si chiamava lo sconosciuto - la voglia di ridere pian piano le passò. L'uomo confermò che lui e il suo compagno avevano assunto Lsd con Foucault nella Valle della Morte. Aggiunse che, al mattino, Foucault "piangeva e proclamava di aver conosciuto la Verità". Wade tirò fuori le foto di quel giorno (siamo nel 1975): la prova che il viaggio era avvenuto veramente. E, circa un anno dopo, consegnò a Dundas il manoscritto. S'intitolava Foucault in California e aveva un antefatto: la preparazione del piano per espandere la coscienza del "più grande intelletto del mondo", come aveva fatto Aldous Huxley per scrivere Le porte della percezione più di vent'anni prima.

Wade ricostruisce il carteggio che ebbe con Foucault prima di avvicinarlo di persona, durante una lezione a Berkeley, convincendolo a fargli visita per qualche giorno. Il momento chiave è nel tragitto per raggiungere il deserto. È in auto che gli propongono di assumere l'Lsd. Foucault accetta. Ma poi, arrivato al dunque, esita. Chiede di prendere metà dose. Gli fanno notare che in quel modo potrebbe non funzionare. Allora lui si allontana, cammina per un po' da solo, in un paesaggio primordiale, lo stesso in cui Antonioni girò le scene liberatorie di Zabriskie Point. Poi torna, e comunica che ha deciso di prendere la dose intera.

Secondo Wade (uno storico della Claremont Graduate School), le conseguenze di questa esperienza sono state decisive per l'intera opera di Foucault, al punto che, tornato a Parigi, avrebbe stracciato il secondo manoscritto della Storia della sessualità e avrebbe ripensato daccapo l'intero progetto. Da un paio d'anni - grazie al lavoro di quella studentessa che non credeva alle proprie orecchie - anche gli altri studiosi possono valutare la portata di questa esperienza, perché nel 2018 il libro è stato pubblicato negli Stati Uniti e, di recente, tradotto in Francia (a fine giugno, lo sarà in Germania). Peccato che Wade, morto nel 2017, non abbia vissuto abbastanza da poterlo vedere in libreria.

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Chi non studia Foucault per mestiere si domanda perché siano dovuti passare più di quarant'anni per fare uscire un libro che svela un lato inedito di un autore cruciale del Novecento: un lavoro che le case editrici avrebbero dovuto contendersi ferocemente, tanto più che Foucault lo aveva autorizzato il 16 settembre 1978 con una lettera in cui, tra l'altro, scriveva a Wade: "Come si fa a non amarti?". Per cercare la risposta si deve uscire dal campo degli studi foucaultiani ed entrare in quello delle nuove ricerche sulle sostanze psichedeliche, riprese da una quindicina d'anni. Chiedo a uno scienziato autorevole e informato, il fisico Carlo Rovelli, di darmi un'idea di quanto siano accreditati questi studi nella comunità scientifica mondiale e lui risponde che "sono ricerche molto serie, importanti per diversi motivi".

L’Lsd viene di solito consumato tenendo in bocca dei francobollini imbevuti della sostanza (Getty Images) 

I viaggi buoni

Da qualche anno si sente parlare di "Rinascimento psichedelico", ma mi sono reso conto della sua rilevanza solo quando ho visto che su Netflix c'è un documentario, Have a good trip (Un buon trip- avventure psichedeliche in italiano) nel quale attori, scrittori e musicisti raccontano serenamente le loro esperienze con gli psichedelici, mentre psichiatri e scienziati informano sugli studi che stanno conducendo. Per fare questo lavoro, gli sceneggiatori hanno dovuto gestire una materia emotiva molto complessa: il panico diffuso dopo la proibizione dell'Lsd, a partire dalla seconda metà degli anni Sessanta, alimentato dall'anatema che le autorità pubbliche scagliarono sulle sostanze psichedeliche. Il culmine fu raggiunto quando il presidente Nixon disse che Timothy Leary - il professore di Harvard che, incoraggiato dal poeta Allen Ginsberg, era diventato l'apostolo dell'uso politico delle sostanze - era "la persona più pericolosa d'America".

Per tutti questi anni, il libro che racconta l'esperienza di Foucault con l'Lsd si è scontrato con un clima morale tenacemente inospitale, nel quale accostare il nome di un intellettuale del suo livello a una sostanza così demonizzata era ritenuta un'operazione poco raccomandabile dal punto di vista editoriale. Ha cominciato a non esserlo più dal giorno in cui il chimico che sintetizzò la molecola dell'Lsd nel 1938, Albert Hofmann, festeggiò luminosamente il suo centesimo compleanno a Basilea, insieme ad ammiratori e studiosi. Era l'inizio di gennaio del 2006 e i partecipanti alle discussioni scientifiche si augurarono che le ricerche intorno alla sostanza che il poeta e medico Walter Vogt aveva definito "la sola e unica invenzione gioiosa del Ventesimo secolo" potessero riprendere, dopo l'interruzione brutale che seguì il bando degli allucinogeni, inclusi nella prima tabella, quella delle droghe più pericolose.

Furono accontentati: nello stesso anno apparve sulla rivista Psychopharmacology l'articolo che riapriva i giochi. Lo firmava Roland Griffiths, uno scienziato che non aveva nulla a che fare con la Summer of Love e gli Acid test raccontati strepitosamente da Tom Wolfe. La ricerca mostrava gli effetti che la psilocibina (una molecola che si trova in alcuni funghi) aveva su individui sani, dando accesso a un senso di fusione con la natura e l'universo, accostato a esperienze mistiche. L'accoglienza che ricevette lo studio fu entusiasta e, da allora, negli Stati Uniti, le ricerche ricominciarono. La sperimentazione farmacologica - effettuata in luoghi studiati, con terapeuti esperti e una preparazione preliminare - ha prodotto risultati nella cura delle depressioni gravi e delle dipendenze, e anche per lenire l'angoscia della morte in pazienti con diagnosi irreversibile. "Ci sono indicazioni piuttosto forti" dice Rovelli "che queste sostanze possano avere applicazioni mediche significative, che possono portare sollievo alla sofferenza".

Parte di questi risultati era già emersa nelle sperimentazioni condotte dagli anni Cinquanta e fu completamente rimossa dopo la proibizione. Tanto che si rimane increduli nell'apprendere - leggendo il fondamentale libro di Michael Pollan, Come cambiare la tua mente (Adelphi) - che un buon numero di ricerche recenti non è altro che la ripresa, la messa a punto, il perfezionamento di percorsi già iniziati molti anni fa. Come se per obbedire a un tabù, l'umanità avesse perso quarant'anni di possibilità di conoscenza.

La scommessa psichedelica

All'interno del mondo dei ricercatori, tuttavia, non si biasimano solo le autorità. Buona parte degli studiosi è severa anche nei confronti di chi - come lo stesso Leary - incoraggiò l'uso di massa, in vista di uno sconvolgimento politico della società. Fu anche questo a produrre la reazione repressiva: limitante per il singolo che volesse farne uso, ma catastrofica per la ricerca.

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Oggi, la frontiera più avanzata delle scoperte è quella neurologica e ha il suo centro in Gran Bretagna. E in Italia? Non trovo facilmente uno studioso che abbia dimestichezza con queste ricerche, ma dopo qualche telefonata riesco a individuarne uno. È Gaetano Di Chiara, oggi farmacologo dell'Università di Cagliari e già presidente della Società Europea di Neuroscienze. Osserva che le riviste su cui sono pubblicati gli studi "sono molto autorevoli". Ritiene che le ricerche disegnino uno "scenario concettuale", ma abbiano il limite di "non essere facilmente traducibili in termini concreti".

Dagli anni Cinquanta anche in Italia ci sono stati studi sugli psichedelici. Chiunque li voglia conoscere non può prescindere dalla figura di Giorgio Samorini, un ricercatore indipendente che ha recuperato i lavori che sono stati fatti nel nostro Paese, andandoli a scovare uno per uno negli archivi degli ospedali psichiatrici. "Può immaginare" mi dice, "lo stato dei luoghi in cui ho dovuto recuperarli". Oggi questo patrimonio di pubblicazioni si trova online sul suo sito internet (samorini.it). Assieme ad Adriana D'Arienzo, Samorini è l'unico nel nostro Paese a insegnare all'Università le proprietà dei funghi allucinogeni (insieme a quelle  degli altri funghi medicinali) nel suo corso all'Ateneo di Padova.

Samorini mi racconta che in Italia si rivolgono a lui medici, farmacologi, psichiatri, psicoterapeuti per individuare documenti e cercare consulenze. Se c'è qualcuno che sperimenta le sostanze per una terapia, come pure mi sussurrano, mai ne parlerebbe in pubblico: sarebbe radiato immediatamente dal proprio ordine.

Grazie a Federico di Vita, curatore del volume collettivo La scommessa psichedelica (Quodlibet), riesco a contattare uno psichiatra, Piero Cipriano, che lavora al San Filippo Neri di Roma. Basagliano, da anni critica l'uso esagerato degli psicofarmaci nelle cure dei disturbi mentali. "Mancava però la proposta" dice. Perciò ha intrapreso una ricerca nel campo dell'etnopsichiatria e ha approfondito l'uso delle proprietà curative delle sostanze psichedeliche naturali in varie culture del mondo. I risultati li pubblicherà in un saggio a cui sta lavorando: ha dentro una tesi suggestiva, secondo la quale negli anni Cinquanta-Sessanta si scontrarono due gruppi di sostanze diverse, gli antipsicotici che rallentano e contraggono l'attività cerebrale e gli psichedelici che invece espandono e moltiplicano le connessioni neuronali. "Vinsero le prime", dice, "ma oggi la partita si è riaperta".

In Italia, in realtà, non ancora: gli studi sono bloccati da decenni e Carlo Rovelli ancora non se ne capacita. "Mi auguro che siano riconsiderati divieti insensati", dice. "Il blocco delle ricerche scientifiche nacque da un momento di panico negli anni Settanta, ed è ovviamente irrazionale. Sono gli struzzi che quando hanno paura di qualcosa preferiscono nascondere la testa nella sabbia e non guardare. Non è evitando di studiare qualcosa che ci difendiamo da eventuali pericoli". È innanzitutto una volontà di sapere. Sulla quale neanche Foucault, probabilmente, avrebbe avuto nulla da ridire.

Sul Venerdì del 9 aprile 2021