Ci sono le miniere virtuali – potenti computer impegnati in calcoli lunghi e dispendiosissimi per "estrarre" criptovalute – e ci sono le miniere vere. Come la gigantesca voragine che vedete qui sopra, nell'immagine di Google Maps: un buco largo più di 1.200 metri e profondo 525, che è stata a lungo la miniera di diamanti più produttiva del mondo. Si trova a Mirnyj, una città della Siberia (anzi, più precisamente della Jacuzia, regione cara a tutti i giocatori di Risiko) fondata negli anni Cinquanta proprio attorno a quel giacimento.
Mirnyj – che ha circa 35 mila abitanti e una temperatura che d'inverno raggiunge regolarmente i 30 gradi sotto zero – non l'avevo mai sentita nominare, ma l'ho trovata citata assieme ad altri luoghi dai nomi esotici o sinistri – Chanty-Mansijsk, centro dell'industria petrolifera siberiana; Magadan, sede del più terrificante e criminale dei gulag; Karakorum/Harhorin, antica capitale dei Mongoli di Gengis Khan – in un servizio che parla di qualcosa che nessuno assocerebbe a quelle terre gelide e sconfinate: i pianoforti. Sophy Roberts, giornalista e viaggiatrice inglese, ha infatti scoperto che già dall'epoca degli zar l'espansione verso est dell'impero russo è stata accompagnata da centinaia di strumenti musicali destinati all'intrattenimento delle famiglie di militari e mercanti o, più tardi, all'educazione della gioventù comunista. Roberts ha seguito le tracce di quella storia, ha scovato vecchi pianoforti in cantine abbandonate o addirittura sotto tende nomadi, e ha raccontato tutto in un libro, Il suono perduto della Siberia, appena uscito anche da noi. Alberto Riva lo racconta sul Venerdì di oggi, ed è una lettura davvero sorprendente. Intanto, zoomando il più possibile all'indietro quella stessa schermata di Google Maps, si può vedere quanto è lontana da tutto Mirnyj, con la sua miniera e i suoi pianoforti perduti.
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