A Kabul la sera andavamo all'Atmosphere
di Giuliano Battiston , di Giuliano BattistonDI RITORNO DA KABUL. In Afghanistan Bruce Chatwin inseguiva i kafir, la misteriosa popolazione del Kafiristan, la terra degli “infedeli” che per ultima si convertì all’Islam diventando Nuristan, la terra della luce. Gli expat cercavano invece i cocktail dell’Atmò, il più famoso locale per stranieri di Kabul.
Il 15 agosto 2021 la capitale è finita nelle mani dei talebani, dopo una rapidissima offensiva militare che ha messo fine alla Repubblica islamica d’Afghanistan, nata nel 2001 dopo il rovesciamento dell’Emirato. Ma l’epoca d’oro degli expat era già finita da un pezzo. «L’Atmosphere? Mai sentito nominare», ci risponde Mir Ahmad Siar. Poco più che ventenne, capelli impomatati, Siar gestisce The Wood Cafè, un locale alla moda nel quartiere residenziale di Qala-e-Fatullah. Fuori sembra una lussuosa baita di montagna. All’interno ci sono gruppi di uomini e donne che…
DI RITORNO DA KABUL. In Afghanistan Bruce Chatwin inseguiva i kafir, la misteriosa popolazione del Kafiristan, la terra degli “infedeli” che per ultima si convertì all’Islam diventando Nuristan, la terra della luce. Gli expat cercavano invece i cocktail dell’Atmò, il più famoso locale per stranieri di Kabul.
Il 15 agosto 2021 la capitale è finita nelle mani dei talebani, dopo una rapidissima offensiva militare che ha messo fine alla Repubblica islamica d’Afghanistan, nata nel 2001 dopo il rovesciamento dell’Emirato. Ma l’epoca d’oro degli expat era già finita da un pezzo. «L’Atmosphere? Mai sentito nominare», ci risponde Mir Ahmad Siar. Poco più che ventenne, capelli impomatati, Siar gestisce The Wood Cafè, un locale alla moda nel quartiere residenziale di Qala-e-Fatullah. Fuori sembra una lussuosa baita di montagna. All’interno ci sono gruppi di uomini e donne che fumano pipe ad acqua e bevono tè al miele e limone. Una coppia si scambia gesti di intimità. Ora che i talebani sono entrati all’Arg, il palazzo presidenziale, è difficile che possano continuare a farlo.
Tra piscina e ping pong
Dalle ampie vetrate del Wood Café si vede l’edificio che ospitò l’Atmosphere. Aperto nel 2004 da Marc Victor, giornalista francese e giramondo, è stato a lungo la destinazione preferita degli expat di Kabul. Funzionari dell’Onu e delle Ong, diplomatici in carriera, giornalisti, mercenari, consulenti, gli espatriati sono stati un elemento distintivo dell’Afghanistan post-talebano. All’Atmosphere ci sono andati tutti, almeno una volta. «Era il posto più carino e popolare per chi faceva parte della comunità internazionale», racconta Federico Romoli, che nel Paese è stato prima tra il 2006 e il 2007, poi tra il 2016 e il 2020, anche per la Cooperazione italiana. «Era chic ma accogliente: una piscina, il ping-pong, ottimo cibo. E poi si trovava l’alcol. Perfino il vino francese». Carpaccio de Coquilles Saint-Jacques, ravioles de foie gras, consommé de bœuf epicé, filet de poisson. Vino rosso, superalcolici e wifi. Il menù compare ancora sul blog dell’Atmò, attivo nonostante il locale sia ormai chiuso. Ci sono anche alcune foto. Risalgono a pochi anni fa ma sembrano già vintage. Frammenti digitali dell’epoca d’oro degli expat a Kabul.
«L’Afghanistan è stato per anni una sorta di hub per il settore della cooperazione allo sviluppo. Tutti volevano andarci», spiega Romoli. C’era «chi aveva intenzioni predatorie e voleva solo far soldi, ma c’era anche chi era realmente motivato». Per Francesca Recchia, studiosa del rapporto tra geopolitica e processi culturali, a lungo residente a Kabul, la comunità degli espatriati è sempre stata un po’ nostalgica: «Già nel 2011, quando sono arrivata io, si rimpiangevano i tempi migliori, le feste degli anni precedenti, dal 2008-2009 in avanti». Quella degli expat è una comunità perlopiù giovane, festaiola. «La maggior parte erano sui venti o trent’anni». Al lavoro in un ambiente ostile, o almeno percepito come tale, la sera cercano il divertimento. Soprattutto il giovedì sera, giorno prefestivo. Victor cede il locale nel 2008, per tornare a Parigi. Lì scrive un libro da cui viene tratta una serie televisiva, Kaboul Kitchen. Nella serie c’è poco Afghanistan, ma molto alcol, molto sesso, molte droghe.
Dalle feste ai compound
Quella che Francesca Recchia definisce «promiscuità sociale» si conserva anche quando le condizioni di sicurezza peggiorano. «C’è sempre stata una divisione tra chi non aveva mai messo piede in città e viveva blindato nei compound e chi invece cercava di scoprire Kabul e il Paese. Ma poi le cose sono cambiate un po’ per tutti gli stranieri», spiega Recchia, autrice con il fotografo Lorenzo Tugnoli di The Little Book of Kabul. Cambiano «in particolare dopo gli attentati del 2014, prima al Serena Hotel», l’hotel di lusso di fronte al mausoleo di Abdur Rahman Khan, “l’Emiro di ferro” di fine Ottocento. Poi alla Taverna du Liban, popolarissimo ristorante di Wazir Akhbar Khan, il quartiere diplomatico che porta il nome di un capo della resistenza contro gli inglesi. L’attacco alla Taverna, gremita di ospiti, avviene venerdì 17 gennaio 2014, giorno di festa. Un commando talebano assalta il locale. Ventuno morti.
La libertà di movimento degli expat viene ulteriormente ridotta. I protocolli si fanno più restrittivi. La bolla degli stranieri si stringe. Fuori c’è Kabul, città in rapida espansione demografica che arriva a 5, forse 6 milioni di abitanti. Dentro gli stranieri, il cui perimetro di libertà si stringe progressivamente. Nella bolla finisce anche Shiema Belquise Zikria, afghana-statunitense di 38 anni. Nata e cresciuta negli Stati Uniti, Belquise Zikria arriva in Afghanistan nel maggio del 2017. Lavora per una Ong locale che si batte per i diritti delle donne, poi viene assunta dal Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo. Opera nel settore della giustizia e della sicurezza. All’inizio gode della libertà associata alla sua identità duplice, ibrida. Statunitense ma anche afghana: «Vivevo nel centro della città, a Shar-e-Now», il quartiere dei negozi alla moda, dello sfoggio degli abiti nuovi, dei bambini che chiedono l’elemosina e dei caffè affollati. Conduce una vita normale. Ma attentati, sequestri ed esplosioni fanno finire anche lei tra gli expat. «Sono andata a vivere in un compound delle Nazioni Unite, lungo la Jalalabad road», la via che dalla capitale, dopo tornanti mozzafiato e gole strette e ripide, conduce alla provincia di Nangarhar, poi verso il Pakistan. «Nel compound c’era chi veniva dagli Usa, dal Canada, dall’Europa. C’era gente da tutto il mondo e di ogni genere. Funzionari con esperienza in aree di conflitto, come Iraq e Sudan, ma anche tanti giovani inesperti».
Sulle orme di Burnes
La comunità degli stranieri diventa sempre più “introversa”. Feste, cene, sbronze si fanno quasi rituali. Esorcismi per scongiurare e allontanare il pericolo. «Si passava molto tempo a socializzare, a bere, a frequentare feste ed eventi», racconta ancora Belquise Zikria. L’alcol sempre disponibile: «C’erano ex soldati, diventati consulenti, che frequentavano le feste solo per bere forte». Si beveva forte anche nelle lussuose case degli alti funzionari afghani, frequentate dall’elite del Paese. La frenetica attività serale era «un modo per sentirsi normali» in un contesto che non lo era, spiega la funzionaria Onu. Che nel maggio 2019, dopo 7 mesi in un compound fortificato, lascia il Paese. «Ero andata per riconnettermi con le mie radici, per mangiare gelati a Shar-e-Now, per conoscere meglio i miei parenti. Tutte cose diventate impossibili». È partita prima che i talebani tornassero al potere, ma dopo aver conosciuto Federico Romoli, oggi suo marito.
Nei giorni scorsi quasi tutti gli expat sono stati evacuati. A rimanere quasi soltanto quelli che Recchia chiama «gli eredi di Alexander Burnes», l’agente delle Highlands scozzesi al servizio di Sua Maestà britannica che alla metà dell’Ottocento, per impedire che i russi stringessero un’alleanza con il sovrano afghano, diede inizio al Grande Gioco. Gli eredi di Burnes abitano a Kabul. Nel Nuristan, a cercare i kafir di Bruce Chatwin, non ci mette più piede nessuno.
Sul Venerdì del 27 agosto 2021