Un ponte cancella la Bosnia
di Raffaele Oriani , di Raffaele OrianiPELJEŠAC (Croazia). All'inizio è solo uno scorcio, poi si avvicina, sparisce, sbuca di nuovo, finché la costa adriatica ce lo impone dietro l'ultima curva: il ponte di Pelješac unisce la terraferma croata e l'omonima penisola che gli italiani di Dalmazia hanno sempre chiamato Sabbioncello. Penisola, non isola. E già qui si capisce che qualcosa non torna, la storia è involuta, questa splendida campata di 2,4 chilometri nasconde una curvatura più ardita di quella che si offre all'orizzonte. Di qua il paesino turistico di Komarna: "D'inverno siamo in sessanta" ci dice una giovane barista. Di là la quiete di Brijesta: "Nemmeno d'estate siamo più di cinquanta" ci assicurano in una delle cinque case con bimbi del paese.
I due villaggi sono incantevoli, ma non è per i loro 110 abitanti che lo scorso 28 luglio tutta la Croazia ha festeggiato la posa del 165° e ultimo ta…
PELJEŠAC (Croazia). All'inizio è solo uno scorcio, poi si avvicina, sparisce, sbuca di nuovo, finché la costa adriatica ce lo impone dietro l'ultima curva: il ponte di Pelješac unisce la terraferma croata e l'omonima penisola che gli italiani di Dalmazia hanno sempre chiamato Sabbioncello. Penisola, non isola. E già qui si capisce che qualcosa non torna, la storia è involuta, questa splendida campata di 2,4 chilometri nasconde una curvatura più ardita di quella che si offre all'orizzonte. Di qua il paesino turistico di Komarna: "D'inverno siamo in sessanta" ci dice una giovane barista. Di là la quiete di Brijesta: "Nemmeno d'estate siamo più di cinquanta" ci assicurano in una delle cinque case con bimbi del paese.
I due villaggi sono incantevoli, ma non è per i loro 110 abitanti che lo scorso 28 luglio tutta la Croazia ha festeggiato la posa del 165° e ultimo tassello del ponte: secondo il premier Andrej Plenkovic, l'arco d'acciaio e cemento "è uno straordinario successo del popolo e del governo croato, che così risolvono un problema vecchio di oltre trecento anni".
È per questo che l'Unione Europea ha finanziato l'85 per cento della spesa. Nulla in Croazia ha meritato tanta attenzione da parte di Bruxelles: l'imponente programma di digitalizzazione delle scuole primarie e secondarie ha ricevuto 111 milioni di euro di finanziamento. Il ponte di Pelješac, ben 357.
Costa interrotta
Il Pelješki Most unisce due parti di un unico Stato. Prima di diventare una delle regine del turismo europeo, la città di Dubrovnik è stata Ragusa, repubblica marinara sempre in lotta con Venezia. A fine '600 i ragusei regalarono al sultano turco il porticciolo di Neum per pararsi le spalle dalle incursioni della Serenissima. Dopo gli infiniti ghirigori della storia, i 1777 chilometri della costa croata sono tuttora interrotti da venti chilometri di costa riservati ai lontani eredi del Sultano, ovvero alla Bosnia Erzegovina. Da quando non c'è più la Jugoslavia, per andare da Spalato a Dubrovnik bisogna quindi uscire dalla Croazia, entrare in Bosnia, uscire dalla Bosnia e rientrare in Croazia: d'inverno non se ne accorge nessuno, ad agosto può essere un tormento.
Il ponte di Pelješac allunga la strada ma bypassa i confini: non per nulla quasi in contemporanea con la posa dell'ultimo segmento d'acciaio, il Parlamento Europeo ha dato il via libera all'entrata della Croazia (membro dell'Unione dal 2013) nell'area Schengen di libera circolazione. Tagliata fuori la Bosnia, vissero tutti felici e contenti: gli europei che hanno garantita la tenuta stagna dei propri confini, i croati che - come ha detto pomposamente Plenkovic - "dal prossimo anno raggiungeranno Dubrovnik solo su suolo croato", e le imprese cinesi che, in barba a ogni turbolenza geopolitica, in soli tre anni hanno costruito il ponte dando prova di perizia ed efficienza sbalorditive. Ma in tanto tripudio, che ne è di Neum? E della Bosnia?
Tutto per la patria
Ancora in Croazia, ma a pochi metri dal confine, un chiosco offre liquori e caffè in una piazzola con vista sul ponte. Il proprietario sa che dalla prossima estate di qui non passerà più nessuno: "E allora? Per la madrepatria questo e altro!". Gli chiedo se non sarebbe stata più logica una soluzione meno faraonica, magari temporanea, in attesa dell'ingresso della Bosnia Erzegovina nell'Unione Europea: "Non ci entrerà mai, e anzi, divisa com'è tra croati, serbi e musulmani, fra dieci anni la Bosnia non esisterà più".
Ecco dove la curvatura inizia a farsi più ardita, o perlomeno più involuta della sua proiezione in cemento: il ponte è indispensabile, la spesa indiscutibile, perché questo resterà a lungo il confine tra chi sta dentro e chi sta fuori dall'Europa. Alto, grosso e sicuro di sé, il nostro interlocutore è un reduce delle guerre degli anni Novanta. "Mi sono arruolato a sedici anni, ho smesso a ventuno".
Ma anche allontanandosi dal chiosco, passando il confine ed entrando in Bosnia, in tanti sembrano pensarla come lui: "Non c'era altra soluzione" fa un ventenne che lavora in un albergo di Neum. "La Croazia ha fatto benissimo a riunire il suo territorio una volta per tutte". Alla domanda sul senso di questo ponte qualora la Bosnia entrasse nella Ue, una signora si mette a ridere mentre una ragazza solleva le spalle: "Sei mai stato nella Bosnia interna?". Non so se intenda la Bosnia serba o musulmana, ma certo è che qui i cittadini bosniaci sono al 97 per cento di etnia croata, eleggono un sindaco affiliato ai nazionalisti di Zagabria, e hanno l'aria di non scommettere un marco bosniaco o una kuna croata sul futuro europeo - o semplicemente sul futuro - del loro Paese. A Neum perfino il Municipio preferisce esporre la bandiera croata al posto di quella bosniaca.
Dopo la pace di Dayton
Il ponte di Pelješac sembra unire due rive ma serve a saltare un confine: "Non sappiamo quante macchine lo attraverseranno, sappiamo solo che garantirà la continuità territoriale dello Stato" ci dice Davor Peric, portavoce di Hrvatske Ceste, le autostrade croate. Poi aggiunge: "È progettato per durare più di cent'anni". Ecco, come si è arrivati a questa sorta di scommessa plurisecolare sull'esclusione della Bosnia dal consesso europeo? Nel 1995 la pace di Dayton mette fine a tre anni di massacri dividendo la Bosnia in una federazione croato-musulmana e una repubblica serba: "Appena dieci anni dopo seguivamo a ruota la Croazia come possibili candidati all'ingresso nell'Unione" ci dice Nedžma Džananovic, politologa dell'Università di Sarajevo. "Ma da allora la pressione prima della Serbia, poi della Croazia sulle rispettive comunità etniche si è fatta sempre più forte, impedendo la corretta gestione della cosa pubblica". Džananovic ammette che il suo Paese è in uno stato disfunzionale: "È vero, a Belgrado, Zagabria e Bruxelles lo dicono tutti: ma è come se qualcuno ti afferrasse alla gola e poi ti rimproverasse di non saper respirare".
Lo stesso ponte di Pelješac è stato lo specchio di questo disagio: quando i politici di Sarajevo hanno provato a bloccarlo con un arbitrato internazionale, il leader dei serbi di Bosnia ha posto il veto; quando lo scorso 28 luglio si è celebrato il completamento della struttura, il leader dei croati di Bosnia era tra gli ospiti d'onore.
Addio ai sogni europei
Per il governo croato il ponte di Pelješac è il simbolo dell'unità della patria, per la Commissione europea "incarna il nostro impegno a rimuovere le barriere e avvicinare i popoli". Ma un investimento del genere sarebbe impensabile per neutralizzare un confine tra due Paesi dell'Unione: oltre all'unità croata e le buone intenzioni di Bruxelles, questo ponte rischia di simboleggiare il congedo della Bosnia dai suoi sogni europei. Di nuovo, com'è potuto accadere? Zlatko Dizdarevic, diplomatico e scrittore, ha guidato la mitica redazione di guerra del quotidiano Oslobodenje durante i 1425 giorni dell'assedio di Sarajevo: "Eravamo in 18, a 50 metri dal fronte" racconta al Venerdì. "E quando un giornalista francese ci fece una foto ci rendemmo conto di riflettere esattamente la composizione etnica del nostro Paese".
Tutti uniti in tempo di guerra. Ma dopo venticinque anni di pace, la Bosnia è più divisa che mai: "Dagli accordi di Dayton qui tutto è bloccato nella gabbia comunitaria di serbi, croati e musulmani: chi come me continua a considerarsi semplicemente cittadino della Bosnia Erzegovina, al censimento deve registrarsi come altro". Il risultato è una cultura politica che fomenta l'odio per mantenere il potere: "I nostri leader nazionalisti mirano ad affossare lo Stato, ma il peggio è che stanno distruggendo la società". La prossima primavera saranno trent'anni dall'inizio della mattanza bosniaca: un'Europa davvero unita avrebbe potuto usare il trentennale (come il ventennale, forse anche il decennale) per provare a smontare le gabbie di Dayton. Preferirà sigillare il confine accogliendo le prime macchine sul ponte di Pelješac.
Sul Venerdì del 24 settembre 2021