Bella mossa dopo spettacoli e film dichiaratamente politici. Milo Rau torna in Italia e suscita interesse con uno spettacolo che è semplicemente un composto e calmo dialogo sulla morte e sull'amore. Si intitola Everywoman e, cifra più cifra meno (nemmeno lui lo sa bene), è il venticinquesimo lavoro teatrale del 44enne regista svizzero di cinema e teatro, direttore artistico del NTGent in Belgio, casa a Colonia in Germania, presenza importante nella scena internazionale per la caparbietà e lucidità con cui svela risvolti sconsolanti o horror del nostro mondo: che sia l'inquietante ritratto sulla pedofilia di Five Easy Pieces o i più didascalici Il nuovo Vangelo sulle rivolte dei braccianti neri nel Sud Italia, Mitleid. Die Geschichte des Maschinengewehrs (viaggio politico nella guerra civile congolese) o Lenin sulle ultime due settimane di vita del rivoluzionario russo.
Scritto da Carmen Hornbostel e Christian Tschirner e interpretato dall'attrice Ursina Lardi (Helga Bedau è invece solo in video), Everywoman debutta in prima nazionale al Teatro Strehler dal 14 ottobre, principale ospitalità della prima parte di stagione del Piccolo di Milano. Lo spettacolo, in tedesco con soprattitoli, sposta l'universo artistico di Milo Rau verso pensieri più intimi.
Più teatro e meno politica?
"Io mi sento sempre in questa dialettica: mentre giravo il film Il nuovo Vangelo, o mentre stavo creando, con collegamenti zoom in tutto il mondo, la Scuola di Resistenza, il network di artisti e attivisti impegnati nel cambiamento, allestivo Everywoman e Familie, molto più intimi. Io credo di aver sempre lavorato su entrambi i fronti, trovando delle potenzialità di connessione interessanti. A Gent ha da poco debuttato il nuovo lavoro, Grief and Beauty, anch'esso sulla fine della vita e la perdita, tant'è che io stesso mi sono detto, "sto facendo un altro lavoro sulla morte". Ma l'altra faccia della medaglia è che se qualcuno mi ha conosciuto prima per questi spettacoli e poi per i miei lavori più militanti, mi chiederebbe perché non faccio più arte, ma politica".
Incuriosisce che per Everywoman lei si sia ispirato a un caposaldo della letteratura di lingua tedesca, un testo allegorico come Ognuno di Hugo von Hofmannsthal.
"L'anno scorso ero stato invitato a Salisburgo, per il centenario del festival, a mettere in scena quel testo che mi sembrava troppo retorico, scritto in un linguaggio esagerato, fatto di figure allegoriche, e tutto volto a eliminare il senso di morte. Eravamo nel pieno della pandemia, a me pareva invece che la morte fosse qualcosa di molto più vicina a noi tutti. Mi rimbalzavano domande sul perché la gente muore sola, perché ci fa paura la morte. Io volevo che ci fosse anche lo sguardo dell'amore verso la morte".
Il protagonista ora però è una donna. C'è un motivo?
"Non per ragioni femministe. Con Ursina avevamo pensato di fare un lavoro in Brasile sul senso dell'essere artista nel mondo capitalista, quando il coronavirus ci ha costretto alla cancellazione del viaggio. Ma volevamo lavorare insieme. A partire da Hofmannsthal abbiamo fatto una ricerca sulle persone che si trovano di fronte alla morte. E abbiamo trovato Helga Bedau: lei non era un'attrice, ma un'insegnante, con un cancro al pancreas ed era pronta a parlare in video della sua situazione e delle sue paure. Lei e Ursina dialogano intrecciando alcune parti del testo di Hofmannsthal con momenti delle loro autobiografie".
Per dire cosa?
"Per me questo è un lavoro filosofico, su cosa possiamo dire davanti alla morte, chi siamo rispetto a essa, come possiamo attraverso la solidarietà, la musica, il pensiero, confrontarci con chi muore".
Secondo lei è possibile non essere soli in quel momento?
"Da marxista credo ci sia sempre una questione di solidarietà profonda tra esseri umani, a livello sociale ma anche, e questo è l'altro lato, a livello privato, dove la solidarietà con l'altro si confronta con il solipsismo, con la solitudine, fisica e esistenziale della nostre vite. La morte è qualcosa di solitario, ovvio, ma mi sono chiesto come possiamo in quel momento tornare a quello sguardo pieno di amore della madre di Ognuno di Hofmannsthal, come possiamo trovare uno sguardo che vegli su di noi. C'è un momento pieno di eternità nello spettacolo: Ursina ascolta una canzone, e dice quanto quella musica non la faccia sentire sola. È un legame filosofico ed esistenziale con il resto del mondo, un approccio attivo alla solitudine. Ecco forse qualcosa del genere può riguardare la morte".
Il teatro può fare altrettanto?
"Ursina mi ha confessato che il momento che ama di più di questo lavoro è quando lo spettacolo finisce e ancora non c'è l'applauso, quell'attimo di pausa collettiva in cui tutti aspettano qualcosa. Questi sono i momenti in teatro pregni di realtà, che magari non fanno parte della storia che si è vista, ma che sono complementari e raccolgono tutte le emozioni".
Lei prima ha detto di essere marxista. Cosa vuol dire oggi?
"Il marxismo è una teoria, ma anche un approccio che non guarda al prodotto finale, ma al processo di produzione: questo è il mio approccio. In Il nuovo Vangelo, per esempio, i rifugiati non sono stati coinvolti per le riprese e poi basta. Tutti hanno avuto la stessa paga e tutti sono stati coinvolti nella distribuzione del film. Nella mia testa il marxismo è un approccio globale alle cose: se coltivi pomodori sai che è meglio farlo con l'agricoltura biologica ed è meglio se le persone che fai lavorare sono pagate equamente".
In che modo vive il successo internazionale?
"È cambiato poco dagli inizi, almeno artisticamente parlando. Io mi sento sempre come fosse la prima volta, ogni tappa conosci meglio gli strumenti del tuo lavoro e come raccontare una storia nuova, ma anche i timori di non saperlo fare. Per me è stato molto utile essere direttore artistico, per vedere creatori più anziani, come Luk Perceval, che ha una ventina di anni più di me, o Alain Platel che quando lavorano si impantanano come me. Quello che il successo ha cambiato non è nulla di intimo ma semmai di esteriore: ora trovare i fondi per i miei film è molto più facile".