Ricordate il grande blackout informatico di una decina di giorni fa? Per qualche ora, nel pomeriggio del 4 ottobre, Facebook, Instagram, Whatsapp e altri pilastri dell'impero Zuckerberg sono scomparsi dalla rete. Sembravano inghiottiti in un buco nero, e con loro le parole, le fotografie, i ricordi, le conversazioni di lavoro, i rapporti umani, gli odi e gli amori che molti di noi gli hanno affidato in questi anni. Mentre ancora ci chiedevamo se fosse una sciagura o una liberazione, Facebook & c. sono tornati accessibili, noi siamo tornati a usarli per imprecare o ironizzare sul loro stesso disservizio, e poi ce lo siamo dimenticato.
Santa Clara è una cittadina della Silicon Valley, e come si vede dalla mappa in alto, lì i data center che fanno girare i giganti della rete sono a ogni angolo di strada. Quale sia di preciso quello che contiene le macchine prima inceppate poi riavviate (che il dio dell'informatica mi perdoni queste semplificazioni) non è dato saperlo, forse per motivi di sicurezza; ma qualche tempo fa un sito locale ha annunciato che Facebook aveva preso in affitto diversi edifici in un complesso di data center tra Northwestern Parkway e Walsh Avenue. E insomma, se vi chiedete com'è fatto il luogo fisico dove sono immagazzinate quelle parole, quelle foto, quei ricordi, quegli odi e quegli amori, il posto che conserva una parte più o meno grande di quello che siamo, e che magari potrebbe inghiottirla di nuovo; ecco, quel posto dovrebbe essere fatto più o meno così.
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