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Ahmed, bruciato vivo non si sa da chi

Dall’Unità dell’8 luglio 1979: la perizia sull’omicidio di Ahmed Ali Giama 
BRUTTE STORIE Un delitto razzista nell'Italia degli anni Settanta
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Si chiamava Ahmed Ali Giama, aveva trentacinque anni, e si può dire che ne avesse passate già tante. Era nato a Mogadiscio, in Somalia, e, siccome era un ragazzo molto in gamba e la Somalia, in quegli anni a cavallo tra i Cinquanta e i Sessanta, era vicina al blocco sovietico, viene mandato in Russia a studiare giurisprudenza. Ma non funziona, non è facile per uno come lui adattarsi alle abitudini, all’ortodossia e magari anche al freddo della situazione, per cui viene rimandato a casa. In Somalia, però, le cose sono cambiate, nel frattempo Siad Barre ha preso il potere e anche se quello è il suo Paese, e non fa certo il freddo che fa in Russia, Ahmed non si adatta alle abitudini e all’ortodossia neanche di quel regime. Lavora per un po’ come cancelliere al tribunale di Mogadiscio, poi parte, clandestinamente, e fa quello che si fa anche adesso. Per un po’ in Etiopia, ad aspettare l’opportunità di un passaggio, po…

Si chiamava Ahmed Ali Giama, aveva trentacinque anni, e si può dire che ne avesse passate già tante. Era nato a Mogadiscio, in Somalia, e, siccome era un ragazzo molto in gamba e la Somalia, in quegli anni a cavallo tra i Cinquanta e i Sessanta, era vicina al blocco sovietico, viene mandato in Russia a studiare giurisprudenza. Ma non funziona, non è facile per uno come lui adattarsi alle abitudini, all’ortodossia e magari anche al freddo della situazione, per cui viene rimandato a casa. In Somalia, però, le cose sono cambiate, nel frattempo Siad Barre ha preso il potere e anche se quello è il suo Paese, e non fa certo il freddo che fa in Russia, Ahmed non si adatta alle abitudini e all’ortodossia neanche di quel regime. Lavora per un po’ come cancelliere al tribunale di Mogadiscio, poi parte, clandestinamente, e fa quello che si fa anche adesso. Per un po’ in Etiopia, ad aspettare l’opportunità di un passaggio, poi Libia e alla fine in Italia, a Roma. Senza documenti.

Siamo alla fine degli anni Settanta, l’Italia non è certo un regime ma non è facile viverci se sei uno come Ahmed, che sarà anche in gamba, sarà anche brillante, ma diventa un barbone, come si chiamavano allora, che vive alla giornata, trovando da mangiare come può e dormendo in strada. La notte tra il 21 e il 22 maggio del 1979,  attorno a mezzanotte e mezzo, Ahmed sta dormendo su un cartone sotto un portico di vicolo della Pace, vicinissimo a piazza Navona. Qualcuno passa di lì e gli dà fuoco. Non c’è un altro modo per dirlo.

Brutte storie

Ci sono quattro arbitri di calcio che escono da una trattoria e lo vedono urlare tra le fiamme. Cercano di soccorrerlo ma è troppo tardi e Ahmed muore. Hanno visto anche qualcos’altro, però, hanno visto quattro giovani scappare dal vicolo a bordo di due moto, una era una ragazza. Sulla base della descrizione delle moto vengono subito fermati quattro giovani sui vent’anni che erano stati in una birreria e hanno un buco di mezz’ora nel loro alibi. Finiscono sotto processo accusati dell’omicidio con l’aggravante dei futili motivi, perché si parla di noia, di intolleranza, di una violenza indifferente e di razzismo. Condannati a una quindicina di anni in Assise, poi assolti in Appello con formula piena, confermata in Cassazione, i quattro giovani vengono scagionati.

Non si sa chi abbia dato fuoco ad Ahmed. O meglio, non si conoscono i nomi degli esecutori fisici del gesto. Perché i mandanti sono noti: noia, intolleranza, violenza indifferente e razzismo.

Allora come adesso.

Sul Venerdì del 22 ottobre 2021