Non sono molte le navi indicate sulle mappe online. Ma la superpetroliera Safer (il nome è arabo e non ha nulla a che fare con l'inglese safe, sicuro: anzi) è ancorata da tanto tempo al largo dello Yemen da essersi guadagnata il suo segnaposto, anche se è troppo piccola per comparire nelle foto satellitari. Si tratta però di un gigante da 405 mila tonnellate che fino al 2015, spiega Alex Saragosa nel suo articolo sul Venerdì di oggi, è servito da deposito di petrolio al termine di un oleodotto che attraversa il paese della penisola arabica. Mostrava già segni di deterioramento e proprio quell'anno avrebbe dovuto essere svuotata dalle 150 mila tonnellate di greggio che conteneva e contiene tuttora, ma in Yemen è scoppiata la guerra civile.
Da allora la nave è una bomba a orologeria: senza manutenzione ha già cominciato a perdere, e il rischio concreto è che ceda o esploda. Se dovesse accadere, spiega il modello messo a punto da Benjamin Huynh, informatico della Stanford University, «l’onda nera coprirebbe buona parte della costa yemenita del Mar Rosso, bloccando i porti di Al Hudaydah e Salif, da cui entrano cibo, medicinali ed energia per otto milioni di persone, fermando i depuratori d’acqua marina che danno da bere a un milione di loro, e la pesca, da cui dipendono 1,7 milioni di yemeniti». I quali sono già allo stremo dopo sei anni di un conflitto che l'Unhcr ha già definito "la più grave crisi umanitaria dei nostri tempi". Ma di cui non sentiamo parlare praticamente mai.