La meglio educazione
di Michele Serra , di Michele SerraScrivete a lapostadiserra@repubblica.it o a Il Venerdì, via Cristoforo Colombo 90, 00147 Roma
Caro Serra, io, matura insegnante, alla domanda “che cosa serve alla scuola per funzionare?” non so rispondere. Un tempo lo sapevo, però. Ora ostinatamente coltivo il mio orto meglio che posso. Vedo erbacce e incuria ma non mi pongo il problema di come eliminarle perché è l’ortolano in primis che ha le idee confuse. Si potrebbe partire dalla medicalizzazione degli allievi che sono tutelati da certificati in numero crescente; dai dirigenti che non si occupano mai di didattica e si oppongono ai voti bassi così come ai provvedimenti disciplinari; al numero crescente di personaggi incompetenti – di buona volontà nel migliore dei casi – che affollano le scuole. Alla base ci sono due fenomeni convergenti e letali: la scuola come serbatoio di posti di lavoro e l’idea dell’educazione come amoroso e ind…
Scrivete a lapostadiserra@repubblica.it o a Il Venerdì, via Cristoforo Colombo 90, 00147 Roma
Caro Serra, io, matura insegnante, alla domanda “che cosa serve alla scuola per funzionare?” non so rispondere. Un tempo lo sapevo, però. Ora ostinatamente coltivo il mio orto meglio che posso. Vedo erbacce e incuria ma non mi pongo il problema di come eliminarle perché è l’ortolano in primis che ha le idee confuse. Si potrebbe partire dalla medicalizzazione degli allievi che sono tutelati da certificati in numero crescente; dai dirigenti che non si occupano mai di didattica e si oppongono ai voti bassi così come ai provvedimenti disciplinari; al numero crescente di personaggi incompetenti – di buona volontà nel migliore dei casi – che affollano le scuole. Alla base ci sono due fenomeni convergenti e letali: la scuola come serbatoio di posti di lavoro e l’idea dell’educazione come amoroso e indulgente processo cui l’adulto può collaborare con un abbassamento degli obbiettivi. e i fini adeguati. Si lavora a braccio, si compilano molti moduli, si fa ammuina. Il panorama è questo. Il malato soffre e i medici cambiano le lenzuola e intonano canti propiziatori. Nessuno sa quale sia la malattia, tantomeno la cura.
Sabrina Poggi
Cara prof, esito a pubblicare lettere sulla scuola perché è un argomento che mi sovrasta: non ne conosco di più difficili, e la parola “educazione” è di quelle che fanno tremare le vene ai polsi. Ma la sua è breve (grande pregio, forse anche “educativo”) e amara, e punta diritto su due temi. Il primo è la paurosa burocratizzazione – di tutto, non solo della scuola – e con me sfonda una porta aperta. Anche i medici di base dicono: ormai passiamo più ore a sbrigare pratiche che a curare le persone. Alla stessa maniera, immagino che se solo la metà delle energie che un sistema (qualunque sistema) destina alla propria auto-amministrazione e auto-tutela fosse dedicata al lavoro sul campo, il salto di qualità sarebbe gigantesco. Il secondo punto è più controverso. Lei richiama la scuola (e gli adulti) a una responsabilità tradita, quella di educare senza essere troppo indulgenti e concessivi, pena l’abbassamento inevitabile degli obiettivi (e del livello di cultura e di maturazione dei ragazzi). Sono tendenzialmente d’accordo. Più in generale, mi sembra che viviamo in società sempre più fragili e suscettibili, incapaci di reggere il peso dell’errore. La scuola non è che un pezzo di questa progressiva rinuncia alla responsabilità individuale, alle fatiche da fare, ai prezzi da pagare: la produzione di alibi è ai suoi massimi storici. Ma è un’opinione, la mia, che è sempre stata contrastata, e con qualche buon argomento, da lettori e lettrici (per lo più insegnanti) che hanno scritto per farmi presente che la pedagogia, non solamente quella montessoriana, non funziona meglio quando è più punitiva, e anzi aggrava i disagi e discrimina i più deboli. È un dibattito che lascio volentieri agli addetti ai lavori, ma è un dibattito importante. Nel “tutti promossi” c’è un sospetto di resa e di indifferenza al destino delle persone giovani. Nella richiesta di un ritorno alla severità di giudizio c’è il fantasma di una vecchia didattica punitiva, che ai miei tempi serviva in buona misura per confermare le differenze di partenza: la “scuola di classe” contro la quale nacque il Sessantotto. In sintesi: se fossi un docente non saprei che pesci pigliare.
Sul Venerdì del 19 Novembre 2021