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In Texas a lezione di gender

Due studenti in un campus texano. Negli Usa le università ribollono di rivendicazioni sull’identità
di genere. NCAA Photos via Getty Images 
Per parlare della studentessa che ho di fronte dovrò dire "she", oppure preferirà "he", o magari "they"?  Diario dal campus di un prof italiano alle prese con la rivoluzione dei pronomi (e molto altro ancora) 
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HOUSTON. L'inizio è a casa nostra, è il dopo pranzo e siamo in quattro, buttati in terra sul tappeto. Più mio figlio, due anni compiuti da poco, che erige torri colorate con grande impiego di concentrazione. Pezzo di Lego dopo pezzo di Lego la torre sale su, e a fine costruzione lui l'abbatte con un gesto. Dopo ride. Poi ricomincia, e così via per un buon quarto d'ora ciclico di creazione e distruzione. A turno lo aiutiamo quando l'incastro dei pezzi non funziona. Ci siamo spostati dalla tavola al tappeto senza soluzione di continuità, recintando con i nostri corpi un parco giochi.

Il tema è la lingua inglese, che tutti e quattro usiamo in università, anche se per alcuni di noi non è la lingua madre. In verità il cuore della questione è la faglia che da sotto sentiamo che la smuove, lo scompenso che nella pratica comporta la nuova correlazione tra generi e pronomi. Quando entriamo in classe abb…

HOUSTON. L'inizio è a casa nostra, è il dopo pranzo e siamo in quattro, buttati in terra sul tappeto. Più mio figlio, due anni compiuti da poco, che erige torri colorate con grande impiego di concentrazione. Pezzo di Lego dopo pezzo di Lego la torre sale su, e a fine costruzione lui l'abbatte con un gesto. Dopo ride. Poi ricomincia, e così via per un buon quarto d'ora ciclico di creazione e distruzione. A turno lo aiutiamo quando l'incastro dei pezzi non funziona. Ci siamo spostati dalla tavola al tappeto senza soluzione di continuità, recintando con i nostri corpi un parco giochi.

Il tema è la lingua inglese, che tutti e quattro usiamo in università, anche se per alcuni di noi non è la lingua madre. In verità il cuore della questione è la faglia che da sotto sentiamo che la smuove, lo scompenso che nella pratica comporta la nuova correlazione tra generi e pronomi. Quando entriamo in classe abbiamo studenti e studentesse che, sintetizzando, rivendicano il diritto di vivere secondo il genere in cui si riconoscono - maschile, femminile, non binario - e non secondo le apparenze o il sesso che è stato loro assegnato alla nascita. E che chiedono che la grammatica si accordi a quel genere quando parliamo di loro con gli altri. Se una persona dall'apparenza maschile si riconosce nel femminile, ad esempio, starà a me formulare di conseguenza la frase. Dirò she, userò her, per il possessivo. 

Lì, buttato sul tappeto di casa nostra, denuncio la fatica di stare dietro a tutto questo. Guardo nostro figlio, lo vedo distruggere una torre, dico come una facezia che in lui l'istinto maschile mi pare piuttosto sviluppato, che non credo avremo da lavorare sui pronomi. Sento che la frase, così come la pronuncio, arriva dal secolo passato, ma ormai è tardi e l'ho già lasciata andare. E infatti la conseguenza sono alcuni minuti più complessi, in cui la nostra collega - un'attivista, in qualche modo - tiene male a bada la tensione. Poi dice che al contrario bisognerebbe cominciare proprio dai bambini, usare per ciascuno di loro il pronome they, un neutro in inglese, invece di he o she, evitare cioè di chiuderli dall'inizio in un pronome. 

Blu o rosa?

Insegno in un'università americana progressista di Houston, un'isola liberale nell'oceano conservatore  - non di rado filo-trumpiano - del Texas, quasi sempre tra i primi stati per numero di transessuali morti ammazzati. Dal 2010 al 2016 Houston ha avuto una sindaca dichiaratamente lesbica, Annise Parker, cui è succeduto un sindaco afroamericano, Sylvester Turner, che attualmente governa la città. E però a tre ore di qua, a Austin - una delle capitali hipster d'America - il governatore del Texas, Greg Abbott, delibera una legge che vieta agli studenti transgender di partecipare alle competizioni sportive. Contemporaneamente il senatore repubblicano Matt Krause si appella alla Texas Education Agency per mettere al bando centinaia di libri, nelle biblioteche scolastiche, con al centro questioni razziali e di genere perché "osceni" e "pornografici". La pietra dello scandalo, o meglio il pretesto, è Gender queer: a memoir, un graphic novel autobiografico di Maia Kobabe. 

Il Pride della scorsa estate alla Rice University di Houston, dove lo scrittore Andrea Bajani è writer in residence 

Così mentre in tutta l'America esplode la moda del "gender reveal party", con cui i genitori annunciano al mondo il sesso dei figli con fuochi d'artificio blu o rosa che a volte si trasformano in incendi, le università americane ribollono di rivendicazioni. Chiedono di essere chiamati con il pronome che hanno scelto, di avere bagni dedicati, di avere diritto di parola. Chiedono in sostanza di essere visti, e hanno preso la parola con il piglio di chi detta legge, perché sentono il potere che hanno. Dalla California al Texas, dal Connecticut alla Louisiana, entrare in classe significa sapere che le persone sedute di fronte a te hanno qualcosa da dire su sé stesse e che sta a te tenerne conto. Sono state educate sin dall'infanzia al credo che è il cliente che comanda, e ora lo usano come strumento di lotta, di emancipazione. Siamo noi che paghiamo, adesso stateci a sentire.

Voglio essere neutral

Io entro in classe due volte a settimana, per insegnare creative writing. Di fronte ho un gruppo di ragazzi che, di base, si sono iscritti per trovare le parole giuste per parlare di sé in uno spazio - quello della scrittura - di libertà assoluta. L'assunto di base del mio corso - incentrato sul confessional writing - è che qualunque cosa gli altri abbiano da dire su di te, l'unica persona che può davvero dirlo sei tu. E che non c'è nulla di peggio che tenersi in pancia la verità su di sé, perché alla lunga quel segreto comincia a ticchettare. E un giorno fatalmente esploderà. 

Una protesta ad Austin contro il Bathroom Bill, la legge sull’utilizzo dei bagni pubblici in base al sesso assegnato alla nascita. Jon Herskovitz / reuters / Contrasto  

La frase che fa da stella polare a ogni lezione è di Anne Carson: "Se non sei la persona libera che vorresti essere, trova il posto per dirlo. Per dire come stanno le cose per te". Arriva da una sua poesia intitolata Candor. Il candor della lingua inglese è quella verità su di sé che è peccato non dire. I testi che i ragazzi leggono, e di cui discutiamo, sono di Annie Ernaux, Joan Didion, Ocean Vuong, Emmanuel Carrère, Yiun Li, e dell'ineludibile Kafka. I testi che scrivono contengono tentati suicidi, violenza domestica, abusi, incomprensioni familiari sui propri orientamenti sessuali. "Chiamami con il pronome che vuoi", è una battuta che può stare in un dialogo qualunque in uno dei loro testi, in una conversazione tra ragazzi. "Ti fanno paura gli angeli?", è un altro passaggio che ricordo, una lite in macchina tra un padre e una figlia che gli urla che vuole essere neutral. 

La scusa europea

I miei studenti non mi correggono mai, parlo in classe della mia difficoltà. Loro ridono, l'essere europeo non so se rappresenti un'attenuante, ma so anche che dirlo è troppo comodo, per cui dopo averlo detto poi non lo ripeto più. Ma nei loro racconti la questione è centrale, per molti è ineludibile. Ogni tanto chiedo loro aiuto ma non forzo mai, non insisto, so che non posso, so che tutto questo, come ogni forma di rivendicazione identitaria negli Stati Uniti, sta in rapporto con la questione razziale, con la macchia della schiavitù. Il cui assunto di base è che non devono essere i neri, non chi è parte di una qualsiasi minoranza vessata, bullizzata, assassinata, a spiegare alla maggioranza che li vessa come comportarsi. 

Non è un caso che l'hashtag #blacklivesmatter sia stato lanciato da tre donne afroamericane (Alicia Garza, Patrisse Cullors e Opal Tometi), di cui due si identificano come queer, e che dall'omicidio di George Floyd in poi ci sia una galassia che si muove spesso insieme, per comune vocazione più che per alleanze formali. E che dice, in buona sostanza, che ogni abuso che ha le sue radici nell'identità va sorvegliato, diffuso fino a produrre una reazione nella società civile. Che il punto della questione è presidiare, e che Darnella Frazier, la diciassettenne che riprese con il telefono e poi diffuse il video della morte di George Floyd ammazzato da un poliziotto bianco a Minneapolis, è stata solo la prima di milioni di retweeters grazie ai quali l'America ha reagito. E che in strada sono scesi tutti insieme. Che a difendere un nero o un transessuale dall'essere ammazzati solo perché tali, è fondamentale che ci siano milioni di persone, uomini e donne, bianchi e neri, omosessuali, eterosessuali, non binari, cittadine e cittadini. 

N-word

Compresi gli studenti e la loro rivoluzione dei pronomi, che avviene in un Paese in cui il termine N-word, la parola che ha sostituito il dispregiativo razziale, nacque negli anni Novanta proprio nelle università per poi diffondersi virale per i campus americani, fino a diventare l'unica possibile dovunque. L'istituzione universitaria in cui insegno ha una "Task force sulla schiavitù, la segregazione e l'ingiustizia razziale" composta di docenti e studenti e insieme ha una Transgender & Gender Non- conforming Student Resource Guide. L'una che sorveglia che non ci siano discriminazioni razziali, l'altra che non ce ne siano di genere. Dentro la guida ci sono informazioni di ordine pratico, relative al cambio del nome, sul documento di identità, sulla patente di guida, sul libretto universitario. Ci sono indicazioni sull'assistenza sanitaria connessa a eventuali operazioni chirurgiche o terapie ormonali, c'è una mappa del campus in cui è possibile individuare, edificio per edificio, i bagni, i "gender neutral restroom". E insieme l'indicazione, sempre nel campus, di spazi di supporto psicologico, come il Queer Support Center, o di organizzazioni fuori dal campus, come il Montrose Center, vera scialuppa di salvataggio, in pandemia, porto franco per i transessuali finiti in mezzo alla strada o bisognosi di proseguire terapie mediche impossibili altrove.

Ora, il discorso comune vuole che questa, tra i ragazzi e le ragazze dei campus americani e nel mondo, sia soltanto una moda. E che le università americane siano compiacenti o terrorizzate dalle eventuali ripercussioni sui social media.  Io non so dire se nelle istituzioni ci sia più supporto o timore, né se tra i ragazzi e le ragazze nei campus la fluidità sia un trend, un esperimento o la semplice espressione di sé, fin qui troppo a lungo negata. E non mi sembra questo il punto. Perché le istituzioni e i ragazzi sono fatti di singoli, che non hanno idee comuni. "Sono confusa quanto lo è lei, professore", mi ha detto un giorno una studentessa che prima si identificava con they e ora con he/she, ma in classe preferisce she. "Ma tutto questo mi piace!". 

Potere della letteratura

Davvero è un problema, mi chiedo, la fatica a capire un codice nuovo, il non sapere come comportarsi? Faccio fatica, io, certo. Sbaglio, mi blocco in mezzo a una frase, mi fermo davanti a un possessivo. Vorrei dire her story, parlando della storia di una studentessa, e poi invece faccio un giro, decido di rivolgermi a lei dicendo your story. Faccio fatica, faccio errori, provo strade differenti. Non conosco il linguaggio, perché si muove. Ma insegno che il punto della letteratura è la metamorfosi, che è per questa ragione che scrivere sarà sempre una bomba messa sotto la sedia del potere, perché avrà alla base la spinta al candor, a dire come stanno le cose per noi. 

Soprattutto insegno due volte a settimana che gli scrittori e le scrittrici reinventano ogni giorno il linguaggio per il semplice fatto che si sentono estranei nelle frasi con cui si identifica una norma. Che scrivere è dare una casa a ciò che non ha una casa nella norma. E quindi non può che essere naturale stare dalla parte di una generazione che, ciascuno come può, sorveglia, propaga, difende ogni giorno i diritti di chi deve rinnegarsi per sopravvivere o per non finire ammazzato dai "normali".

La fine di questa storia non c'è, perché è, per l'appunto, tutto in movimento, perché la questione centrale è guardare l'altro, ridefinirsi di continuo, e perché io stesso vivo in mezzo a questo. E forse perché c'è questa generazione che dice, di fatto, che il mondo che ha ereditato è fuori controllo su ogni fronte. E almeno su una cosa - dire chi si è - vorrebbe avere il controllo, e provare a cambiare la struttura della frase. 

Tra queste persone ci sarà anche nostro figlio, che a due anni ogni tanto ci chiede - in italiano o in inglese a seconda dell'interlocutore - chi tra i suoi compagni dell'asilo nido è un bambino e chi è una bambina. E che un giorno ci ha detto "sono quasi una bambina", e entrambi, con una minima ma consapevole resistenza della lingua, non abbiamo detto "sei un bambino".

Sul Venerdì del 28 gennaio 2021