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Politkovskaja, se avessimo letto per davvero le sue parole

Monaco, 11 ottobre 2006: manifestanti attendono l’arrivo di Putin in visita mostrando le foto della giornalista uccisa a Mosca quattro giorni prima. Konstantin ZAVRAZHIN / getty images 
Nelle librerie italiane torna "La Russia di Putin", scritto dalla giornaista russa uccisa nel 2006. Un'analisi lucida sulla sua ascesa al potere. E sulla cecità dell'Occidente
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Il primo fatto che Anna Politkovskaja annota, all'inizio dell'anno 2005, nel proprio Diario russo, è un irrefrenabile sentimento d'invidia per il popolo ucraino: "Perché non facciamo come loro, accidenti?". Gli ucraini erano scesi in piazza Majdan per giorni, e in migliaia, per denunciare la falsificazione delle elezioni presidenziali in favore del candidato filorusso, Viktor  Yanukovich. Era l'inizio della Rivoluzione arancione, il principio dell'insubordinazione democratica ucraina nei confronti della Russia.


Politkovskaja si era accesa d'entusiasmo nella speranza che il "contagio" si estendesse al popolo russo, per la storia comune di due popoli "così simili". La contaminazione non avvenne. Ma leggere oggi le parole di questa giornalista indomita è ancora un'occasione per guardare più attentamente quello che sta accadendo. L'immagine del contagio, per esempio. Non è anche …

Il primo fatto che Anna Politkovskaja annota, all'inizio dell'anno 2005, nel proprio Diario russo, è un irrefrenabile sentimento d'invidia per il popolo ucraino: "Perché non facciamo come loro, accidenti?". Gli ucraini erano scesi in piazza Majdan per giorni, e in migliaia, per denunciare la falsificazione delle elezioni presidenziali in favore del candidato filorusso, Viktor  Yanukovich. Era l'inizio della Rivoluzione arancione, il principio dell'insubordinazione democratica ucraina nei confronti della Russia.


Politkovskaja si era accesa d'entusiasmo nella speranza che il "contagio" si estendesse al popolo russo, per la storia comune di due popoli "così simili". La contaminazione non avvenne. Ma leggere oggi le parole di questa giornalista indomita è ancora un'occasione per guardare più attentamente quello che sta accadendo. L'immagine del contagio, per esempio. Non è anche per scongiurarlo alla radice che il presidente russo Vladimir Putin ha scatenato la guerra all'Ucraina?

Il contagio

Ancora in Diario Russo, Politkovskaja scrive: "Anche dopo l'Urss la maggioranza di noi era convinta che l'Ucraina sarebbe rimasta una sorta di annesso e connesso, una mezza colonia. Invece è andata diversamente. Mentre l'ex madrepatria continuava a illudersi che le colonie di un tempo sarebbero rimaste al suo fianco, nelle ex colonie la gente subiva un'evoluzione straordinaria, mostrando di essere una nazione degna di questo nome". Sono parole che la giornalista scrive prima di essere uccisa sulle scale del palazzo in cui abitava, a Mosca, il 7 ottobre del 2006, il giorno in cui Vladimir Putin compiva 54 anni. Ma che vengono pubblicate postume. "Prima che venisse ammazzata", scrive Emmanuel Carrère nel suo romanzo Limonov, "soltanto chi si interessava da vicino alle guerre cecene conosceva il nome di questa giornalista coraggiosa". Eppure aveva fatto di tutto per rompere l'incantesimo del buon dittatore. Leggendo La Russia di Putin, oggi ripubblicato da Adelphi nella bella traduzione di Claudia Zonghetti, sembra quasi di sentirla urlare mentre intorno a lei gli altri chiacchierano amabilmente. Inizia così: "Questo libro parla di un argomento che non è molto in voga in Occidente: parla di Putin senza toni ammirati".

Quando uscì negli Stati Uniti, nove mesi prima che la uccidessero, Robert Cottrell scrisse sulla New York Review of Books: "È uno dei pochi libri che sembrano essere troppo duri con Putin". L'anno successivo, quando la morte  fece diventare l'autrice un'icona della libertà d'espressione, Cottrell fu costretto a riconoscere che "il fiuto" di Politkovskaja era  stato molto più acuto del suo.

Era vero: negli Usa e ancor più in Europa non tutti si erano ancora accorti della pericolosità di Putin. Alcuni hanno dovuto vedere i carri armati in marcia verso Kiev per realizzarlo (ad altri non è bastato neanche questo). "Gli occidentali - scrive  Politkovskaja - hanno una tale passione per Putin da temere di pronunciarsi contro di lui". Per questo voleva ridestarci dall'illusione della Russia in cammino, pur con tutte le sue difficoltà, verso la società aperta. Ecco allora il racconto dell'impunità dei crimini dell'esercito russo in Cecenia, la progressiva sottomissione del sistema giudiziario all'ordine politico, la corruzione, la nascita di una nuova ideologia in cui l'individuo è proprietà dello Stato, sia da vivo sia da morto, il ritorno della repressione politica. Era ancora un momento in cui i giochi non erano fatti. "L'uomo russo dell'era Putin", scrive, "ha il cervello offuscato dalla propaganda, ma non ha ancora disimparato del tutto a pensare con la propria testa". Si poteva ancora fare qualcosa, prima che il cammino della Russia andasse definitivamente "a ritroso: verso il "tutto è permesso" di Stalin".


Ancora più in là

Oggi il percorso è compiuto: anche il settimanale britannico The Economist di recente ha parlato di "Stalinizzazione della Russia". Eppure non è inutile leggere Politkovskaja. Nemmeno oggi che gli avvenimenti sono andati anche oltre il suo racconto. Una donna che intervista le dice: "Tu sei contro Putin, io a favore. Io lo sento come un fratello: è un umiliato e offeso dalla vita precedente che si vendica del passato". Questo sentimento di rivalsa individuale coincide, racconta la giornalista, con un desiderio più vasto di rivincita. È l'alimento del nuovo nazionalismo russo.


Nel Diario Russo parla di "una psicologia dello schiavo" che ha riconquistato il suo popolo. Un altro passo avanti nella rinascita di un modo d'essere che aveva già descritto, ossia l'homo sovieticus, contraddistinto da una "patologica incapacità di riflettere", una mancanza di "reazione sociale e pubblica" anche di fronte ai crimini più efferati del potere. "La nostra società traviata", scrive, "vuole quiete e agio anche a prezzo della vita altrui". Le parole di Politkovskaja disvelano il metodo con cui il presidente russo agisce: "Non incontrando resistenza", scrive, "si è fatto ancora più insolente".


Dopo la carneficina del 2002 nel teatro Dubrovka di Mosca ­ - in cui l'intervento delle Forze speciali su ordine del Cremlino fece sì che morissero insieme ai terroristi ceceni circa duecento degli ottocento civili russi presi in ostaggio - Putin andò oltre. "Sono passati due anni: abbiamo continuato a dormire pacificamente nelle nostre case o a ballare in discoteca. La gente non si è data pena di pretendere la verità. È stato il momento cruciale: il potere ha capito di essere riuscito a piegare il popolo. Su quest'onda è venuta Beslan". Cioè la strage di civili provocata dall'intervento delle Forze speciali in una scuola dell'Ossezia del Nord in cui separatisti ceceni avevano preso in ostaggio più di mille persone: altri trecento morti, per lo più bambini. È una tecnica usata anche fuori dalla Russia. Prima la Cecenia, poi la Georgia, la Crimea e ora l'Ucraina. Leggere Politkovskaja oggi fa temere che se nessuno gli dirà "basta", Putin si sentirà autorizzato ad andare ancora più in là.