✕

Cronache da Sarajevo, trent'anni dopo la guerra

Una veduta della capitale bosniaca oggi (Getty images) 
Il 5 aprile fu il primo dei 1.425 giorni di assedio della città. A raccontarli ci pensò il giornale diretto da Zlatko Dizdarevic. Siamo andati a trovarlo con in testa Kiev e Mariupol. Reportage
4 minuti di lettura

Sarajevo. Quella volta non c'era nessun rischio nucleare. L'Occidente aveva appena vinto la Guerra fredda, la Russia era un colosso in frantumi, un miliardo di cinesi si salutavano ancora con apprensione chiedendosi "Hai mangiato?". Eppure il 5 aprile 1992, esattamente trent'anni fa, a Sarajevo iniziava un assedio che sarebbe durato 1.425 giorni di fame, sete e cecchini che fecero almeno 11.000 morti, 1.500 dei quali bambini. Difficile capire come fu possibile. I leader del tempo non smisero mai di prendere posizione, condannare, ammonire. Ma lasciarono fare. Nel cuore d'Europa, come si sarebbe ripetuto all'infinito: "C'era stata la guerra in Slovenia e Croazia" ricorda Zlatko Dizdarevic, giornalista, scrittore e diplomatico bosniaco che in un caffè di Via Maresciallo Tito, nel cuore della città, apre per il Venerdì la cassetta dei ricordi di quasi quattro anni sempre in prima linea. "Ma di una cosa eravamo sicuri: …

Sarajevo. Quella volta non c'era nessun rischio nucleare. L'Occidente aveva appena vinto la Guerra fredda, la Russia era un colosso in frantumi, un miliardo di cinesi si salutavano ancora con apprensione chiedendosi "Hai mangiato?". Eppure il 5 aprile 1992, esattamente trent'anni fa, a Sarajevo iniziava un assedio che sarebbe durato 1.425 giorni di fame, sete e cecchini che fecero almeno 11.000 morti, 1.500 dei quali bambini. Difficile capire come fu possibile. I leader del tempo non smisero mai di prendere posizione, condannare, ammonire. Ma lasciarono fare. Nel cuore d'Europa, come si sarebbe ripetuto all'infinito: "C'era stata la guerra in Slovenia e Croazia" ricorda Zlatko Dizdarevic, giornalista, scrittore e diplomatico bosniaco che in un caffè di Via Maresciallo Tito, nel cuore della città, apre per il Venerdì la cassetta dei ricordi di quasi quattro anni sempre in prima linea. "Ma di una cosa eravamo sicuri: la guerra avrebbe potuto infiammare tutta la ex Jugoslavia, non Sarajevo. Eravamo ortodossi, musulmani, cattolici, ebrei, atei, ma l'odio etnico non sapevamo nemmeno cosa fosse".

 

Trent'anni dopo, in città non c'è molto che rimandi all'anniversario: accanto al monumento ai bambini vittime dell'assedio qualcuno ha portato una bandiera ucraina con la scritta "Sarajevo comprende"; vicino alla cattedrale cattolica è sempre esposta la gigantografia dell'artista Šejla Kameric sovrastata dall'osceno graffito rinvenuto nella caserma del contingente delle Nazioni Unite che permise il massacro di Srebrenica: "Senza denti? Con i baffi? Sa di merda? Bosnian girl!". Anche una scritta del genere aiuta a capire come sia stato possibile.

Zlatko Dizdarevic trent’anni fa all’ingresso della redazione di Oslobodenje 


Il bunker nell'hotel

A Sarajevo non conoscevano l'odio etnico: il 40 per cento dei matrimoni era misto e per tutta la guerra il bosgnacco Dizdarevic si prese cura dei genitori musulmani, della suocera croata, del suocero serbo e della sua squadra dov'era presente l'intero spettro etnico jugoslavo. Zlatko Dizdarevic ha guidato attraverso l'assedio la redazione di guerra di Oslobodenje ("Liberazione"), il quotidiano che ogni giorno assicurava i sarajevesi che la loro vita non era implosa del tutto: "La gente non smise mai di uscire di casa e sfidare i cecchini per due incombenze fondamentali: trovare l'acqua e acquistare Oslobodenje".


Oggi Sarajevo è una città temporalmente a singhiozzo: un angolo si è fermato a trent'anni fa, un altro sembra spuntare da un tempo estraneo e futuro. L'Hotel Radon Plaza, ad esempio, al margine occidentale di quello che le cronache del tempo chiamavano il viale dei cecchini: la hall è ampia, il bancone immenso, le luci soffuse, i marmi traslucidi. Nulla ricorda che fino a trent'anni fa qui aveva sede un'azienda editoriale da 2.500 dipendenti per 12 testate, che durante l'assedio si ridussero a venti giornalisti e tipografi per un quotidiano di foliazione variabile ma cadenza assolutamente regolare. Era la redazione di guerra di Oslobodenje. Il bunker dove Dizdarevic e i suoi passavano le notti oggi custodisce la biancheria e le provviste dell'albergo: "In Jugoslavia i bunker erano obbligatori, ma prima della guerra scherzavamo: da chi mai avremmo dovuto difenderci? E giù a infilare battute sui nostri nemici ideali". Finché il nemico bussò con i primi colpi di mortaio: "Ci riunimmo in assemblea e calcolammo che per andare avanti sarebbero bastati venti redattori fissi a coordinare i collaboratori sul campo: quella sera stessa ci barricammo nel bunker con bobine di carta, stampanti e telescriventi".


La morte in diretta

Nel 1992 la torre di Oslobodenje è una fortezza di cemento. Ma si staglia a nemmeno cinquanta metri dal fronte: "Temevo un'incursione dei cetnici serbi" ricorda Dizdarevic. "Ma quando chiesi una protezione militare, dal governo mi risposero di non preoccuparmi, che sarebbe finito tutto nel giro di un paio di giorni". Nemmeno in guerra credevano davvero alla guerra: "Tutta Sarajevo era intossicata di speranza, ci sembrava impossibile che l'Onu, l'America, Berlino o Parigi permettessero ai cecchini delle montagne di terrorizzare giorno e notte una città europea". Ma intanto la guerra irrompe in redazione: "Kjasif Smajlovic, il nostro corrispondente da Zvornik, ci raccontò la sua morte in diretta". Mentre le "tigri", la milizia paramilitare serba agli ordini  del comandante Arkan, responsabile di alcuni dei peggiori massacri di quegli anni,  entravano in città, era al telefono con i colleghi della redazione: "Temo che stiano venendo da me. Sento i loro passi, stanno arrivando. Temo che questa sarà la mia ultima comunicazione". Il suo corpo sarà ritrovato venticinque anni dopo in una fossa comune della valle della Drina.

 


In tutta la Bosnia dilaga il terrore e a Sarajevo si cronicizza l'assedio: "Sarebbe bastato il sorvolo di cinque aerei della Nato per farlo cessare il giorno stesso che era iniziato". Il senso d'abbandono toglie il fiato. Ma così è, e bisogna organizzarsi: "Ogni mattina, a tutta velocità e a orari sempre diversi, il nostro furgone sfidava i cecchini per portare le copie del giornale in centro". Nel bunker c'è carta per tre mesi, e poi per fortuna c'è Reporters sans Frontières che si fa carico di finanziare e organizzare i rifornimenti: "Se i governi europei restarono inerti, la società civile ci diede una mano enorme contrabbandando carta, cibo, carburante e attrezzature". Là fuori qualcuno aveva capito la posta in gioco, e il 16 settembre 1993 decine di testate di tutto il mondo si strinsero attorno a Sarajevo ristampando in 22 milioni di copie la prima pagina di Oslobodenje.


Non so quante lingue parli Zlatko Dizdarevic. In gioventù è stato a lungo corrispondente in Medio Oriente, poi ambasciatore bosniaco in Croazia e Giordania. L'italiano non l'ha mai studiato, ma regge senza inciampi le due ore di conversazione: "Mia moglie e i miei due figli hanno passato la guerra in Italia" ci spiega. "Riuscii a procurarmi tre biglietti sull'ultimo volo prima che chiudessero l'aeroporto".


Cartelli etnici

Trent'anni dopo sono tornati i profughi e la guerra ha di nuovo raggiunto il cuore d'Europa. È molto straniante osservarla con lo sguardo rivolto all'assedio: "Vedo che a milioni stanno lasciando l'Ucraina, e non posso non pensare alle trattative estenuanti per fare uscire da Sarajevo un convoglio di tre pullman con cento ragazzini" ricorda Dizdarevic. "Fuori città furono sorpresi da un agguato e ricacciati indietro. Morirono in due". Stiamo parlando di tanto tempo fa. Il locale è elegante, al tavolo accanto quattro amiche si deliziano di chiacchiere. Eppure la pace vera non c'è: "In Italia e in Germania dopo la Seconda guerra mondiale si è potuto ricominciare. Da noi no: chi ci ha condotto alla guerra poi ha approfittato della pace, violentando l'anima della città e costruendo cartelli etnici". Non so se intenda cartelli nel senso di monopolisti, o nel senso di Medellin. Probabilmente tutt'e due: "Il mio taxista si lamenta sempre dei politici. Un giorno gli ho detto: ma allora perché esponi il simbolo dell'SDA, il partito musulmano al potere! Mi ha risposto che deve farlo, e che a ogni elezione deve fotografare con il cellulare il voto. Altrimenti gli tolgono la licenza".


Un quotidiano italiano


Durante l'assedio, Zlatko Dizdarevic ebbe più di un'occasione per trasferirsi all'estero: "Mi offrirono anche la direzione di un quotidiano italiano!". Ha fatto tante missioni per il suo Paese - convinto Luciano Benetton ad aprire una boutique in piena guerra, portato il cardinale parigino Jean-Marie Lustiger a servire messa in cattedrale - ma è sempre tornato. Oggi forse accetterebbe quella direzione. O anche molto meno: "La vera distruzione è arrivata dopo la guerra". In Bosnia il presente delude, il futuro impaurisce. Ma a Dizdarevic non costa niente lasciare l'ultima parola ai ricordi: "Al bar dell'Holiday Inn avevano ogni ben di dio, ma noi non ci mettevamo mai piede" si mette quasi a ridere. "Preferivamo il nostro caffè, ricavato in sala caldaie: lo chiamavamo "Ai tre croati", perché c'erano due immagini di Tito più un croato in carne e ossa. Un giorno viene a trovarci Cedo Kisic, vecchio scrittore serbo. Se ne sta in silenzio, ci osserva e a un certo punto lo sentiamo sibilare: "Dio quanto è bello qui!"".