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Margherita Hack e le altre: la riscossa dei monumenti al femminile

La lavorazione della statua di Margherita Hack nella fonderia, con la scultrice Daniela Olivieri, in arte Sissi. L’opera è stata finanziata dalla Fondazione Deloitte, in collaborazione con la Casa degli artisti, e donata al Comune di Milano (Luigi Narici / Agf) 
Poche e nude. A parte le sante, le statue dedicate a donne in Italia sono così. Ora però Milano inaugura un nuovo stile. E da Nord a Sud qualcosa si muove. Con lentezza. ASCOLTA IL PODCAST
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Giuseppe Garibaldi imberbe e aggraziato non lo abbiamo visto mai, e la sola idea di un monumento che lo mostri giovinetto e con le natiche al vento lascerebbe tutti ammutoliti. Come mai, allora, un’eroina risorgimentale, scrittrice, editrice di giornali rivoluzionari e imprenditrice combattiva, morta a 63 anni, dovrebbe essere rappresentata con un vestito a balze  e il seno in boccio? Eppure, per la delicata statua di Cristina Trivulzio di Belgiojoso, inaugurata due anni fa a Milano, è andata così. Ed è stata tutta una ola, sia per la bravura indiscussa dell’artista (Giuseppe Bergomi) sia per il soggetto prescelto: «Finalmente una donna!».

Giustissimo, visto che fino a quel momento Milano aveva onorato tanti uomini illustri, ma – tolte sante, madonne e veneri varie – donne mai. Del resto, da Nord a Sud, la musica è la stessa, e se capitate per esempio a Ribera (Agrigento), potreste imbattervi in un maturo Francesco …

Giuseppe Garibaldi imberbe e aggraziato non lo abbiamo visto mai, e la sola idea di un monumento che lo mostri giovinetto e con le natiche al vento lascerebbe tutti ammutoliti. Come mai, allora, un’eroina risorgimentale, scrittrice, editrice di giornali rivoluzionari e imprenditrice combattiva, morta a 63 anni, dovrebbe essere rappresentata con un vestito a balze  e il seno in boccio? Eppure, per la delicata statua di Cristina Trivulzio di Belgiojoso, inaugurata due anni fa a Milano, è andata così. Ed è stata tutta una ola, sia per la bravura indiscussa dell’artista (Giuseppe Bergomi) sia per il soggetto prescelto: «Finalmente una donna!».

Giustissimo, visto che fino a quel momento Milano aveva onorato tanti uomini illustri, ma – tolte sante, madonne e veneri varie – donne mai. Del resto, da Nord a Sud, la musica è la stessa, e se capitate per esempio a Ribera (Agrigento), potreste imbattervi in un maturo Francesco Crispi cui una signorinella porge con grazia una clessidra: è Rose Montmasson, personaggio coraggioso e indipendente, che prese parte alla spedizione dei Mille, moglie di Crispi e di questi poco più giovane (fra l’altro lui la ripudiò per risposarsi).

Rughe e capelli scombinati

Pian piano, l’idea che la storia e l’ingegno femminile debbano essere riconosciuti però si sta facendo largo – anche se con meno veemenza e scossoni che in America, e certo senza le tinte forti della cancel culture – per cui ora proprio Milano si prepara a ricordare Margherita Hack con un bronzo che sarà inaugurato il 13 giugno davanti all’Università Statale.

Alta 2,70 metri, forgiata nella Fonderia artistica Carli, in Piemonte, la statua della scienziata emerge da volute che sarebbero una galassia, e la scultrice Daniela Olivieri, in arte Sissi, che ha chiamato l’opera Sguardo Fisico, spiega al Venerdì, che l’ha vista in anteprima, di non aver voluto un piedistallo «perché volevo sottolineare il legame con la Terra»; mentre «il gesto del binocolo, come quello che fanno i bambini, ci ricorda che la mano è il primo e più importante strumento che abbiamo». Il risultato in sé potrà piacere o non piacere, e lasciamo ai critici e ai milanesi giudicare, ma merita di essere segnalato per due motivi, anzi tre.

Intanto, l’artista è stata scelta dopo un concorso di idee rivolto solo a donne. Seconda questione: Margherita Hack è lei, così come la ricordiamo nelle fotografie e in tv, in età matura, con le rughe e i capelli scombinati. Infine, va tenuto in mente che non viviamo un tempo propriamente glorioso e incline agli slanci epici – tanto che da decenni si parla di “crisi del monumento” – e invece questo è un bronzo imponente, alto quasi tre metri, che alla Fondazione Deloitte deve essere costato una bella cifra (quanto, però, non lo dicono).  Si potrebbe poi obiettare che la scienziata, atea e comunista, non avrebbe gradito il finanziamento di un privato, mentre qui sta bene a tutti, e del resto è raro che le amministrazioni pubbliche in questi giorni grigi abbiamo denaro da spendere in monumenti. Così i committenti sono per lo più fondazioni, aziende grandi e piccole, e una miriade di consorzi e associazioni, la cui mission è sostenere i prodotti locali, dalla grappa al cotechino. Con risultati bizzarri. Come il grappolo d’uva alto dodici metri che si erge in una rotonda di Modena, pagato dal Consorzio Lambruschi; o i cosiddetti tonni suicidi di Genova, o la famosa Salama da sugo voluta dalla proloco di Madonna Boschi (Ferrara).

Normale, perciò, che sia stata la Fondazione Grande Lucania a finanziare in gran parte l’indimenticata Spigolatrice di Sapri (totale 26 mila euro), così lontana dalle contadinotte dipinte da Jean-François Millet nel 1857 con cuffie e grembiali. Per la sua spigolatrice, lo scultore cilentano Emanuele Stifano ha voluto infatti il vitino da vespa e un bel sedere, che la foto dell’inaugurazione, settembre 2021, vede attorniato da un pubblico di soli uomini, sindaci, assessori e ministri. Tutto quello che è seguito – una tempesta di proteste di organizzazioni femminili e del Pd  – non ha smosso il Comune, né la statua, di un centimetro, e tuttora Stifano conferma serafico: «Mi piace mettere in evidenza le forme del corpo umano, maschile o femminile che sia, e sapendo che l’opera sarebbe stata collocata sul lungomare, ho modellato la gonna aderente alla figura, come se fosse spinta dalla brezza».

Anita Garibaldi al Gianicolo: questa è considerata l’unica statua di donna della capitale (tolte sante, dee e figure allegoriche) (Shutterstock) 
Il furore settembrino sulla top model di Sapri ha preparato il terreno per l’inverno, quando forse per la prima volta l’Italia ha dibattuto pubblicamente, sui giornali e in tv, della scarsa presenza femminile nella statuaria italiana. Un’indagine realizzata sul campo da un’agguerrita associazione di professioniste dei beni culturali, “MiRiconosci?”, ha infatti calcolato che le statue realizzate in Italia dal 1750 in poi per rappresentare donne realmente esistite sono appena un centinaio, e quasi tutte in provincia. A Napoli, per esempio, neanche una (sempre al netto delle innumerevoli sante e madonne). A Roma, se si escludono i tre busti del Pincio (su 229), solo Anita Garibaldi – ma con il nome del marito.

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Nel conto delle opere, censite anche passando in rassegna gli innumerevoli siti web di appassionati e associazioni, rientra la statua in pietra dedicata a Manuela Arcuri, singolare omaggio a un “soggetto ancora in vita”; poi vanno aggiunte le 75 figure anonime collettive (le mondine, le partigiane) e le statue riferite a temi femminili – l’emancipazione o la lotta contro la violenza – quasi tutte peraltro opera di uomini. Come la poltrona infilzata di spilloni, Maestà sofferente, che Gaetano Pesce ha donato a Ferrara  e ora è collocata davanti alla Fiera.

La Spigolatrice di Sapri di Emanuele Stifano (2021)  (Getty images) 

E infatti, se il maschile è quasi l’unica norma di rappresentazione storica, Ludovica Piazzi di “MiRiconosci?” precisa che il 91 per cento delle statue è realizzato da uomini, il 4 per cento da uomini e donne insieme e appena il 5 per cento da sole artiste. Percentuali che anche nelle opere più recenti cambiano di poco. «Ma il problema non è tanto il quanto, bensì il come. C’è un approccio sessualizzante e ringiovanente che vale solo per le donne» dice Piazzi, ricordando la fontana che il Comune di Acquapendente (Viterbo) nel 2003 ha dedicato a due giornaliste uccise, Ilaria Alpi e Maria Grazia Cutuli: «Sono nude, sembrano due ninfe. È una rappresentazione sminuente, che non riconosce autorevolezza. Togli i vestiti e togli la storia, il pensiero, la profondità critica».

Sulla linea del togli-i-vestiti si colloca anche la conturbante Violata che, ad Ancona, dovrebbe suonare come una condanna della violenza sessuale: in posa da eroina di un videogame, seno prosperoso e abiti lacerati, la statua è stata oggetto di una raccolta di firme e delle proteste dei cittadini (che nottetempo talora la rivestono, non si sa se per irrisione o per rabbia), ma lì è e lì resta. Luciana Littizzetto le ha dedicato una delle sue gag: «La prossima volta, per fare un’opera contro la violenza sulle donne vale la pena chiamare una donna». E però la Lavandaia nuda e accovacciata in una tinozza, a Bologna, è opera di un’architetta, Saura Sermenghi (un sito web la indica fra i dieci “monumenti più brutti d’Italia”, ma ci permettiamo di dissentire).

La Violata di Floriano Ippoliti (2013) ad Ancona 

Tra Padova e New York

E mentre sempre Bologna annuncia che il palazzo comunale presto ospiterà anche opere con soggetti femminili, nel libro Giù i monumenti? (Einaudi), la storica dell’arte Lisa Parola racconta che tra le centinaia di statue di New York solo cinque sono di donne con un ruolo autentico, così come solo cinque sono quelle a Washington. Eppure niente ha eccitato tanto i giornalisti giapponesi quanto la “scoperta” che Prato della Valle, Padova, ospita 78 statue di illustri cittadini tutti maschi e che la proposta di fare spazio a figure femminili è stata accolta in città con sbalordimento.

A febbraio, il Comune veneto ha stabilito che anche le donne, certo, dovranno essere rappresentate, però non lì, non a Prato della Valle, né si toccheranno i due basamenti rimasti vuoti dal tempo di Napoleone – che nel 1797 dopo la capitolazione di Venezia fece fuori le statue dei dogi, a proposito di cancel culture dei vincitori. L’assessore alla Cultura, Andrea Colasio, guida la commissione che dovrà individuare soggetti e collocazioni e spiega che «Prato Della Valle è un complesso unitario, con statue coeve o quasi, realizzate nell’arco di settant’anni, e inserirvi opere contemporanee non avrebbe senso. Inoltre anche i vuoti hanno un significato storico, ci ricordano quello che è accaduto». Cristina Chiesùra, storica dell’arte veneta di “MiRiconosci?”, obietta che il progetto originario è cambiato più volte nella storia, che un tempo c’erano platani e poi sono stati tolti, che una fontana è stata aggiunta, che le statue oggi sono disposte su due anelli ma nel progetto iniziale gli anelli erano tre... Dice che «ogni decisione andrebbe presa con i cittadini, mentre la statuaria in Italia cade sempre dall’alto».

Uno sguardo diverso

Non che sia tutto immobile. Ludovica Piazzi fa notare che, nei busti, le donne sono rappresentate con più dignità, come accade a Roma al Pincio per Grazia Deledda, santa Caterina e Vittoria Colonna (uniche tre donne, come si diceva). A Nuoro il monumento di Maria Lai a Grazia Deledda consiste di elementi su cui sono disegnati personaggi dei suoi libri: l’impegno intellettuale ha prevalso sull’aspetto esteriore. In una (brutta) fontana di Torino, Cosimo Veneziano ha inserito quattro formelle per ricordare le operaie della storica fabbrica di gomma Superga: rappresentano i quattro gesti che le operaie facevano tutto il giorno ogni giorno. La scultura Fischia il vento di Giuliano Angelo Massimo, che Milano nel 2021 ha dedicato alle partigiane, ha un corpo centrale formato da canne di metallo – con i nomi di protagoniste della Resistenza: quando si alza il vento, vibrano e fischiano davvero.

La Spigolatrice di Sapri di Emanuele Stifano (2021)  (Getty images) 

È questo, forse, il cambiamento necessario in cui spera Lisa Parola? «Più che di monumenti, c’è bisogno di nuovi sguardi, di un altro modo di guardare al mondo. Si cominci con il commissionare opere alle donne, come è stato per Margherita Hack. Abitiamo spazi pubblici tendenzialmente disegnati da uomini, con statue di uomini. È ora di aprire una discussione, con commissioni di esperti, e facendo un lavoro scientifico». E con Prato della Valle, come la mettiamo? «Si parla sempre di “patrimonio” senza chiederci che cosa sia. I monumenti sono legati alle nostre biografie. Io commissionerei il ridisegno di quegli spazi, chiamando a raccolta le donne, e mettendoci un po’ di coraggio».

Sul Venerdì del 27 maggio 2022