Per salvare Beirut ci vorrebbe un fotografo
dalla nostra inviata Francesca Caferri , dalla nostra inviata Francesca CaferriBeirut. "Sarà scontato, ma alla fine è vero. Non capisci il valore di ciò che hai intorno fino a quando non stai per perderlo". Eppure lui, Dia Mrad, lo aveva capito prima. Prima del 4 agosto di due anni fa, quando l'esplosione di 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio stoccate illegalmente al porto devastò Beirut, uccidendo 224 persone, ferendone più di seimila, e colpendo al cuore una città già sfregiata da quindici anni di guerra civile fra il 1975 e il 1990 a dai bombardamenti israeliani del 2006. Quella sera, questo fotografo di 31 anni, nato al confine fra il Libano e la Siria, era in sella al suo motorino quando l'onda d'urto lo scaraventò a terra. Appena riuscì a tirarsi su, dopo aver accompagnato in ospedale una ragazza ferita, corse a fare quello che sa fare meglio: fotografie. Non smise per giorni. "Ero sotto choc. Puntavo l'obiettivo su quello che avevo immortalato prima e n…
Beirut. "Sarà scontato, ma alla fine è vero. Non capisci il valore di ciò che hai intorno fino a quando non stai per perderlo". Eppure lui, Dia Mrad, lo aveva capito prima. Prima del 4 agosto di due anni fa, quando l'esplosione di 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio stoccate illegalmente al porto devastò Beirut, uccidendo 224 persone, ferendone più di seimila, e colpendo al cuore una città già sfregiata da quindici anni di guerra civile fra il 1975 e il 1990 a dai bombardamenti israeliani del 2006. Quella sera, questo fotografo di 31 anni, nato al confine fra il Libano e la Siria, era in sella al suo motorino quando l'onda d'urto lo scaraventò a terra. Appena riuscì a tirarsi su, dopo aver accompagnato in ospedale una ragazza ferita, corse a fare quello che sa fare meglio: fotografie. Non smise per giorni. "Ero sotto choc. Puntavo l'obiettivo su quello che avevo immortalato prima e non c'era più. Tutto era distrutto. Ho continuato solo per mostrare al mondo la tragedia che si era abbattuta su di noi", racconta. Le immagini di quei giorni sono diventate una prova preziosa di ciò che è andato perso: esposte in Libano, Svizzera, negli Emirati Arabi Uniti e in Brasile, diventeranno un libro.
In realtà il lavoro di Mrad era iniziato prima: già da tempo, lavorando nel settore immobiliare, aveva cominciato a immortalare l'architettura della sua città, le facciate color pastello e le finestre a tre archi simili a quelle di Venezia e di Sana'a che pur incantando i visitatori non trovano mai uno spazio adeguato nella rappresentazione di Beirut, spinte in secondo piano da altri simboli della città: le sue mille divisioni politiche e i suoi feroci contrasti. "Mi sono reso conto del tesoro architettonico che abbiamo a Beirut dopo un viaggio in Europa. Ho capito che l'architettura di questa città, pur con tutte le differenze, non ha molto da invidiare a quella di Parigi, Firenze o Roma. Da noi però non viene assolutamente valorizzata: così ho iniziato a scattare".
Dapprima, quasi di nascosto, dalle finestre degli appartamenti che era incaricato di vendere o affittare. Poi apertamente, andando a cercare quegli angoli intravisti durante le visite di lavoro o indicatigli da amici e conoscenti. "Molte di queste case oggi sono abbandonate da famiglie fuggite durante la guerra civile o per le liti fra eredi. Ma spesso anche per decisione degli stessi proprietari: piuttosto che affrontare le spese di ristrutturazione preferiscono aspettare che gli edifici collassino, in modo da superare i vincoli di tutela del patrimonio e venderli poi agli speculatori, subito pronti a costruire nuovi grattacieli".
Quelli di Mrad sono scatti bellissimi, quasi poetici, che spiegano da soli perché tante persone si innamorano a prima vista di questa città anche ora che è piegata dalla crisi economica e dalla distruzione. Ma ancora di più sono scatti preziosi: il suo archivio, all'indomani dell'esplosione al porto, si è rivelato fondamentale per gli architetti, le Ong e i gruppi impegnati a ricostruire ciò che è andato distrutto.
"Prima di quel giorno non c'era attenzione al patrimonio architettonico. Solo pochi gruppi protestavano per la costante distruzione degli edifici storici da parte degi speculatori. Ora, anche grazie al lavoro di ricostruzione fatto in questi mesi, c'è la consapevolezza che se perdiamo queste case perdiamo la nostra identità. E i finanziamenti arrivati dall'estero in qualche caso hanno convinto i proprietari a preservare le loro proprietà".
Una vera novità in una città dove la ricostruzione seguita alla guerra civile ha fatto più danni della guerra stessa, con abitazioni abbattute per far posto a orribili grattacieli stile Dubai anche quando non erano danneggiate. Una novità che ha permesso a Mrad di lavorare con più facilità: case dapprima inaccessibili si sono aperte, per volontà di proprietari desiderosi di mostrare al mondo ciò che l'esplosione aveva provocato. Alcune immagini, come quella del volto del poeta libanese Khalil Gibran sulla parete di una casa sventrata, stanno facendo il giro del mondo e contribuito a raccogliere soldi per finanziare la ricostruzione. "La bellezza dell'architettura libanese risplende anche nella distruzione" conclude Mrad. "Quello che è accaduto negli anni 90, quando tanta parte del patrimonio è stata distrutta in nome della cosiddetta modernizzazione, deve essere una lezione: non possiamo permettere che si ripeta. Non ci sono tanti posti così al mondo. Spetta a noi salvare Beirut".
Pubblicato sul Venerdì del 7 ottobre 2022