Trentacinque anni fa usciva il primo numero del Venerdì. Lo festeggiamo con un inserto speciale di 40 pagine che trovate in edicola oggi 14 ottobre. E con gli auguri che Michele Serra, una delle nostre firme più amate e prestigiose, ha voluto farci con questo articolo.
Quando, il 16 ottobre 1987, esce il primo numero del Venerdì, settimanale di Repubblica, il giornale quotidiano è ancora il re indiscusso delle edicole. Il format dominante. A dirlo ora sembra quasi incredibile, ma la carta era il principale vettore delle notizie, solo alcune delle quali erano “bruciate” dalla televisione, per altro ancora cadenzata da orari limitati.
Dopo gli ultimi notiziari della sera, la notte era un intermezzo silenzioso, un lungo momento sospeso fino all’arrivo dei pacchi dei quotidiani nelle edicole, all’alba. E se la televisione anticipava i giornali alla sera, i giornali si riprendevano prepotentemente la scena ad ogni levar del sole.
Il web nascerà quattro anni dopo, nel '91, ma solo alle soglie del 2000 raggiungerà una diffusione planetaria e di massa. Perché Steve Jobs presenti il primo smartphone (ovvero il primo cellulare connesso, tutte le notizie del mondo in tasca) bisognerà aspettare il 2007: vent’anni dopo la data di nascita del Venerdì, trentuno dopo la nascita di Repubblica.
Il quotidiano, dunque, era il pane. Il suo magazine (che ancora non si chiamava così) era il companatico. Un lusso, uno svago, un di più che poteva nascere al riparo dall’ansia della cronaca. Il quotidiano era un dovere, il settimanale un piacere. Il Venerdì poteva essere concepito, scritto, illustrato a ritmi meno assillanti, più riflessivi, la cronaca non era il minaccioso padrone delle parole. Gli argomenti potevano essere selezionati con maggiore libertà, le parole potevano essere pensate con calma, le immagini – raffinate coprotagoniste – selezionate senza dover corrispondere alla stretta attualità.
Non ricordo se la parola “approfondimento” fosse già in auge, ma rende bene la filosofia originaria del magazine di un quotidiano: ciò che non abbiamo avuto tempo e modo di darvi perché avevamo troppe altre cose da fare, possiamo darvelo una volta alla settimana, ogni venerdì, scegliendo il meglio.
Fotografie e disegni hanno avuto, nella storia del Venerdì come in quella di tutti i settimanali di qualità, un ruolo fondamentale. Lo sfoglio di una rivista è, prima di ogni altra cosa, un’esperienza grafica: è attraverso quella che poi ci si sofferma sui testi. Quasi mi imbarazza, da giornalista, constatare come le “grandi firme” abbiano in parte usurpato fama e meriti ai grandi fotografi e fotoreporter e ai grandi illustratori (permettermi di citare, uno per tutti, Tullio Pericoli, che nella storia di Repubblica e del Venerdì è “il segno”). Considerate che la copertina, che è la faccia di una rivista in misura perfino maggiore rispetto alla prima pagina di un giornale, è squisitamente opera grafica e fotografica: ci sono pochissime parole, eppure una buona copertina “parla” al lettore come ben pochi articoli possono riuscire a fare.
Del Venerdì ho sempre pensato, da lettore e poi da collaboratore, che fosse “bello”. Ben pensato, ben redatto, ben scritto, ma soprattutto bello nelle immagini e nell’impaginazione. (Dei settimanali storici italiani, forse solo il leggendario Epoca degli anni Sessanta riuscì a imporre la fotografia come sua vera eccellenza e suo marchio di fabbrica). Come lettore sono grato al Venerdì della sua qualità, costante nel tempo. Come collaboratore, del diverso approccio – mi viene da dire: più libero - che un settimanale concede a chi lo fa e a chi ci scrive. E’ una scrittura più “ossigenata”, senza il fiatone che i tempi micidiali del quotidiano impongono.
Da Mastroianni a Mahmood, le copertine del Venerdì sono un lungo viaggio nella storia del costume, della politica, dell’arte e degli affetti. Conquistare, nel bene e nel male, una copertina del Venerdì non è stato, e non è, alla portata di tutti. Bisogna, prima, avere lasciato un segno. Nelle complicate e forse declinanti sorti del giornalismo italiano, rimangono comunque intatte alcune (meritate) ragioni di lustro. Ci sono spazi che valgono una conquista, e la copertina del Venerdì – con poche altre, in mezzo alle tantissime – è ancora oggi un approdo non banale, e molto gratificante.
Non resta che ringraziare, uno per uno, da lettore ben prima che da collaboratore, i direttori che si sono succeduti alla guida del Venerdì lungo i suoi trentacinque anni di vita. Giorgio Dell’Arti, Franco Recanatesi, Paolo Garimberti, Laura Gnocchi, Attilio Giordano, Aligi Pontani, Livio Quagliata. Se guardate bene l’ultima copertina, quella di domani, con Mahmood che campeggia, giovane e bello, nel nostro faticoso presente, sullo sfondo, sfumatissimi, li potete vedere tutti quanti, insieme alle centinaia di persone che hanno scritto, fotografato, illustrato, impaginato questo grande settimanale italiano. Lunga vita al Venerdì.