Mahmood: "Sono uscito dallo sgabuzzino"
di Giuseppe Videtti , di Giuseppe VidettiMilano. Guarda il ritratto di Mastroianni vestito di bianco, bordo mare, sulla copertina del primo Venerdì di Repubblica, ottobre 1987. L'attore aveva 63 anni, era ancora sulla breccia e non aveva perso il suo leggendario sex appeal. "Mi piacerebbe poter tornare indietro nel tempo e capire com'era allora. In trentacinque anni è cambiato tutto, ma proprio tutto. A quell'epoca un cantante, un attore, una canzone, un film, duravano anni", riflette malinconico Mahmood, vincitore di due Festival di Sanremo in tre anni, l'ultimo lo scorso febbraio, in duetto con Blanco (Brividi ha appena ottenuto il sesto disco di platino, in totale 25 platino e 6 oro in Italia; 6 platino e 3 oro all'estero). Ha da poco festeggiato i trent'anni in piena Fashion Week milanese, con un party affollato e fluidissimo negli spazi supertrendy sotto la Stazione Centrale. Divo pop, autore riverito, cantautore di successo, reduce da una trionfale tournée europea,…
Milano. Guarda il ritratto di Mastroianni vestito di bianco, bordo mare, sulla copertina del primo Venerdì di Repubblica, ottobre 1987. L'attore aveva 63 anni, era ancora sulla breccia e non aveva perso il suo leggendario sex appeal. "Mi piacerebbe poter tornare indietro nel tempo e capire com'era allora. In trentacinque anni è cambiato tutto, ma proprio tutto. A quell'epoca un cantante, un attore, una canzone, un film, duravano anni", riflette malinconico Mahmood, vincitore di due Festival di Sanremo in tre anni, l'ultimo lo scorso febbraio, in duetto con Blanco (Brividi ha appena ottenuto il sesto disco di platino, in totale 25 platino e 6 oro in Italia; 6 platino e 3 oro all'estero). Ha da poco festeggiato i trent'anni in piena Fashion Week milanese, con un party affollato e fluidissimo negli spazi supertrendy sotto la Stazione Centrale. Divo pop, autore riverito, cantautore di successo, reduce da una trionfale tournée europea, Mahmood si emoziona parecchio di fronte all'idea di rappresentare, 35 anni dopo, proprio sulla cover del Venerdì - anche lui in bianco, con la coppola al posto del Borsalino di Marcello - un'Italia giovane che, seppur fra mille criticità, è più inclusiva e multietnica di quella che ci lasciò la Dolce Vita.
Sa bene che oggi il successo, anche se fulminante, può essere fragilissimo: "Una canzone dura due mesi; ogni quattro, spunta un nuovo fenomeno. È tutto molto meno romantico" ci dice mentre gruppi di fan lo assediano per un selfie in un bar del centro (a niente è servito camuffarsi con gli occhiali scuri e il cappuccio della felpa). "Cerco di non sacrificare la magìa, di non arrendermi a questo meccanismo robotico. Guardando al cine il documentario su Paolo Conte (Via con me, 2020), ho capito quanto la vita degli artisti che giravano intorno alla Caselli e Celentano fosse completamente diversa dalla nostra. La sensazione è che ormai si voglia fare questo mestiere solo per il gusto di apparire. Siamo prigionieri di un meccanismo che non ci dà tregua, e che non ci concede tempo".
Mahmood cerca di gestire il successo con intelligenza e prudenza. Con i fan dialoga quotidianamente, attraverso i social; li ha esortati, scheda elettorale e passaporto in mano, a non disertare le urne. "Poi è andata come è andata", sbuffa. "Viviamo in democrazia, è giusto così. Ho pensato: bisogna toccare il fondo per risollevarsi. Non può andare peggio, vero? O può?", aggiunge
Ha ragione, gli artisti sono costretti ad andare di corsa, di più il mondo del pop: pause troppo lunghe e assenze ingiustificate sui social (1,7 milioni di follower su Instagram) possono creare pericolosi scollamenti dai fan. Mahmood (all'anagrafe Alessandro Mahmoud) cerca di curarsi (e curare la sua community) distribuendo ora "pillole di cuore e verità" nel docufilm Mahmood, regia di Giorgio Testi, che presenta stasera in anteprima alla Festa del Cinema di Roma nella sezione Alice nelle Città (il 17, 18, 19 ottobre al cinema e prossimamente su Prime Video). È un ritratto intimo, il racconto della sua vita tra Milano e l'Egitto, con poche indulgenze sui trionfi nazionali e internazionali, zero immagini della vita da celebrity, anche se, dopo il primo trionfo sanremese, non si è negato appuntamenti mondani, dalle vacanze a Mykonos con l'amico stilista Riccardo Tisci (ex Givenchy, ex Burberry) alle sfilate dei brand top, accanto a Cher e alla Wintour. "Non aveva senso inserire quella roba lì" spiega. "È qualcosa che è arrivata dopo, col tempo. La moda non ha contribuito alla mia formazione, è stata una conseguenza del successo - a proposito, domani vado alle sfilate di Parigi, un'altra fashion week. Ma poi devo staccarmi da tutto questo, mi sto distraendo troppo...".
Che cosa voleva raccontare con questo docufilm?
"Come tutto è iniziato, come nella mia testa ha incominciato a insinuarsi quel tarlo, una passione diventata ossessione...di più...sempre di più... una frenesia... Mi cercavo da solo le scuole di musica, sbirciando su Google. L'unica possibile la trovai a Baggio, un'ora e mezza da casa mia a Milano, difficile da raggiungere coi mezzi - io piccolo, da solo, tre volte a settimana. Ma era una ragione di vita. Questo volevo far vedere. E poi il rapporto con la famiglia, importantissimo, e con i miei amici. Sui social e in tv queste cose non passano. Magari anche il film è incompleto, ma almeno dà un'idea di come sono cresciuto".
Racconta che da bambino si estraniava dalla realtà: "Mi facevo dei viaggi belli, bellissimi...".
"Vivevo in un mondo parallelo. A volte neanche seguivo i discorsi degli altri. Si intuisce in una scena filmata da mia madre alla scuola materna: 'Ale, guarda qui'; io mi giro, la fisso, ma in realtà non la vedo, sono altrove. Mi succede anche adesso. Ogni tanto mi scollego; è un meccanismo di autodifesa che mi mette in contatto con nuovi mondi, dove posso disegnare ciò che veramente immagino e penso. Proprio come Ale bambino. Da piccolo era lo sgabuzzino, adesso sono le canzoni".
Lo sgabuzzino?
"Esatto! Mi chiudevo nello sgabuzzino di casa, un ripostiglio senza finestra, sulla porta avevo attaccato un disegno con la scritta 'Podilandia'. Mia madre ogni tanto si affacciava: 'Hai fame?'. Lì dentro avevo costruito i miei castelli, li collegavo con i fili. Pensavo che quei giochi fossero reali, mettevo tutti a letto quando uscivo, li coprivo con un lenzuolino ricavato dai fazzoletti Tempo. Pazzo vero! Ogni tanto aprivo la porta per controllare che tutto fosse ok, se magari invece di dormire facessero chiasso".
Più tardi si sarebbe ingiustamente colpevolizzato per questo: il rifiuto della realtà come forma di egoismo.
"Egoismo è esagerato, protezione piuttosto. Io stavo bene con me stesso, la mente riposava".
È cresciuto affrontando una sorta di autoanalisi che alla fine è stata produttiva.
"Da piccolo non ne ero consapevole, è una cosa che ho capito da grande. Volevo solo proteggermi, al resto pensava la mamma...".
...Che è un personaggio centrale in questo documentario.
"In effetti è lei la protagonista, bravissima, spontanea, bellissima. Non mi sarei aspettato che riuscisse a essere se stessa davanti alla telecamera. Non sa mentire, se racconta qualcosa - nel film come nella vita - lo fa rivivendo quel momento con una partecipazione totale. Si immedesima al cento per cento con il racconto, salvo bloccarsi o commuoversi quando il ricordo diventa troppo personale e profondo. Vorrei, un giorno, essere spontaneo come lei. Ci sto ancora lavorando".
Riusciva a confidarsi con lei, da bambino? Era più mamma o più amica?
"Noooo, quale amica? Mamma in tutto e per tutto. Quella forma di confidenza casomai arriva dopo, nel mio caso verso i ventidue anni. La mia è stata una lunga adolescenza, avevo una certa repulsione per il mondo degli adulti, volevo la mia privacy, i miei spazi. Finché dipendi da tua madre, non puoi metterti al suo stesso livello".
Dopo i primi successi, ascoltando le sue canzoni, sua mamma dice: "Lo vedevo sereno, ma forse non lo era".
"Lo ero, in realtà. Mi creavo dei mondi non perché volessi essere sereno, ma perché ero sereno. Non ricordo di aver vissuto momenti tristi nella mia infanzia. Merito di una mamma perfetta. Normale che all'inizio considerasse il mio sogno uno spreco di energia e di soldi, aveva paura mi facessi male".
Non le ha mai fatto sentire l'ansia e lo stress che deve averle causato l'abbandono da parte di suo padre?
"Mai. Quando lui veniva a prendermi per i weekend, lei - anche se certamente preoccupata - mi lasciava andare tranquillamente. Per due volte, in estate, quando avevo otto e dodici anni, permise che andassi in Egitto, anche se gli zii la pregarono di non farlo - era il periodo in cui si parlava molto di genitori arabi che, una volta raggiunti i loro paesi, non restituivano i figli alle madri europee. Magari era preoccupata, aveva la morte nel cuore, ma acconsentiva; riteneva fosse giusto che trascorressi del tempo con papà".
Cosa ricorda di quei viaggi in Egitto?
"Avrei preferito restare a giocare con i miei cugini. O andare a Orosei, come ogni estate. Ma al Cairo mi divertii un sacco, conobbi i cugini e le zie, visitai posti bellissimi. Salivamo in casa e si stendevano i tappetini per pregare verso la Mecca, poi mi obbligavano a bere centrifughe di mango che trovavo disgustose. Andavamo in barca sul Nilo - cena e spettacolo di danza del ventre - sul Mar Rosso, nel deserto sul cammello o a cavallo. Mio papà era fidanzato con una ragazza, Asma, bellissima, come una modella. Mi portava in giro per la città, nei caffè: all'inizio non mi stava troppo simpatica, fiera e altera com'era, poi siamo diventati amici. Durante il secondo viaggio conobbi il mio fratellino - ho anche una sorella, nata successivamente. Anche mio padre era bellissimo, ora si è un po' appesantito. Un dongiovanni, carisma personale, sempre allegro, sorridente, uno che riesce ad ammaliare le persone".
Aveva cinque anni quando suo padre se ne andò. Fu il principio delle insicurezze?
"Fu come se non fosse successo niente, a dir la verità, anche se ogni volta, mentre lo dico, mi fa strano. Mamma mi portò dallo psicologo, il quale confermò che non avevo problemi. E poi mio padre, nel periodo in cui è rimasto a Milano, veniva a prendermi tutti i weekend. Mi estraniavo, egoisticamente, per proteggermi? Non lo so. Ma anche lì, tutto merito di mia madre: lui gliene ha fatte passare! ma lei mai una parola contro! mai raccontato niente! Ha sacrificato tutta la vita per lavorare e crescermi. E a volte mi sento in colpa per questo".
Soldi, che ha superato i 500 milioni di streaming e 100 milioni di visualizzazioni su YouTube, è una canzone indirizzata a papà, quasi volesse richiamare l'attenzione di quel genitore assente che si faceva sentire solo per batter cassa.
"Non l'ho scritta per pareggiare il conto, stavo solo raccontando, stream of consciousness, l'autoanalisi di cui parlavamo prima, rivivere delle situazioni cantandole, senza uno scopo, senza cattiveria. Mi auguravo non l'avrebbe mai ascoltata".
Invece?
"L'ha ascoltata, eccome! E non l'ha presa bene. Ha anche minacciato di andare in televisione a dire la sua".
Ora in che rapporti siete?
"Non lo sento da un po'...".
Lei, più o meno consapevolmente, ha nella voce un melisma molto in sintonia con la musica mediorientale, evidente durante la performance alla Notte della Taranta, quando ha cantato Sabri Aleel, versione assai rallentata e sognante di una canzone dance egiziana.
"Mio padre, in macchina, anche qui a Milano, mi faceva ascoltare le sue cantanti arabe preferite. A me non piacevano. 'Papà, dai, cambia 'sta roba!'. Mi sembravano tutte uguali. Oggi, a riascoltarle, mi emozionano un sacco, come è successo con Sabri Aleel. La pronuncia araba è tutt'altro che perfetta, ho chiesto aiuto a tutti quelli che conosco, compreso il mio parrucchiere Aziz e all'amico egiziano di mia cugina".
L'insicurezza è una costante nel suo racconto cinematografico. Quando già cantava potenziali successi, diceva: "Mi vergogno di fare 'ste robe", dove le robe sono, appunto, le canzoni.
"Oddio, avrei dovuto togliere quella scena. Ma sì, erano brutte canzoni, tipo La notte ti adora, la prima che mi diedero da interpretare, quando ancora non scrivevo, trashissima (la canta a cappella, bravissimo, ndr). Ma dovevo capire come cominciare e dove sarei andato a finire. Guardi, io le ho provate tutte. L'ultima cosa che volevo era tornare a fare i cappuccini".
Mamma Anna dice: "Lui i suoi malesseri non li raccontava, ho scoperto tutto dalle canzoni".
"Riuscire a scrivere solo verità è stato un lavoro durato almeno due anni. All'inizio facevo 'testi di copertura', per confondere le acque, per non mostrarmi. Quando ho cominciato a farlo, anche lei è rimasta sorpresa".
L'esclusione da X Factor (poi ripescato), nel 2012, deve essere stata penosa per entrambi.
"La cosa più triste e difficile della mia vita. Diciotto anni, non avevo mai pianto così tanto, e la settimana dopo avevo la maturità - le lacrime scendevano sui libri... Pensai: si vede che non è destino. Era la quarantesima porta in faccia. Tornai a lavorare al bar di mio cugino, dalle sei di mattina a mezzogiorno, cosicché avessi il pomeriggio libero per andare al CPM, la scuola di musica. Lì presi a scrivere canzoni, ricominciando da ultimo della classe".
Molte porte in faccia, ma anche tanto successo in un momento di grande affollamento nel mondo del pop.
"Quarto a Sanremo Giovani, con Dimentica (2016), a venticinque anni. L'estate precedente, dalla Sardegna, mi ero iscritto ad Area Sanremo: mi pagai il treno e il B&B dove dormivo sul divano perché le due amiche che erano venute con me da Milano - una era Miele - occupavano il matrimoniale; frequentai i corsi di Ivano Fossati e Mauro Pagani; era il periodo in cui andavo pazzo per i cantautori, dopo un'abbuffata adolescenziale a base di Stevie Wonder, Ray Charles e Fugees. Carmen Consoli aveva appena pubblicato L'abitudine di tornare, un album che per me ha significato molto. Dopo varie vicissitudini e i discografici che mi esortavano ad ascoltare di più le radio per capire in che direzione andare, cominciai a comporre brani per altri. Il primo, Nero Bali, per Michele Bravi, Elodie e Gué Pequeno, poi Hola per Mengoni, e subito dopo i miei primi successi, come Gioventù bruciata, che vinse Sanremo Giovani nel 2018. Soldi, che risale a quell'epoca, rimase nel cassetto. Per fortuna: sarebbe stata la canzone vincitrice del Festival l'anno successivo. Lo stesso è successo per Brividi: si figuri se immaginavo di ritornare a Sanremo con Blanco quest'anno, e di rivincere! Pensavo che dopo Soldi avrei solo potuto fare peggio".
Carmen Consoli, insieme a Dardust, ha uno spazio di rilievo nel film...
"Ho imparato tanto da lei, dal suo modo di scrivere, dai suoi concerti. Ricordo quando andai con mia madre a vederla al Teatro dal Verme. È un'amica stupenda, mi ha accolto in casa - non ha idea di come cucina! Mi ha aperto il suo mondo e mi ha dato consigli preziosi su come destreggiarmi con certi meccanismi della discografia che a volte sono spietati".
La solita insicurezza...
"...dalla fine di quest'estate meno cronica. C'è stato un cambiamento, mi sono imposto di essere più positivo. In questi anni mi sono successe cose bellissime, ma io mi sono sempre buttato giù. Ora ho deciso di stare più tranquillo. È uno sforzo che devo fare. Lezione di famiglia: stai con i piedi per terra, meno aspettative hai meno brusca sarà la caduta. E non riguarda solo la musica, anche i colpi bassi dagli amici...vabbè, lasciamo stare... Sto imparando a dare priorità alle cose importanti".
Non ne avrà neanche avuto il tempo, con la frenesia che il successo ha scatenato. Riesce a mantenere la vita privata e quella pubblica in equilibrio?
"Ieri ho ricevuto una bella notizia: mi danno un po' di tempo per scrivere. Quando non ce la fai più, devi chiedere aiuto. È quel che ho fatto. Stavo perdendo le sopracciglia a causa dello stress del terzo tour tra Sanremo e Eurovision, ho tirato troppo la corda, ...ci sta, sono giovane, ho ancora tante cose da fare. Ma scrivere richiede tranquillità, e ho bisogno di viaggiare, prendermi del tempo".
L'appartamento nel grattacielo milanese andato a fuoco, nell'estate 2021: altro colpo basso.
"Era la mia prima casa in affitto (ora ne ha acquistata una, ndr), la prima volta lontano da mia madre, le prime festicciole con gli amici...ci stavo da un anno...un trauma...lì veramente sono andato in analisi. Ho avuto la sensazione che tutto quello che avevo costruito crollasse in una notte: sono tornato da mamma. È stato come ricominciare daccapo. E non sa quante difficoltà per trovare un altro alloggio: non affittiamo agli artisti, fate troppo casino...".
La sensazione, guardando il docufilm, è che in lei abiti un qualche dolore che non riesce a scacciare e col quale, con rassegnazione, convive.
"Dentro ognuno di noi c'è del dolore, sempre. Senza, la vita sarebbe una finzione. È importante conoscerlo e conservarlo, a me serve per crescere e reagire. Non voglio cancellarlo - solo vivere e gestirlo, quel dolore".