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Così le piante risolvono i crimini

(Getty images) 
Frutti, pollini, alghe trovati sulle scene dei delitti sono spesso fondamentali per scovare i colpevoli. Tanti i casi raccontati dal botanico David J. Gibson. Uno è italiano. Abbiamo indagato
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Quando Mark Bogan scaricò in mezzo alla boscaglia il corpo senza vita di Denise Johnson, in un'area isolata nella contea di Maricopa (Arizona), era convinto che nessuno lo avesse visto. In realtà c'erano due testimoni, i peggiori che un assassino può ritrovarsi di fronte in tribunale, perché incapaci di mentire e incorruttibili: due baccelli di palo verde (Parkinsonia florida), un alberello del deserto, che dalla scena del crimine erano finiti sul cassone del pick-up di Bogan, per essere poi raccolti dagli investigatori. Nella notte del delitto, infatti, la sua auto era stata segnalata non lontano da quella zona. La polizia chiese a Timothy Helentjaris, genetista molecolare, se fosse possibile, dall'analisi del Dna dei baccelli, risalire con precisione all'albero da cui erano caduti. E Helentjaris provò in tribunale che i baccelli provenivano dallo stesso albero graffiato da un'auto vicino al posto in cui fu trovato il corpo.

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Quando Mark Bogan scaricò in mezzo alla boscaglia il corpo senza vita di Denise Johnson, in un'area isolata nella contea di Maricopa (Arizona), era convinto che nessuno lo avesse visto. In realtà c'erano due testimoni, i peggiori che un assassino può ritrovarsi di fronte in tribunale, perché incapaci di mentire e incorruttibili: due baccelli di palo verde (Parkinsonia florida), un alberello del deserto, che dalla scena del crimine erano finiti sul cassone del pick-up di Bogan, per essere poi raccolti dagli investigatori. Nella notte del delitto, infatti, la sua auto era stata segnalata non lontano da quella zona. La polizia chiese a Timothy Helentjaris, genetista molecolare, se fosse possibile, dall'analisi del Dna dei baccelli, risalire con precisione all'albero da cui erano caduti. E Helentjaris provò in tribunale che i baccelli provenivano dallo stesso albero graffiato da un'auto vicino al posto in cui fu trovato il corpo.

Il ritrovamento di frutti della nappola spinosa (Xanthium spinosum) su vestiti e capelli aiutò a risolvere un caso di furto di rame   a Lagonegro (Basilicata) (Getty images) 

Questo è solo uno dei tanti casi in cui piante, pollini e alghe diventano elementi cruciali per risolvere investigazioni complicate. Ne parla David J. Gibson, docente di Botanica alla Southern Illinois University di Carbondale nel saggio Planting clues: how plants solve crimes (Piantare indizi: come le piante risolvono i crimini, Oxford University Press). "Il principio di fondo è il famoso "scambio di Locard", dal pioniere della scienza forense Edmond Locard: il colpevole lascia tracce sulla scena del crimine, e la scena del crimine lascia tracce sul colpevole" spiega Gibson. "Ad esempio i pollini che, onnipresenti nell'aria, si accumulano tra i capelli, nelle pieghe dei vestiti o sopra e sotto le automobili, possono rivelare il passaggio di una persona in un certo luogo in un certo periodo. Ed essendo invisibili a occhio nudo, sono tracce che i malfattori non sanno nemmeno di avere addosso".

I pollini di Srebrenica

Proprio i pollini hanno permesso di condannare per genocidio i mandanti del massacro di Srebrenica: "I militari serbi in un primo momento avevano seppellito tutte le vittime in fosse comuni a Lazete, poi però, per evitare l'accusa di genocidio, avevano rimosso i corpi per seppellirli in tombe più piccole in altri luoghi" spiega Gibson. "Ma il fatto che la stessa composizione di pollini di mais, pino e peccio si trovasse sui corpi sia a Lazete che nelle altre tombe ha permesso di concludere che tutti provenivano da una fossa comune, segno di genocidio".

L’analisi dei pollini delle fosse comuni di Lazete (Bosnia) ha permesso di condannare per genocidio i mandanti del massacro di Srebrenica (Spl / agf) 

Gli "aiutanti verdi" sono utili anche per capire la causa della morte. Ad esempio le diatomee, alghe unicellulari, non invadono più di tanto un corpo gettato in acqua dopo morto (e quindi, probabilmente, vittima di omicidio), e invece entrano nei polmoni e vengono spinte a gran forza nel sangue, e quindi in tutti i tessuti, perfino nelle ossa, quando una persona affoga (suicidio o incidente).

Tra i pionieri della botanica forense, la più influente è Jane Bock, docente all'Università del Colorado, il cui primo caso risale al 1982: le chiesero se fosse possibile identificare l'ultimo pasto di una donna dal contenuto del suo stomaco. La vittima era una ventunenne ritrovata in un fosso vicino a Denver, nel cui stomaco non sembrava esserci ciò che la giovane aveva mangiato a pranzo con il suo ragazzo in un fast-food, ovvero un hamburger e un frullato. "Nello stomaco di un cadavere si può trovare solo ciò che ha mangiato nelle ultime sei ore di vita. Forse la donna era stata uccisa dal suo ultimo commensale" spiega Gibson. "Per sapere di più, bisognava identificare le specie vegetali ingerite. Bock improvvisò: andò dal fruttivendolo, comprò un po' di tutto e masticò a lungo i suoi campioni, per poi risputarli sui vetrini del microscopio. Il confronto con ciò che l'uccisa aveva mangiato svelò la sua ultima cena: fagioli, cavolo cappuccio, cipolla, lattuga e peperone". Erano gli stessi ingredienti di un'insalata del fast-food Wendy's. "La vittima doveva aver cenato con qualcun altro. Gli investigatori sapevano che un serial killer texano appena arrestato aveva confessato degli omicidi in zone non lontane, così mostrarono le foto del sospetto allo staff di Wendy's. E ci fu la conferma: quell'uomo aveva cenato insieme alla ragazza".

Dalla Belladonna (Atropa belladonna) si ricava un alcaloide, l’atropina, impiegato in diversi casi come veleno per uccidere (Getty images) 

Atropina al supermercato

A volte le piante nello stomaco sono loro stesse l'arma del delitto. Come l'atropina, alcaloide prodotto dalla belladonna (Atropa belladonna), che si diffonde senza infiammare gli organi e si degrada rapidamente, lasciando poche tracce: il biologo Paul Agutter, nel 1994, la versò nel gin tonic della consorte, e poi la iniettò anche, in dosi non mortali, in diverse bottiglie d'acqua tonica del supermercato, per sviare i sospetti. Ma qualcuno lo vide armeggiare, e per giunta una bottiglia fu acquistata da un anestesista che conosceva i sintomi dell'intossicazione da atropina. Agutter fu arrestato, e la moglie si salvò perché, sentitasi male dopo il primo sorso, non bevve il resto.

Le diatomee sono alghe unicellulari la cui presenza può rivelare se un corpo è stato gettato in acqua già morto oppure se è vittima di un affogamento (Getty images) 

Ma la prima volta che una prova botanica è stata ammessa in un tribunale americano risale addirittura al 1932, nel processo Lindbergh. Nella sera del 1° marzo 1932 il piccolo Charles Lindbergh Jr, figlio dell'aviatore che fece la prima trasvolata atlantica in solitaria, fu rapito dalla culla da un uomo che si era introdotto dalla finestra. Tre pezzi di una rozza scala di legno furono trovati nei pressi della villa. "La polizia li fece esaminare alla guardia forestale Arthur Koehler, che identificò le specie di legno usate per costruirla (tra cui pino giallo e betulla bianca)" spiega Gibson. "Koehler notò anche che quel legno sembrava passato sotto la pialla a una velocità inusuale, 70 metri al minuto. Scrisse a 1.600 segherie, soltanto due avevano una pialla così veloce e tra queste solo la segheria di McCornick lasciava segni identici a quelli sulla scala. La segheria aveva inviato un carico di assi alla Great National Millwork Company di New York, dove aveva lavorato come falegname Bruno Hauptmann, ovvero l'uomo che nel frattempo era stato arrestato mentre cercava di spendere uno dei certificati d'oro pagati come riscatto da Lindbergh".

Il caso di Lagonegro

Tra i casi raccontati da Gibson ce n'è anche uno italiano, a Lagonegro (Basilicata), nel 2011, di un uomo arrivato in fin di vita in ospedale dopo un forte shock elettrico. "I famigliari dissero che aveva ricevuto una scossa tentando di riparare un lampadario" racconta Isabella Aquila, docente di Medicina legale dell'Università Magna Graecia di Catanzaro. "Ma le ferite erano gravi e non compatibili con il basso voltaggio domestico. Dissero anche che era caduto da una scala mentre cambiava una lampadina, e in effetti trovammo la scala nell'appartamento, con macchie di sangue, rovesciata sotto un lampadario con dei fili elettrici scoperti". La soluzione però venne dall'autopsia, eseguita dalla professoressa: "Oltre alle lesioni da alto voltaggio in tutto il corpo, trovai un vasto trauma cranico, non compatibile con una caduta da pochi metri. Inoltre sui vestiti e tra i capelli c'erano frammenti botanici, che feci analizzare all'Università dell'Aquila: venivano dai frutti della nappola spinosa (Xanthium spinosum), che attecchisce in aree rurali aride. Guarda caso l'Enel aveva registrato, nel giorno dell'incidente, un blackout in una zona di campagna vicino a un pilone elettrico. Gli investigatori trovarono nappole sotto quel pilone, e tutto fu chiaro: l'uomo si era folgorato tentando di rubare il rame dei cavi del pilone".

Sul Venerdì del 21 ottobre 2022