Yemen: sopravvivere alla guerra è una borsetta gialla
di Laura Silvia Battaglia , di Laura Silvia BattagliaSana'a. Il colore di moda quest'anno a Sana'a è il giallo ocra. Impone la sua presenza sulle ballerine appuntite similpelle che spuntano dalle lunghe abaye nere delle giovani donne, se non cinge le loro spalle sotto i niqab d'ordinanza, neri pure quelli e di moda pure quelli con marche improbabili (Queen, Angel), prodotte negli Emirati. Ma l'oggetto del desiderio assoluto è una borsetta squadrata stile tascapane con sopra la scritta preveggente: "I will go to Paris", accompagnata da un disegno stilizzato della Tour Eiffel, nero su ocra, produzione cinese. Procrastinare i desideri nel futuro, in Yemen, è ormai lo sport nazionale. Non si opta nemmeno per un più discreto condizionale, tanto tutti sanno che a Parigi non ci andranno mai. Dunque il futuro è già un periodo ipotetico dell'impossibilità.
Polvere e spazzatura
Con l'inflazione al 140 per cento, l'asse dei servizi urbani com…
Sana'a. Il colore di moda quest'anno a Sana'a è il giallo ocra. Impone la sua presenza sulle ballerine appuntite similpelle che spuntano dalle lunghe abaye nere delle giovani donne, se non cinge le loro spalle sotto i niqab d'ordinanza, neri pure quelli e di moda pure quelli con marche improbabili (Queen, Angel), prodotte negli Emirati. Ma l'oggetto del desiderio assoluto è una borsetta squadrata stile tascapane con sopra la scritta preveggente: "I will go to Paris", accompagnata da un disegno stilizzato della Tour Eiffel, nero su ocra, produzione cinese. Procrastinare i desideri nel futuro, in Yemen, è ormai lo sport nazionale. Non si opta nemmeno per un più discreto condizionale, tanto tutti sanno che a Parigi non ci andranno mai. Dunque il futuro è già un periodo ipotetico dell'impossibilità.
Polvere e spazzatura
Con l'inflazione al 140 per cento, l'asse dei servizi urbani completamente collassato - dalla raccolta della spazzatura, al sistema idrico e fognario, alla distribuzione dei salari per gli statali - e una milizia al potere, gli sciiti Houthi, che non ha intenzione di intrattenere relazioni diplomatiche con alcun Paese, eccetto Iran, Russia e Cina. Parigi è davvero lontana per gli yemeniti.
La Venezia di Pasolini
Tornare a Sana'a dopo due anni di Covid e otto di guerra è un colpo al cuore. La città è sempre più irriconoscibile, non più la Venezia che poggia sulla polvere di pasoliniana memoria. Sana'a poggia su polvere e spazzatura, che le piogge torrenziali trasformano in una melma indistinta di fango, nella quale i bambini neri della comunità muhamasheen, di origine somala, scavano per trovare un oggetto da rivendere per svoltare la giornata. Anche nei vialoni ex residenziali dell'area di Hadda - dove fino al 2014 i centri commerciali e le ambasciate erano aperti - uomini ossuti si chinano nei cestoni della spazzatura per raccogliere una sola guava marcia e addentarla senza ritegno. Sullo stesso stradone, poveri cristi paraplegici dall'età indefinita sono letteralmente buttati in mezzo alle carreggiate, per strappare a qualcuno un mezzo dollaro di pietà. Ma non si tratta solo di loro: la povertà sbrana trasversalmente tutta la società yemenita.
I genitori di Nasreen Hisham Nagi sono docenti universitari, il padre è ancora direttore del dipartimento di Scienze ambientali, la madre è biologa: alta borghesia yemenita, istruzione elevata, una vita viaggiando, loro sì, anche verso Parigi. "Non ricevono lo stipendio da sei anni" dice Nasreen "per fortuna i miei genitori hanno messo sempre i soldi da parte e adesso viviamo con i loro risparmi, ma i loro colleghi sono disperati".
Per un migliaio di docenti universitari precipitati verso una relativa povertà, c'è a Sana'a un mondo di milioni che vive di espedienti giornalieri: dopo la preghiera del mattino all'alba, anticipata dai nasheed (canti) inneggianti alla futura vittoria sciita, inizia la processione dei manovali che si accatastano sulle rotonde stradali in attesa di qualcuno che offra loro un lavoro a cottimo; uomini e bambini spingono i loro carretti - di pane, di uva, di papaye, gelati, polli, pecore, pantaloni, sottane, materiali edili, tubi, spazzatura - verso la prima destinazione della giornata.
Per tutto il tempo, giovani mal ridotti ma dotati di kalashnikov si stringono in tre sulle moto enduro o si abbarbicano sui pick up anche in quindici, perché anche i bus costano ed è meglio trovare un passaggio gratuito. Tra tutti questi, non ce n'è uno che benedica il momento corrente: quando la popolazione, nel 2014, affollava le strade dietro agli Houthi per chiedere l'abbassamento del prezzo del petrolio e l'innalzamento del valore dei salari, la benzina costava venti volte meno. Oggi un litro si paga più di un euro e 50, esattamente il valore che ha in Italia, con l'aggravante che qui siamo in un Paese in guerra da otto anni, nelle farmacie non si trova nemmeno l'insulina e nessuno sa cosa sia l'ibuprofene per curare il Covid.
Per non parlare del pane: nel Paese che importa il 90 per cento del proprio fabbisogno alimentare e il grano arriva dalle rotte ucraine, le formine quadrate di pane scuro sono sempre più minuscole e costano quattro volte di più. A Sana'a, per vivere a livello di più che decente sopravvivenza, oggi bisogna essere ricchi tanto quanto un milanese che abbia la casa di proprietà senza il mutuo.
Il gioco del potere
L'unica categoria che ha benedetto la tregua siglata tra il Nord e il Sud dello Yemen lo scorso aprile, estesa fino al 2 ottobre e non più rinnovata, è quella degli autotrasportatori che affollano le strade sterrate e melmose delle città e tra le montagne di giorno, ma soprattutto, di notte, generando code e incidenti terrificanti.
L'altra è la dirigenza dei ribelli Houthi: dopo avere messo in sicurezza il Nord con un apparato di controllo militare capillare, la sua difficoltà di dialogo con il resto del mondo rischiava di portare al collasso un sistema che ha tratto molto profitto dagli errori della Coalizione a guida saudita. Soprattutto i bombardamenti prolungati, anche su aree civili, hanno creato il collante morale con una popolazione che a Sana'a è costituita da moltissimi inurbati da aree tradizionalmente lontane dalla loro influenza. Il rifiuto del Consiglio di sicurezza dell'Onu di condannare i sauditi per crimini di guerra ha permesso qui di raggiungere il livello più basso di fiducia nelle istituzioni internazionali, un sentimento diffuso che agli Houthi fa solo gioco.
Nelle strade, da pochi mesi, sono comparse scritte ineludibili contro le Nazioni Unite: "Basta ai crimini del Consiglio di Sicurezza in Yemen". Tutto questo nella zona dove i bombardamenti del 2015 e 2016 hanno atterrato strutture governative, infrastrutture cittadine e case private. Non molto lontano, il vecchio anfiteatro per le parate militari accanto alla grande moschea bianca Salem Saleh si è trasformato nel mausoleo degli shaheed, i martiri. Per ricordare il bombardamento saudita del novembre 2017 sulla parata Houthi, nella quale morirono una decina di persone, il viale è stato tappezzato a centro carreggiata di foto ricordo delle vittime.
Come Hamas a Gaza
Che una buona parte delle risorse dello Stato, secondo uno schema che abbiamo già visto applicato da Hamas a Gaza, dai Talebani a Kabul, da Hezbollah in Libano, si stia concentrando nelle mani di poche famiglie, lo dimostrano le nuove costruzioni di lusso apparse negli ultimi anni in città. Si tratta di un centinaio di appartamenti da parecchi metri quadri per 150 mila dollari in vendita nella stessa zona del mausoleo: vista panoramica tra il monte Attan e la moschea Salem Saleh, strade asfaltate, fognature che funzionano, acqua corrente e bagni piastrellati senza la turca.
Per non fare montare la rabbia, l'amministrazione Houthi ha deciso di concedere più poteri alla polizia generale e municipale, inaugurando anche una nuova stagione di stipendi regolari, assunzioni, dotazione di munizioni e costruzione di check point. In questo modo, potenzialmente ogni rotonda può diventare un posto di blocco, mentre c'è una proliferazione di stazioni di controllo semi-improvvisate, con pick up maculati nero-blu e uomini con la stessa divisa.
Ma il controllo capillare non è solo quello che si vede. Abdulrahman al-Gabri, storico fotografo di cinquant'anni di storia yemenita, praticamente un'istituzione a Sana'a, lamenta che non gli diano più accesso alla Città vecchia. Per lui, notoriamente poco incline ad assecondare le richieste di gruppi fondamentalisti, non c'è spazio. Mentre ci mostra i negativi di sessant'anni di professione, le foto della firma dell'unificazione del Nord e del Sud, e le immagini delle donne yemenite che negli anni Cinquanta non portavano alcun velo, se non l'abito tradizionale, coloratissimo e affascinante, dice: "Qui ci sono occhi dappertutto, bisogna aver paura anche a dire la propria con un amico".
Peggio se sei straniero: in questa società trasformata nella Stasi delle milizie, si entra con il contagocce, dopo adeguato controllo e sequestro del passaporto al check-point di confine, con il terrore che non venga mai più restituito e che costituisca il lasciapassare diretto verso la cella. Oggi, da queste parti, essere straniero equivale ad avere su di sé lo stigma della spia. E all'orizzonte, almeno per ora, non c'è assolutamente nulla che possa mutare lo stato delle cose.