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Rugby, a Mantova il rifugiato che allenava le donne in Afghanistan

L’ingegnere Fardin Behnam, 29 anni, posa per il nostro fotografo nel campo del Rugby Mantova (Fabio Bussalino) 
A Kabul era riuscito a mettere in piedi la Nazionale femminile. Poi i talebani hanno spazzato via tutto. Oggi in Lombardia Fardin Behnam segue i bambini, ma ha fatto una promessa a se stesso: "Tornerò dalle mie rugbiste col velo"
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MANTOVA. C'è qualcosa di più imprevedibile dei rimbalzi di una palla ovale? La vita, risponde con un sorriso l'ingegner Fardin. Che anche oggi pomeriggio si è tolto la tuta da saldatore, ha lasciato la fabbrica e si è presentato sul grande prato a ridosso del Mincio. Ora è al centro di un grande cerchio di bimbi che squittiscono impazienti: a un suo cenno cominciano a giocare, si rincorrono felici. Rugby. L'ingegner Fardin chiude gli occhi, inspira profondamente. E per un istante gli sembra di essere tornato indietro nel tempo - quanto è passato: un anno e mezzo? - seimila chilometri più lontano, a oriente. Kabul. Le ragazze della prima Nazionale placcaggi dell'Afghanistan. Hijab, mischie, corse a perdifiato con un pallone - ovale, naturalmente - pieno di vento. "Chi l'avrebbe detto?", pensa. Ed è una storia di dolore, gioia, speranza. Di libertà.

Galeotto fu il tagliaerba

Estate dello scors…

MANTOVA. C'è qualcosa di più imprevedibile dei rimbalzi di una palla ovale? La vita, risponde con un sorriso l'ingegner Fardin. Che anche oggi pomeriggio si è tolto la tuta da saldatore, ha lasciato la fabbrica e si è presentato sul grande prato a ridosso del Mincio. Ora è al centro di un grande cerchio di bimbi che squittiscono impazienti: a un suo cenno cominciano a giocare, si rincorrono felici. Rugby. L'ingegner Fardin chiude gli occhi, inspira profondamente. E per un istante gli sembra di essere tornato indietro nel tempo - quanto è passato: un anno e mezzo? - seimila chilometri più lontano, a oriente. Kabul. Le ragazze della prima Nazionale placcaggi dell'Afghanistan. Hijab, mischie, corse a perdifiato con un pallone - ovale, naturalmente - pieno di vento. "Chi l'avrebbe detto?", pensa. Ed è una storia di dolore, gioia, speranza. Di libertà.

Galeotto fu il tagliaerba

Estate dello scorso anno. Siamo ancora sui prati dell'impianto sportivo del parco del Mincio. Due uomini si guardano strano a distanza di pochi metri, divisi da una rete metallica. Giovanni Lorenzi, 38 anni, un recente passato da giocatore (nel ruolo di terza linea, ha imparato dai maestri neozelandesi) e ora direttore sportivo del Rugby Mantova, sta tagliando l'erba. Vede quel tipo, che anche l'altro giorno gironzolava circospetto guardando verso il terreno di gioco. Poco lontano c'è un accampamento rom. Chissà chi è. Anche lo sconosciuto lo guata, non è convinto e si dice: "Deve trattarsi di un inserviente, non mi potrà aiutare. Invece ho bisogno di parlare con qualcuno della squadra". Lorenzi spegne la falciatrice: "Vuoi lavorare?", gli domanda. E quello: "No. Voglio giocare a rugby".

Fardin Behnam, 29 anni, da qualche settimana profugo. Ingegnere afghano, specializzato nella costruzione di ponti e strade. Mediano di mischia (il regista, quello geniale e svelto che comanda gli omoni tutti muscoli), soprattutto motore appassionato di quella che fino a poco fa era una nuova, sorprendente realtà sportiva di Kabul. "Certo, pure da noi si gioca con la palla ovale. E io avevo organizzato un campionato femminile con diversi club del mio paese. Sì, puoi crederci: in Afghanistan". Lorenzi va su internet, controlla: è tutto vero. Il giorno dopo Fardin torna con gli attestati internazionali che gli ha rilasciato World Rugby. Non ce ne sarebbe bisogno, è già stato adottato dalla comunità mantovana. Comincia ad allenarsi, e ad allenare i bambini.

A.A.A. atlete cercansi

"La storia è iniziata dieci anni fa, quando alla televisione afghana per la prima volta ho sentito dire che ci sarebbe stata una partita della nostra Nazionale in Pakistan", ricorda Fardin. Viene da una famiglia di sportivi: un fratello è un campione di judo, faceva anche sollevamento pesi e lotta libera; un altro era pugile ma anche medico militare, è una delle oltre cento vittime dell'attacco al Daoud Hospital della capitale, nel 2017, attribuito a Daesh. "Il giorno dopo ho chiesto informazioni al comitato olimpico, e due settimane più tardi mi sono aggregato alla squadra". All'inizio è una scommessa folle: campi polverosi, due soli palloni ovali (due!) in tutto l'Afghanistan. "A volte per giocare usavamo delle bottiglie di plastica piene di sabbia. Ma c'era una passione incredibile. Sono arrivati degli istruttori dalle nazioni vicine, abbiamo organizzato degli incontri all'interno delle strutture militari britanniche".

Nel giro di qualche stagione, l'Afghanistan ha messo in piedi diversi club - in particolare nella versione del rugby a 7 - e organizzato un torneo tra le province di Panjshir, Darwan, Laghman, Kabul. "Però, per essere definitivamente riconosciuti a livello internazionale e inseriti nel board asiatico, avevamo bisogno anche che giocassero le ragazze", ricorda Fardin. Impresa per niente facile, da quelle parti. "Diciamo pure: impossibile". Sospira. "Dovevamo reclutare delle atlete nelle scuole, ma nel mio Paese solo una donna può insegnare sport ad altre donne". E allora? "Sarei stato anche disposto a travestirmi (ride), ma non c'è stato bisogno: ho ottenuto un permesso speciale dal ministero dell'Educazione e mi sono messo a fare proseliti". L'ingegnere racconta che la risposta è stata subito entusiasta: "Prima abbiamo fatto dei seminari, poi spiegato loro che c'era la possibilità di divertirsi, giocare, viaggiare. Che non c'era pericolo. Nei loro occhi ho visto la stessa felicità di questi bambini, a Mantova".  Prima di ogni incontro del gruppo, l'ingegner Fardin riceveva una telefonata dalla famiglia di ciascuna ragazza. E a sua volta doveva richiamare, una per una, appena terminato l'allenamento. "Cinque squadre in altrettante scuole di Kabul, e nella città di Mazar. Una Nazionale. Ce l'avevamo fatta".

La fuga e una nuova vita

Ma all'inizio del 2021 Fardin Behnam, che è un ingegnere militare, viene richiamato sul fronte della guerra ai talebani. Rientra a Kabul il 13 agosto, due giorni prima della presa della città. "La mia famiglia abitava vicino all'aeroporto e siamo riusciti a fuggire: io, mia moglie Shogofa, avvocato, e mio padre, con la famiglia del fratello ucciso cinque anni fa. Siamo arrivati in Italia: prima in Trentino, poi qui a Mantova". L'accoglienza è stata calda, premurosa. "Ma non è facile abbandonare la propria terra. Fisicamente sono qui, però la testa è sempre laggiù. C'è un proverbio persiano che dice: "Le gambe seguono il cuore". E un giorno le gambe mi hanno portato fino a questo campo da rugby".

La cosa divertente è che, prima ancora di incontrare Giovanni Lorenzi, si era già avventurato fino allo stadio mantovano. "Era agosto, non c'era nessuno. Poi all'improvviso è comparsa - indovina un po'? - una ragazza". Michela Merlo, che è una rugbista della Nazionale italiana. "Quel giorno andava in palestra. Parlava inglese, le ho raccontato che ero un rugbista anche io. "Vieni quando vuoi: sei il benvenuto", mi ha detto. Ma per qualche settimana sono stato troppo impegnato nelle pratiche per i documenti da rifugiato". E poi, ha incrociato la strada di Lorenzi. "È un amico, una persona speciale. Ci unisce la stessa passione e la voglia di un futuro migliore: è stato facile prenderlo con noi", spiega Giovanni. Le nuove amicizie gli hanno permesso di integrarsi meglio. "Allenando i bambini ho imparato più rapidamente l'italiano", conferma Fardin.

Nel frattempo ha trovato un lavoro da saldatore in un'azienda della zona, e cinque mesi fa è diventato padre del piccolo Bromand. "Nella mia lingua significa: il poderoso. Non vedo l'ora di farlo giocare con una palla ovale". L'ingegner Fardin chiude gli occhi. Respira profondamente. Ma le ragazze della Nazionale afghana? Ecco, la serenità nello sguardo se ne va. "Qualcuna è riuscita a lasciare il Paese prima dell'arrivo dei talebani: c'è chi oggi vive in Germania, chi in Svezia. Con i talebani, a Kabul le studentesse non possono neppure andare a scuola, figuriamoci fare sport. Il rugby, poi. Ma la vita è imprevedibile, come i rimbalzi di una palla ovale. E un giorno spero di tornare laggiù. Per correre tutti insieme: felici, come questi bambini".