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Riale, il paesino piemontese che conserva la neve

Ancora niente fiocchi? Per convivere col global warming nell'estremo Nord della regione hanno avuto un’idea: conservarli. E così, mentre altrove gli impianti sono chiusi, qui si fa sci di fondo
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RIALE (Verbano-Cusio-Ossola). Caldo, fa caldo. Quei bei 18 e anche 19 gradi da estate in montagna, qui a 1.800 metri ci sono i fiori nei prati, e siamo all'inizio di novembre. Poi, grazie all'intercessione di un qualche dio celtico, appare il miracolo di Riale, ed è un lampo bianco sullo sfondo verde-giallo-marròn, perché è un altro autunno balordo, e malato. Due chilometri di neve ben pressata, luccicante nel sole e in un cielo così blu. Una vera pista da fondo, si vedono omini colorati andare su e giù per l'anello, poi si scoprirà che sono atleti in allenamento, ma ci sono anche sciatori della domenica e del lunedì, al prezzo popolare di 9 euro si può faticare dalla prima luce al tramonto.

Il cumulo di neve conservato sotto teloni e ovatta a Riale (1.800 metri) dall’aprile scorso: alto 8 metri, era largo 50 x 50 (Nicola Marfisi / A…

RIALE (Verbano-Cusio-Ossola). Caldo, fa caldo. Quei bei 18 e anche 19 gradi da estate in montagna, qui a 1.800 metri ci sono i fiori nei prati, e siamo all'inizio di novembre. Poi, grazie all'intercessione di un qualche dio celtico, appare il miracolo di Riale, ed è un lampo bianco sullo sfondo verde-giallo-marròn, perché è un altro autunno balordo, e malato. Due chilometri di neve ben pressata, luccicante nel sole e in un cielo così blu. Una vera pista da fondo, si vedono omini colorati andare su e giù per l'anello, poi si scoprirà che sono atleti in allenamento, ma ci sono anche sciatori della domenica e del lunedì, al prezzo popolare di 9 euro si può faticare dalla prima luce al tramonto.

Il cumulo di neve conservato sotto teloni e ovatta a Riale (1.800 metri) dall’aprile scorso: alto 8 metri, era largo 50 x 50 (Nicola Marfisi / Agf) 

Per arrivare a fare l'impresa, e battere la concorrenza italiana, francese e svizzera, bisogna essere molto montanari e anche molto cocciuti come è Gianluca Barp, che il giorno prima del ponte dei Santi quasi si rotolava nella sua neve, tanto era felice. "Non so cosa stiano facendo a Livigno e a Crans- Montana, ma noi apriamo, oh se apriamo!". Così è stato. Neve vecchia, ma neve. Messa via ad aprile come si mette via il fieno, ben coperta da teloni, di quelli che si usano per conservare ghiacciai mezzi morti, "in più ci ho messo gli strati di ovatta, un ottimo isolante". Funziona, e scoperchiato il cumulo di 8 metri (e largo 50 metri per 50), ecco la materia prima del riscatto di una montagna povera nei secoli. Un posto per amatori, questa frazione Riale appena sopra la cascata del Toce. Posti selvatici, cave abbandonate, boschi, acqua che ruscella, "qualche giorno fa ho visto il lupo...". Due ore e qualcosa da Milano, e abbastanza di colpo si arriva into the wild, pochi alberghi, case di pietra e legno nero, gerani rossi alle finestre, e certe nobili radici Walser, cioè svizzero-tedesche. "La mia famiglia arriva da lassù", dice Ezio, già dipendente Enel in una delle centrali idroelettriche della Val Formazza, ora pensionato e responsabile del gatto delle nevi. Occhi celesti, indica un punto indecifrabile sulla montagna: "È il passo del Gries, che porta nel cantone Vallese", i suoi antenati scesero qui forse un giorno del 1500, o prima. Con le vacche e poca roba, probabilmente. "Bisogna avere coraggio", e figuriamoci se si preoccupa della pista da fondo. "Reggerà. Poi verrà il freddo".

Tra dighe e alberghi

Una volta a novembre aveva già nevicato un metro, ma una volta la neve era un'abitudine. Nel secolo scorso, i pochi locali hanno trovato lavoro nelle centrali e nelle dighe, ma dieci anni fa gli impianti sono stati quasi tutti automatizzati, quindi restava da fare solo il turismo, le passeggiate d'estate, lo sci d'inverno. Più fondo e scialpinismo che discesa, e quindi a San Michele, a Vigezzo, a Devero. Riale è pioniera, anche perché qui nevica presto e la neve resiste di più, nella conca che chiude la valle. Barp ci è arrivato vent'anni fa da Belluno (altra stirpe montanara), e ci ha messo su famiglia con una ragazza del posto.

Il paesaggio della snowfarm (“fabbrica della neve”) fotografato dall’alto a inizio novembre (Nicola Marfisi / Agf) 

Imprenditore turistico "sognatore", gestisce un albergo di proprietà e uno in affitto. E la pista di fondo. Però a un certo punto gli è mancata la materia prima: "Hai voglia di gestire le piste. Se non c'è neve non c'è pista, questo lo capivamo tutti. L'idea me l'ha data Pietro Piller Cottrer, già campione del mondo. Nel 2018 era tecnico della Nazionale, gli dissi: "Ma perché non venite ad allenarvi qui, la vostra presenza sarebbe di grande prestigio, e ci porterebbe lavoro". Lui mi disse "ok, ma tu devi fare la snowfarm". Giuro, non sapevo cosa fosse".

In Italia la snowfarm l'ha fatta per prima Livigno, e gli svizzeri a Davos e a Crans-Montana. Vuol dire conservare la neve d'estate, e tirarla fuori appena è possibile, se fa abbastanza freddo. "Tecnica antica, una volta usavano la paglia. Poi mi sono documentato, ho comprato i teloni - 70mila euro - che devono essere bianchi, così riflettono la luce, e il calore". È un bel momento, quando li strappano via, incollati come sono alla massa ghiacciata. "Il primo anno ne ho stoccati 2.500 metri cubi, coperti di cippato, il legno in scaglie. Nel 2020, quattromila metri cubi, con i teli. Neanche il Covid ci ha fermato, eh. L'anno dopo, seimila, poi ottomila. Il prossimo, diecimila! Poi, se ne perde un po', chiaro". In condizioni meteo normali, il 25 per cento lentamente si scioglie. "Con il caldo di quest'anno, anche il 40". Due camion arrancano nel fango, l'escavatore ha riempito i cassoni e ricomincia a grattare le pareti con il cucchiaio, come in una cava del marmo di Carrara, accecante, fredda. Scaricano, poi parte il battipista Ezio, che parla volentieri il dialetto tedesco, così antico che nel Vallese non lo capiscono più. "La lingua la impari in famiglia, ma siamo rimasti in pochi a parlarla", a parte gli altri parenti Walser come i valdostani di Gressoney, che però sono più famosi e mondani. "E se non la parlano i giovani", alla fine resteranno solo le insegne dei ristoranti e i cartelli stradali, Unrumschtaldä, Tuffald, Wald, Schtafuwald. E Bettelmatt, un alpeggio in quota, il nome non si perderà perché ci fanno un formaggio famoso.

"Lì da voi ce n'è?"

"Il mucchio lo sorveglio io. Fino ad agosto era perfetto, a settembre ha cominciato a colare un po'", immaginatevi dunque il Barp che ogni giorno va a vedere cosa succede alla sua neve, e fa le sue considerazioni. "Ogni posto ha le sue ricette di neve. Questa è la mia, ma miglioriamo la tecnica ogni anno", e ne soppesa una manata. Sembra buona, bella soffice. Intanto, un gatto nero attraversa la pista e ci fa la pipì sopra, "ma da queste parti non siamo superstiziosi. Andrà tutto bene". E poi comincerà a sparare con i cannoni, "l'elettricità la paga il comune di Formazza, è un bell'aiuto" per conservare l'anello largo esattamente 4 metri, e spesso esattamente 40 centimetri, tutto calcolato.

Gianluca Barp, imprenditore: è l’ideatore della snowfarm di Riale (Nicola Marfisi / Agf) 

"In questa stagione ci vengono molte nazionali. In passato, i russi e gli ucraini", altri tempi. "I giapponesi, Andorra, e mi ha appena chiamato la Francia: "Come va da te, ce l'hai?'", come se stessero parlando di cocaina. E poi chiamano le squadre regionali, persino i valdostani, i friulani, e gli atleti dei corpi militari, tutti alla disperata ricerca della prima neve per iniziare la preparazione". E senta, Barp, perché ha messo su questa impresa, che a Milano definirebbero un notevole sbattimento, con la paura che si sciolga tutto, e i costi poi. Risponde sicuro: "La mia è una testimonianza di resilienza. Dà significato al nostro essere qui. Siamo solo un paesino, pensi che da qui al primo ponte ci sono 400 residenti, e non tutti abitanti. Non siamo mica Davos, noi. Lo facciamo perché abbiamo solo questo", e qui si potrebbe anche aprire il capitolo montagna che si spopola, ma "lo faccio anche per mio figlio, che ha 12 anni. Avrà un futuro qui". Poi gli piace, e si vede, mentre cammina sulla pista liscia, alle spalle una chiesetta mignon che sembra finta, di fronte i boschi dove corre il lupo. In cielo neanche una nuvola, purtroppo.

Sul Venerdì del 18 novembre 2022