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Cosa resta dei grand hotel amati da scrittori e musicisti, da Hemingway a Miles Davis

Il Grand Hotel des Palmes a Palermo 
Erano luoghi in cui (anche) vivere o morire. Ma con l’invasione dei bed & breakfast oggi gli alberghi sono in piena mutazione genetica. Mentre a noi manca tanto quel certo "gniek-gniek"
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Fino agli anni Novanta del secolo scorso, bastava che facessi capolino nella hall dell'hotel La Perla di Pamplona e subito venivi catapultato d'incanto nella Spagna come da ragazzo l'avevi sempre sognata, letta, bramata. D'una luce tirchia, chiesastica, grossi lampadari a gocce illuminavano gli arredamenti sovrappeso, le passamanerie, le consolle finto-rococò, i divani e le poltrone col velluto che decenni di natiche avevano deforestato. Appesi alle pareti, ritratti di ieratici matadores e impressionanti teste di toro imbalsamate.

Gniek-gniek... il cigolìo del vecchio parquet ti accompagnava su per lo scalone di legno fino alla tua stanza. Alla chiave era appesa una pesante boa di ottone da cui penzolava una nappa. Nel ricordo, la porta era di legno massiccio, a riquadri, tipo quella che si scorge in fondo a Las Meninas di Velázquez. La spingevi, e di là ti aspettava un letto dalla testiera pretenziosa, le lenzuola rimboccate a triangolo su…

Fino agli anni Novanta del secolo scorso, bastava che facessi capolino nella hall dell'hotel La Perla di Pamplona e subito venivi catapultato d'incanto nella Spagna come da ragazzo l'avevi sempre sognata, letta, bramata. D'una luce tirchia, chiesastica, grossi lampadari a gocce illuminavano gli arredamenti sovrappeso, le passamanerie, le consolle finto-rococò, i divani e le poltrone col velluto che decenni di natiche avevano deforestato. Appesi alle pareti, ritratti di ieratici matadores e impressionanti teste di toro imbalsamate.

Gniek-gniek... il cigolìo del vecchio parquet ti accompagnava su per lo scalone di legno fino alla tua stanza. Alla chiave era appesa una pesante boa di ottone da cui penzolava una nappa. Nel ricordo, la porta era di legno massiccio, a riquadri, tipo quella che si scorge in fondo a Las Meninas di Velázquez. La spingevi, e di là ti aspettava un letto dalla testiera pretenziosa, le lenzuola rimboccate a triangolo sulla coperta di lanona. Con te sopra, il materasso emetteva quasi lo stesso lamento del parquet. In bagno la ceramica dei sanitari recava le rughe del tempo. La doccia era "a telefono", gli asciugamani bianchi, di stoffa, con frange. Poi - gniek-gniek - te ne tornavi giù, e un gradino più in basso rispetto alla hall c'era el comedor, la sala da pranzo, che negli alberghi, le bodegas, i bar di Spagna, sta sempre un po' accucciata e spenta da un lato, come una specie di sagrestia.

Ernest Hemingway 

"Ci sono due sale da pranzo al Montoya. Una è al piano superiore, l'altra dabbasso, sotto il livello della piazza" scriveva Hemingway in Fiesta (1926). Ora, i puristi vi spiegheranno che l'hotel Montoya del romanzo non è esattamente La Perla di Pamplona, ma vi assicuro che fino a un quarto di secolo fa gli assomigliava parecchio. Una volta dentro ti sentivi finalmente in Spagna. D'estate, durante la Feria de los Sanfermines, l'albergo era inavvicinabile per via delle tariffe e dei sold out.Fuori stagione però una stanza a prezzi umani c'era sempre modo di trovarla. Sennonché, di colpo, finito tutto. Nel 2007 l'hotel fu brutalmente rimodernato, normalizzato secondo i canoni del neo-lusso, la camera di Hemingway museificata. E buonanotte ai (suona)tori. Oggi La Perla è un 5 stelle. Traduci: una cosa divertente che molti di noi non faranno mai più. Neanche per una pazzia, una botta di vita.

La Perla a Pamplona 

Era giusto un esempio. Però è innegabile che - inghiottita dai mega-flussi del turismo globale, addentata ai polpacci da B&B, Airbnb, affitti brevi e compagnia - quella degli alberghi sia una civiltà se non al tramonto diciamo nel guado di una possente mutazione genetica. Una trasformazione della quale nessuno può dire a che cosa approderà: se agli angosciosi resort per ultra-ricchi pronosticati da James G. Ballard o ai parchi a tema per le ultra-masse (dove il tema potrebbe essere proprio la nostalgia dell'hotel d'antan), oppure ad altri, imprevedibili e più o meno distopici scenari. Non facciamo gli apocalittici, ma nemmeno gli gnorri: inteso non tanto come posto (letto) quanto come luogo - magari dotato, perché no? di un suo genius loci - l'albergo sembra in debito d'ossigeno. Tende a farsi non-luogo. Ossia dimensione industriale dove la rapidità del passaggio (In!Out!) relega in subordine i piaceri del soggiorno. "Dai, buttati a dormire, fatti una doccia e sloggia, ché abbiamo gente": sarà paranoia, ma certe volte sospetti pensieri del genere in chi ti accoglie alla reception, nei suoi gesti nervosi, nel sorriso tirato, siderale, egizio con cui ti viene consegnata la chiave. Ammesso che si tratti ancora di chiave tradizionale e non di scheda magnetica. Cioè di una tessera che, poveraccia, in questa vita infame ha un'unica missione: quella di aprire una porta. Ma spesso non ce la fa, non apre. E allora la riporti di sotto, e gli egizi della reception te la risettano farfugliando parole di scusa.

La Louisiane a Parigi 

Nell'ultimo ventennio, chiunque per diporto o per lavoro abbia frequentato hotel con una certa assiduità sa a che cosa va incontro. Alle prime colazioni "incluse", ma che sarebbero da escludere perché costano più di un pranzo e spaventano con l'oscena cornucopia di bacon, salsicce, sushi, yogurt, macedonie, dolcetti e scherzetti, uova talmente strapazzate che potrebbero rivolgersi a un'associazione, a un avvocato, per maltrattamenti. E poi, in camera, un'orgia di cuscini che neppure un califfato. O le fantadocce a 24 pulsanti, che schiacci sempre quello sbagliato: staffilata antartica o geyser. Senza contare quando, nelle estati del global warming, l'aria condizionata è centralizzata, sulla temperatura polare non puoi intervenire, e - se c'è - ti infili l'accappatoio sopra il pigiama, ma saresti tentato di chiedere un montgomery in portineria. Soprassediamo sugli orwelliani dispositivi anti-fumo, quei cipollotti lampeggianti che dal soffitto vi scrutano, vi annusano. E tralasciamo pure l'infinita mestizia mattutina del bollitore o gli eco-cartellini che già molto prima di Greta ti invitavano al riutilizzo degli asciugamani per il bene del Pianeta (ma come? Ti mollo 200 euro a notte e non mi cambi nemmeno gli asciugamani?). Le leggi dell'ospitalità alberghiera sono in corso di riscrittura, e gli hotel si vanno "motelizzando".

Erano luoghi afrodisiaci di voluttà, amore, sesso (praticato o ascoltato attraverso le pareti), luoghi esistenziali dove ci si suicidava (Raymond Roussel, Cesare Pavese, Luigi Tenco...) oppure si viveva. È possibile che l'umanità si divida in due grossi sottoinsiemi: da una parte i "casalinghi", dall'altra coloro che, potendo, passerebbero tutta la vita in albergo. L'homo hotelensis è specie pressoché estinta. Però è esistita. Non era composta soltanto da nomadi o happy few. Ne facevano parte il barone siciliano di cui si favoleggia che fino alla dipartita, 1998, trascorse decenni recluso in tre camere all'ultimo piano del palermitano Grand Hotel des Palmes, ma pure lo scrittore Jean Genet, eterno maudit che negli alberghetti postribolari consumava i suoi turbolenti - e un po' affabulati - amori con marinai, guappi o papponi. Nell'aprile del 1986 Genet moriva, dopo una brutta caduta, nella stanza 205 del Jack's Hotel, l'albergo parigino (oggi 3 stelle) in cui aveva piazzato le tende da poche settimane. Anche la sua chambre è stata museificata.

Analogo destino per l'hotel di rue Gît-le-Cœur dove andavano i beat Allen Ginsberg, Gregory Corso, Peter Orlovsky. Era un palazzetto sgarrupato. Adesso è un 4 stelle e si chiama Relais Hôtel du Vieux Paris. Pochi lifting invece nella Louisiane, in rue de Seine. Per quasi sessant'anni fu domicilio dello scrittore Albert Cossery, amico di Henry Miller e Albert Camus. Quando lo intervistai era praticamente afono a causa di un intervento alla gola. Però riuscì a dirmi: "Vivo qui dal 1951 perché odio rifarmi il letto".

Ma La Louisiane è stato soprattutto il rifugio dei jazzisti americani in tournée a Parigi. Da Charlie Parker a Miles Davis, da John Coltrane a Chet Baker ci sono passati quasi tutti. Oltre che economico e centrale, era un albergo libertario. Non avrebbe potuto essere altrimenti, data la vita alla rovescia dei jazzmen, che lavoravano di notte, rincasavano strafatti all'alba, e durante il giorno dormivano. Considerata l'ubicazione, nel cuore carestoso di Saint-Germain-des-Prés, La Lousiane resta un alloggio abbordabile. Ma di anarcoide non ha più nulla. E agli smunti comfort abbina altre scomodità: le stanze non sono accessibili prima delle 16 e vanno liberate entro le 10. Anche qui, la musica è finita.