Il Venerdì

Padre Georg e gli altri vescovi senza vescovato

Monsignor Georg Gänswein, prefetto della Casa pontificia e vescovo di Urbisaglia (Getty Images)
Monsignor Georg Gänswein, prefetto della Casa pontificia e vescovo di Urbisaglia (Getty Images) 
VIAGGI DA FERMO L'ex braccio destro di papa Ratzinger è titolare di una diocesi che non esiste più da 1.500 anni. Ma per la Chiesa è una tradizione...
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Dopo settimane di interviste, anticipazioni e polemiche pari solo a quelle scatenate dal principe Harry, è finalmente uscito Nient'altro che la verità, il memoir di monsignor Georg Gänswein, a lungo segretario, confidente e figlio spirituale di Benedetto XVI. Per carità, non intendo rilanciare le sue rivelazioni né addentrarmi nella lotta tra fazioni in corso in Vaticano: voglio solo parlare di un dettaglio storico-geografico-protocollare che mostra come ancora oggi funziona quella bimillenaria istituzione che è la Chiesa cattolica.

Dunque, prima di dimettersi papa Ratzinger nominò padre Georg arcivescovo di Urbisaglia, che è la cittadina marchigiana di circa 2.500 abitanti che vedete nella schermata di Google Maps. Come fa un prelato così impegnato in Vaticano a occuparsi anche della cura delle anime urbisagliesi? Risposta semplice: non lo fa, a Urbisaglia ha messo piede a quanto risulta solo una volta, in visita di cortesia. Il suo è solo un titolo onorifico: poiché per il diritto canonico ogni vescovo deve essere assegnato a una sede, la Chiesa si è “tenuta da parte” una serie di diocesi soppresse o scomparse – dette sedi titolari – da assegnare ai vescovi non direttamente responsabili di una diocesi “vera”, come quelli che lavorano nella curia romana. Una è appunto Urbisaglia, che era una città abbastanza fiorente in epoca romana (Urbs Salvia), finché fu distrutta da Alarico, nel 408 o 409 d.C. Da allora un vescovo residente non l'ha avuto più.

E almeno la Urbisaglia di monsignor Gänswein, sebbene assai cambiata, è ancora in piedi e abitata presumibilmente da cattolici. Molte delle sedi titolari (ben 2.085 secondo l'ultimo conteggio) corrispondono invece a luoghi che cristiani non sono più da secoli: antiche città dell'Africa romana o dell'Asia minore, distrutte o comunque cadute in partibus infidelium già con l'avanzata dell'Islam, quasi 1.400 anni fa, o con lo scisma ortodosso, circa 1.000 anni fa. A sfogliare l'elenco completo, meglio ancora se in latino, si cade in una specie di vertigine fantastica, fatta di patriarchi barbuti, drappeggi color porpora, basiliche inghiottite dalla sabbia, pazienti amanuensi che continuano nei secoli a copiare quei nomi dimenticati: Absasalla, sede suffraganea della provincia ecclesiastica di Cartagine; Acalisso; Acarasso; Acque Albe di Bizacena e Acque Albe di Mauritania; Amorio in Frigia Salutare e Acmonia in Frigia Pacaziana… e siamo solo alla lettera A. La loro memoria sopravvive nelle insegne di qualche prelato che probabilmente non ci metterà mai piede. E nella millenaria memoria – o nell'anacronistica nostalgia di dominio – di Santa Romana Chiesa.

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