La cacca delle balene salverà il pianeta? L'appello di una biologa
di Alex Saragosa , di Alex SaragosaIl cambiamento climatico è il massimo problema ambientale che l'umanità si trovi ad affrontare, ed è così gigantesco e complesso che ci servirebbe una mano per venirne a capo. O forse una pinna, anzi una grande pinna: quella delle balene, che potrebbero aiutarci a estrarre carbonio dall'atmosfera, "sequestrandolo" poi sul fondo del mare. È quanto ipotizza la biologa marina Heidi Pearson, dell'Università dell'Alaska, che ha esaminato il ruolo climatico dei grandi cetacei, in una ricerca pubblicata su Trends in Ecology and Evolution.
"Circa tre milioni dei più imponenti animali marini di tutti i tempi, balenottere azzurre e comuni, capodogli, megattere e le altre grandi balene, sono stati uccisi in due secoli di pesca inte…
Il cambiamento climatico è il massimo problema ambientale che l'umanità si trovi ad affrontare, ed è così gigantesco e complesso che ci servirebbe una mano per venirne a capo. O forse una pinna, anzi una grande pinna: quella delle balene, che potrebbero aiutarci a estrarre carbonio dall'atmosfera, "sequestrandolo" poi sul fondo del mare. È quanto ipotizza la biologa marina Heidi Pearson, dell'Università dell'Alaska, che ha esaminato il ruolo climatico dei grandi cetacei, in una ricerca pubblicata su Trends in Ecology and Evolution.
"Circa tre milioni dei più imponenti animali marini di tutti i tempi, balenottere azzurre e comuni, capodogli, megattere e le altre grandi balene, sono stati uccisi in due secoli di pesca intensiva, riducendone le popolazioni dell'80-90 per cento. Per questo, solo ora che quelle popolazioni iniziano a riprendersi, cominciamo a renderci conto di quanto sia complesso e importante il loro contributo all'ecosistema marino" spiega Pearson. Se i mari sono molto meno ricchi di vita di quelli del passato sembra infatti non sia solo a causa di pesca eccessiva e inquinamento, ma anche per il basso numero di grandi cetacei. "Lo si è capito notando che, paradossalmente, la presenza di balene aumenta l'abbondanza del krill. Questi piccoli crostacei costituiscono l'alimento di base per balenottere o megattere, e sembra strano che i predatori facciano aumentare la quantità delle loro prede, ma con le balene è così, e la chiave del mistero sono le feci".
Tsunami rosa
Una balenottera azzurra ne rilascia ogni giorno quattro tonnellate, in quello che i sub descrivono come uno "tsunami di cacca": una nuvola rossastra semiliquida, per i pigmenti del krill digerito, che in gran parte galleggia sull'acqua. "Questa leggerezza fa sì che le feci delle balene si dissolvano negli strati superficiali del mare, gli stessi dove la luce del sole permette la crescita del fitoplancton, concimandoli con azoto, fosforo, ferro e zinco: proprio i nutrienti che mancano in gran parte degli oceani, impedendogli di diventare produttivi". Più feci di balena, insomma, significano più alghe negli oceani, e quindi più piccoli pesci e krill, e più loro predatori: tonni, squali, foche, uccelli marini, delfini.
"Le grandi balene poi sono dei migratori instancabili, che si spostano ogni anno fra le acque subpolari dove si nutrono, e quelle tropicali dove si riproducono: così facendo concimano i mari aperti, lungo le loro rotte". Questo vuol dire che la crescita delle popolazioni di grandi cetacei nel mondo avrà un effetto rivitalizzante per gli ecosistemi oceanici, riavvicinandoli all'incredibile ricchezza del passato.
Ma che c'entra con il clima? "I grandi cetacei fanno, e gratis, ciò che alcuni hanno proposto come mezzo per ridurre la CO2 dall'atmosfera: fertilizzare i mari, così che le alghe, e i piccoli animali che se ne nutrono, aumentino esplosivamente, e poi, morendo, portino per sempre negli abissi il carbonio che avevano assorbito crescendo. Le balene fanno già questo servizio: calcoliamo che grazie alle loro feci, vengano rimosse dall'aria circa 75 milioni di tonnellate di CO2 l'anno (le emissioni del Belgio, ndr). E oggi i grandi cetacei sono solo un decimo rispetto a 200 anni fa". Una balena può svolgere questo lavoro di fertilizzazione dei mari anche per 200 anni, e poi continua anche dopo morta: il suo stesso corpo contiene infatti decine di tonnellate di carbonio assorbito, che alla morte, finirà sul fondo, sepolto nei sedimenti.
Aiutanti climatici
"Oggi la massa totale delle balene è di circa due milioni di tonnellate, ma guardando al passato sappiamo che i mari possono ospitarne per oltre venti milioni di tonnellate. Tutto questo ci fa capire che continuare a proteggerle - evitando che finiscano impigliate nelle reti o travolte dalle navi - è non solo un modo per ridare vita ai mari, ma anche per aiutarci nell'opera di stabilizzazione del clima" conclude Pearson.
"Non bisogna certo attendere che siano gli animali a toglierci le castagne dal fuoco: il compito di ridurre le emissioni spetta a noi" ricorda Emiliano Mori, ecologo dell'Istituto di ricerca sugli ecosistemi terrestri del Cnr. Però conferma che, oltre alle balene, ci sono anche altre specie che fungono da potenziali "aiutanti climatici". Tra queste il castoro. "I punti di contatto fra balene e castori sono diversi. Per esempio anche questo roditore era stato quasi estinto dalla caccia in passato, mentre oggi non solo è protetto, ma viene anche reintrodotto in natura, perché si è capito il suo importante ruolo ecologico: costruendo dighe di tronchi e fango lungo i piccoli corsi d'acqua, crea distese di laghetti che aumentano la biodiversità e contrastano alluvioni e siccità. Questo effetto si è già notato da noi in Toscana e Umbria, dove sono oggi presenti una trentina di esemplari: le aree in cui vivono hanno sofferto meno per la siccità".
Come per le balene, poi, la presenza di questi roditori aumenta quella delle loro "prede": gli alberi che abbatte. "Sì perché prediligono il legno tenero, come quello di pioppi e salici; alberi che, una volta abbattuti, rigettano dalle radici molti tronchi paralleli, aumentando la massa totale della vegetazione". Questo effetto è il primo di cui beneficia il clima, perché più aumenta il legno più cresce la CO2 assorbita.
"Ma non basta: la rinascita di tanti alberelli fa sì che le aree frequentate dai castori abbiano una vegetazione più fitta, il che significa più ombra, acque più fresche e minore evaporazione, quindi una riduzione dell'impatto climatico sull'ecosistema. Infine, nei laghetti dei castori, si accumula sul fondo molto materiale organico, che in parte resta sepolto, evitando di decomporsi e di aggiungere gas serra all'aria".
Ma neanche i castori esauriscono l'elenco degli animali "climalteranti". "Quando leggiamo di foreste che si estendono sui terreni incolti, non dobbiamo pensare che gli alberi arrivino lì da soli: a "seminarli" sono per lo più una miriade di animali che mangiano frutti, disperdendone i semi con le feci, come orsi, tapiri, istrici, primati, cinghiali o merli, o che creano provviste di semi in nascondigli, come ghiandaie e scoiattoli, in parte dimenticandoli e lasciandoli lì a germogliare". Conclude Mori: "Queste specie fanno ciò che dovremmo fare noi: riforestano vasti tratti di territorio, che così accumuleranno CO2 nel legno e nel suolo, diminuendone la quantità in atmosfera e aiutandoci a mitigare il cambiamento climatico".
Sul Venerdì del 27 gennaio 2023