Marco Cassetta: "Il padel è solo per gli scarsi? Chiedetelo a Federer"
di Giuseppe Antonio Perrelli , di Giuseppe Antonio Perrelli"Una persona, anche soltanto una, che dicesse: 'Il mio idolo, la mia fonte di ispirazione è Marco Cassetta'. Questo è il grande obiettivo della mia vita, sportiva e non". Marco Cassetta, il primo giocatore italiano nella classifica mondiale del padel (ora è numero 103), è un ragazzo torinese di 23 anni con la voce che sorride e un'energia che ti passa come neanche un dritto lungolinea. Marco continua a far coppia con Simone Cremona, 35 anni, n. 105, ma si è trasferito in Spagna, la patria europea di questo gioco nato in Messico negli anni 60 e poi portato al di qua dell'Atlantico dal principe Alfonso di Hohenlohe, che costruì i primi campi in uno dei suoi hotel a Marbella. "Pezzi fondamentali della mia vita rimangono in Italia: a fine marzo mi laureerò in Scienze motorie a Torino. La mia ragazza, Angela, studentessa di Psicologia, è di Alessandria. Ma se vuoi crescere devi stare qui, dove il padel &…
"Una persona, anche soltanto una, che dicesse: 'Il mio idolo, la mia fonte di ispirazione è Marco Cassetta'. Questo è il grande obiettivo della mia vita, sportiva e non". Marco Cassetta, il primo giocatore italiano nella classifica mondiale del padel (ora è numero 103), è un ragazzo torinese di 23 anni con la voce che sorride e un'energia che ti passa come neanche un dritto lungolinea. Marco continua a far coppia con Simone Cremona, 35 anni, n. 105, ma si è trasferito in Spagna, la patria europea di questo gioco nato in Messico negli anni 60 e poi portato al di qua dell'Atlantico dal principe Alfonso di Hohenlohe, che costruì i primi campi in uno dei suoi hotel a Marbella. "Pezzi fondamentali della mia vita rimangono in Italia: a fine marzo mi laureerò in Scienze motorie a Torino. La mia ragazza, Angela, studentessa di Psicologia, è di Alessandria. Ma se vuoi crescere devi stare qui, dove il padel è il terzo sport nazionale dopo calcio e basket, dove ci sono grandi tecnici e giocatori top. Io lavoro in un'eccellenza assoluta, l'accademia Cepac di Madrid, con Gaston Malacalza e Mati Diaz, ex n. 2 del mondo. Aspetto di iniziare la stagione dei tornei, a marzo, per vedere i miei miglioramenti. Che, sono sicuro, ci saranno, perché rispetto all'Italia il livello è molto più alto, l'età media molto più bassa".
E però nel nostro Paese stiamo assistendo a una crescita così veloce da rendere sfocata qualsiasi fotografia la voglia immortalare. Dal primo gennaio la Federtennis ha cambiato nome in Federazione Italiana Tennis e Padel. "Ottocentomila praticanti e settantamila tesserati ci fanno capire che nel medio periodo i due sport si equivarranno dal punto di vista numerico", ha spiegato il presidente federale Angelo Binaghi.
Nei circoli, i campi da tennis e da calcio a 5 sono sostituiti da quelli da padel. Cosa manca ancora?
"A livello mondiale ci mancano gli Stati Uniti per la concorrenza del pickleball, altro sport nato negli anni 60, che si gioca con pallina e due racchette sui campi da badminton. Tranne il calcio, tutti i grandi sport hanno bisogno dell'America e della sua capacità di creare emozioni e miti. In Italia, invece, sono ancora poche le scuole padel per bambini. Da noi si inizia prima col tennis, in Spagna non più. Ma col tempo ci arriveremo".
E allora perché lei, un ragazzo di 23 anni, ha scelto il padel e non il tennis?
"Io sono nato in un circolo di tennis, il Dopolavoro ferroviario di Torino. Famiglia di tennisti, amici tennisti. Come Simone La Pira, il mio padrino di cresima, che a 18 anni mi ha portato a giocare a padel. Serve & volley, tocchi, smorzate, zero tempi morti: un colpo di fulmine. Ho cercato di far convivere le due passioni ma poi, a fine 2017, ho partecipato alle preconvocazioni di Milano per i Mondiali juniores di Malaga e le ho passate. Lì ho lasciato il tennis. Che è bellissimo, ma ti isola. Invece il padel, che si gioca soltanto in doppio, è uno sport di squadra: siamo in due, è come fossimo in undici. Fai sponda con le pareti del campo ma anche con il tuo compagno".
Sul vostro sport pesa la sentenza di Nicola Pietrangeli: "Il padel è il trionfo delle pippe. Anche gli scarsi si divertono". Cosa risponde?
"Ha ragione. In un certo senso, almeno. Perché il nostro sport è immediato, per tutti. I principianti dopo cinque minuti sono in grado di mandare la palla di là. Nel tennis chi non ha mai impugnato una racchetta non riesce proprio a palleggiare. Poi, certo, qualche giocatore della domenica pensa subito di essere forte, quando per me il vero padel lo giocano soltanto i primi dieci al mondo. Però è un prezzo che paghiamo volentieri alla popolarità, perché è bello che gli appassionati possano avere la possibilità di rimettersi in gioco a 40 anni".
La popolarità vi ha spinto fino a Roger Federer. Dopo il ritiro, anche il campione svizzero sta iniziando a giocare a padel. Se si mettesse d'impegno, dove potrebbe arrivare?
"Diventerebbe molto forte, con quella classe. Quanto forte, però, non so dirlo. Juan Lebron e Ale Galan, che formano la coppia numero 1 al mondo, sono stati drastici: oggi vincerebbero 6-0, 6-0 sia contro Federer che contro Nadal. Poi magari, dopo un paio di anni di allenamenti specifici, finirebbe 6-4, 6-4, ma sempre per loro. Se sei stato un tennista forte parti avvantaggiato e puoi migliorare più in fretta, ma entrare tra i primi cento è un'altra storia".
Insomma, il padel è un vero sport?
"A livello agonistico ormai sono tutti sport veri. Io mi alleno quotidianamente e in campo ci ho rimesso un legamento del ginocchio a fine 2020. So che qualcuno storcerà il naso, ma sono convinto che nel 2023 in tutte le discipline ormai conti più la preparazione fisica che quella tecnica. Il mio fisioterapista e il mio preparatore atletico, Paolo Iuele e Alessandro Ruzza, lavorano con il Torino Calcio".
Tanti sportivi di altre discipline non hanno un bel rapporto col pallone. Lei?
"Lo amo, è il mio sport preferito, più del padel. Sono un tifoso accanito dell'Inter, seguo tutte le partite. C'è stato un periodo in cui sognavo di diventare calciatore professionista. Ma così come avrei voluto giocare anche a basket, perché ero stregato dall'Nba".
Una passione senza confini.
"Sì, una dipendenza totale. Per lo sport e per le sue storie. Mi piace conoscere le vite dei grandi campioni. Mi fa emozionare chi lascia un segno indelebile. Voglio sapere tutto dei miei idoli, da Diego Armando Maradona, che purtroppo non ho mai visto giocare, fino a Magic Johnson, che ha saputo ispirare in campo e fuori. Vivrò di sport, anche quando mi ritirerò. Mi piacerebbe trasmettere la passione a chi ci sarà dopo di me. Ma per quello c'è ancora tempo. Ora voglio solo essere in campo".
Sul Venerdì del 3 febbraio 2023