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8 marzo: in Cile e Germania la politica estera è femminista. E non solo lì

Le artiste del collettivo Las Tesis guidano un flash mob contro la violenza a Santiago del Cile nel 2019 (getty images) 
Per la Giornata delle donne il governo di Santiago e quello di Berlino annunciano i dettagli di una diplomazia dettata da una "prospettiva di genere". Non sono i primi, non saranno gli ultimi: inchiesta su una nuova idea del governare  
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"Lo Stato oppressore è un maschio violentatore". Cantava così nel dicembre 2019 il collettivo cileno Las Tesis in una canzone contro la violenza sulle donne che presto diventò un inno mondiale, riprodotto in dozzine di flash mob nelle piazze di mezzo mondo. Da allora tutto è cambiato, il Covid e la guerra in Ucraina hanno fatto diventare passato remoto l'ondata di femminismo che dall'America Latina in quei mesi si era sprigionata. E allora è forse ancora più interessante osservare come proprio dal Cile l'onda provi a ripartire.

In occasione della Giornata internazionale delle donne la ministra degli Esteri di Santiago, Antonia Urrejola, si prepara a svelare i dettagli della Politica estera femminista (in gergo Ffp, Feminist foreign policy) che il Paese ha annunciato di voler adottare lo scorso anno. "In questo governo"  disse allora Urrejola, che dell'esecutivo del presidente Gabriel Boric è uno…

"Lo Stato oppressore è un maschio violentatore". Cantava così nel dicembre 2019 il collettivo cileno Las Tesis in una canzone contro la violenza sulle donne che presto diventò un inno mondiale, riprodotto in dozzine di flash mob nelle piazze di mezzo mondo. Da allora tutto è cambiato, il Covid e la guerra in Ucraina hanno fatto diventare passato remoto l'ondata di femminismo che dall'America Latina in quei mesi si era sprigionata. E allora è forse ancora più interessante osservare come proprio dal Cile l'onda provi a ripartire.

In occasione della Giornata internazionale delle donne la ministra degli Esteri di Santiago, Antonia Urrejola, si prepara a svelare i dettagli della Politica estera femminista (in gergo Ffp, Feminist foreign policy) che il Paese ha annunciato di voler adottare lo scorso anno. "In questo governo"  disse allora Urrejola, che dell'esecutivo del presidente Gabriel Boric è uno dei volti più noti "siamo convinti che nessuna questione internazionale, che si tratti di migrazioni, di crisi climatica, di pace, di sicurezza o di commercio, si possa risolvere senza una solida prospettiva di genere".

 


Le origini

Non è un'eccezione, quella cilena. Piuttosto l'ultima puntata di un cammino. A iniziarlo nel 2014 fu la Svezia della ministra degli Esteri Margot Wallstrom, che per prima annunciò che da allora in avanti le scelte del suo Paese nei confronti del resto del mondo si sarebbero sviluppate tenendo in considerazione tre R. Rights, ovvero diritti: chiedersi e verificare se le donne e le ragazze godono degli stessi diritti degli uomini nei Paesi con cui si ha a che fare, ed eventualmente lavorare per colmare il gap. Representation, rappresentanza: verificare se in quei Paesi le donne sono parte del governo e dei sistemi decisionali. Resources, risorse: i finanziamenti devono essere allocati in modo da promuovere pari opportunità per uomini e donne.  

Solo parole? Non proprio. Negli anni di Wallstrom ministra, i fondi destinati dalla Svezia ai programmi per la promozione dell'uguaglianza di genere nelle diverse parti del mondo registrarono una crescita costante. Un solo dato: si passò dai 2 miliardi di euro nel 2016 ai 2,7 nel 2019. Stoccolma si fece inoltre promotrice della risoluzione Onu 2366 del 2017 che fa della violenza sessuale una causa per l'introduzione di sanzioni economiche nei confronti di un Paese, e mise fine a un accordo per la vendita di armi all'Arabia Saudita per la condizione dei diritti femminili nel regno. Insomma, portò avanti una politica estera profondamente guidata dalle questioni di genere.

A Stoccolma la parentesi si è chiusa ad ottobre, quando il ministro degli Esteri del governo conservatore Tobias Billstrom, ha revocato le direttive di chi l'aveva preceduto: "L'uguaglianza di genere è un valore fondamentale per la Svezia, ma non seguiremo una politica estera femminista", ha detto. Ma per gli esperti la strada è ormai segnata e tornare indietro è impossibile.

 


L'onda

Da quel lontano 2014, infatti, sono una decina i Paesi che hanno formalmente annunciato di seguire il cammino segnato da Wallstrom o di prepararsi a farlo: fra gli altri Germania, Francia, Spagna, Canada ma anche Liberia, Colombia e Libia. E, da ultimo, il Cile.

In rete si trovano centinaia di articoli in materia e almeno una dozzina di manuali e di dossier che spiegano che cosa sia la Ffp, frutto di conferenze e incontri tenutisi in Europa e Stati Uniti, in America Latina e Asia: alcuni portano firme prestigiose come quelle delle Nazioni Unite, del think tank tedesco Heinrich Böll o di quello britannico Chatam House.

"È un trend in crescita", ci spiega Elmira Bayrasli, direttrice del programma di Globalizzazione e Affari internazionali del Bard college di New York che quest'anno tiene un corso di Ffp. "Riflette il cambiamento in corso nell'ordine mondiale: gli Stati Uniti non sono più l'unica super potenza. C'è la crescita della Cina e dei Paesi emergenti: il potere non è più in mano a pochi e l'approccio di nazioni diverse da quelle finora egemoni assume più importanza. Inoltre, in agenda ci sono temi che superano i confini nazionali: salute globale, cambiamento climatico, terrorismo non possono essere affrontate solo con eserciti o armi".


I principi

I cardini della politica non sono necessariamente gli stessi per ogni nazione: c'è chi, come il Canada, ha dichiarato di seguire linee guida femministe solo nel campo delle politiche di sviluppo e chi, come la Spagna e il Cile, ha scelto un approccio più ampio. Chi ha fissato obiettivi numerici chiari (Francia e Messico) e chi (Norvegia e Australia) pur dichiarando di non voler aderire formalmente al club, ha sviluppato strategie di genere nell'ambito delle linee guida di politica estera. L'idea di fondo però è la stessa: non si può parlare solo di armi e sicurezza. "Le differenze sono positive perché ogni Paese si muove tenendo conto delle sue specificità", insiste Bayrasli.  


Reality check

Negli ultimi mesi l'idea che la politica estera di un Paese possa essere condotta attraverso le lenti di genere ha ricevuto colpi da più parti. Il primo è stato appunto l'uscita dal club del socio fondatore, la Svezia. Uscita che ha preoccupato sì, ma non devastato chi si occupa del tema: "Nonostante le dichiarazioni pubbliche, il nuovo governo svedese ha le mani legate: ogni riduzione nei finanziamenti ai programmi sul genere porterebbe all'accusa di ostilità nei confronti delle donne", scrive su Foreign Policy Rachel George, esperta di Sviluppo internazionale della Duke university.

Per non parlare degli attacchi arrivati a Paesi come la Germania per un approccio troppo debole nei confronti del governo iraniano, colpevole di reprimere con la forza le manifestazioni di questi mesi (Berlino non si è fatta spaventare: pochi giorni prima dell'8 marzo ha dettagliato le sue scelte in tema di Ffp). Ultime, sono arrivate le dimissioni di due delle leader più note del mondo: la premier neozelandese Jacinda Ardern e quella scozzese Nicola Sturgeon. La loro decisione, secondo gli esperti che si sono espressi in materia, confermerebbe che il cammino della Politica estera femminista non è destinato a interrompersi. "Il loro è un esempio opposto rispetto a presidenti e primi ministri che hanno tentato di attaccarsi al potere ad ogni costo in un esercizio infinito di machismo: penso a Bolsonaro o a Trump. Le due premier hanno invece dimostrato che si può essere leader in modo diverso. Ci hanno detto che le vecchie ricette non funzionano più, che oltre al potere c'è altro", conclude Bayrasli. 

Sul Venerdì del 3 marzo 2023