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Tommaso Andreussi: i miei viaggi spaziali da fermo

L’ingegnere aerospaziale Tommaso Andreussi, 43 anni, nel suo studio di casa. È ordinario alla Scuola Sant’Anna di Pisa. Luigi Narici 
Tetraplegico da quand’era ragazzo, docente al Sant’Anna di Pisa, l'ingegnere aerospaziale potrebbe essere il primo a lanciare un satellite spinto dall’aria. Intervista
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Pisa. "Sono una persona che sulla Terra non si muove, che studia come muovere le cose nello Spazio". Si presenta così Tommaso Andreussi, ingegnere aerospaziale pisano di quarantatré anni, nonché uno dei ventun ricercatori (tra i più di 2.200 europei che ci hanno provato) appena finanziati dallo European Research Council per un progetto di ricerca che si svolgerà sul territorio italiano. Quasi due milioni e mezzo di euro da spendere in cinque anni, con cui il docente alla Scuola Sant'Anna di Pisa scommette di conquistare una nuova zona di Universo. Ma Andreussi è anche "una persona che sulla Terra non si muove": tetraplegico da ventisette anni per un incidente in montagna, l'Universo lo attraversa a bordo di una sedia a rotelle. Su questa studia, lavora, insegna, riceve studenti. E da lì, tra qualche anno, potrebbe lanciare il primo satellite spinto dalla forza dell'aria, così come descritto nel pro…

Pisa. "Sono una persona che sulla Terra non si muove, che studia come muovere le cose nello Spazio". Si presenta così Tommaso Andreussi, ingegnere aerospaziale pisano di quarantatré anni, nonché uno dei ventun ricercatori (tra i più di 2.200 europei che ci hanno provato) appena finanziati dallo European Research Council per un progetto di ricerca che si svolgerà sul territorio italiano. Quasi due milioni e mezzo di euro da spendere in cinque anni, con cui il docente alla Scuola Sant'Anna di Pisa scommette di conquistare una nuova zona di Universo. Ma Andreussi è anche "una persona che sulla Terra non si muove": tetraplegico da ventisette anni per un incidente in montagna, l'Universo lo attraversa a bordo di una sedia a rotelle. Su questa studia, lavora, insegna, riceve studenti. E da lì, tra qualche anno, potrebbe lanciare il primo satellite spinto dalla forza dell'aria, così come descritto nel progetto dal poetico nome Breathe, cioè "respira": un acronimo che sta per Building a space Revolution: Electric Air-breathing Technology for High-atmosphere Exploration (Costruire una rivoluzione spaziale: Propulsione elettrica ad aria  per l'esplorazione dell'alta atmosfera).

"Il difficile non è lanciare i satelliti" spiega "è farli viaggiare per più tempo possibile in una zona di Spazio dove è molto complicato". Cioè una zona di Spazio che oggi riusciamo a sfruttare poco: "È troppo vicina alla Terra per tenerci su un satellite o una stazione spaziale, ma anche molto al di sopra della quota massima di qualsiasi aereo". Il problema è che là l'atmosfera terrestre (l'involucro di gas, tra cui l'ossigeno, che avvolge la Terra e che consente la vita, ndr), sebbene rarefatta, è ancora presente e fa resistenza al movimento di un satellite. E un satellite deve essere operativo a lungo: non è un aereo, che esaurisce il suo compito in poche ore,  e a Terra rifà il pieno. La differenza è cruciale.

Per intendersi: gli aerei volano a quote tra i 5 e i 25 chilometri. Producono energia bruciando un combustibile e come propellente usano l'aria: la succhiano dal davanti e la sparano all'indietro, così ottengono una spinta. I satelliti invece si posizionano a quote molto più alte, diciamo intorno ai 400 chilometri da Terra. I più moderni ottengono energia con i pannelli solari ma, siccome lassù non c'è aria, il propellente se lo devono portare dietro. In compenso, mancando l'atmosfera a fare resistenza, lo consumano in un tempo relativamente lungo, di qualche anno.

"Se invece il satellite lo vuoi piazzare a metà strada i pannelli solari vanno ancora bene, ma i propellenti normali no. Perché più ti avvicini alla Terra e più devi spingere, e un serbatoio finisce in fretta" prosegue Andreussi. Il gioco allora è quello di trasformare uno svantaggio in un vantaggio: "Cioè usare come propellente proprio quel poco di atmosfera che c'è". Il che significa "usare una risorsa rinnovabile e abbondante: l'aria!". Ovviamente è più facile a scriversi che a farsi, perché i problemi tecnologici e sperimentali sono "dei bei grattacapi", sospira il professore.

Ma non si parte da zero. Nel 2017 infatti il gruppo di ricerca di Andreussi (che all'epoca lavorava in un'azienda, la Sitael) aveva provato l'idea con un progetto dell'Agenzia spaziale europea. Le ricerche poi sono andate avanti ma si è posta l'esigenza di risolvere alcuni problemi di fisica di base: da qui è nato Breathe.

Ma che vantaggi dà mandare satelliti proprio in quella zona di Spazio? "Se stai osservando la Terra, posizionarsi più vicino ti permette di "vedere meglio". Mentre se hai un satellite per le telecomunicazioni, far viaggiare il segnale su tragitti più brevi migliora la qualità della trasmissione. Comunque, far fare meno strada al satellite significa anche risparmiare sul lancio. Infine: quella è una zona "pulita", dove non si accumulano detriti spaziali, quindi tutto è più sicuro e sostenibile". Più in generale, conquistare quella fascia di Universo ha un obiettivo alto come gli ultimi strati dell'atmosfera: dare all'umanità "nuovi strumenti di studio del pianeta".

Ecco perché il mega finanziamento europeo. Bisogna trovare il modo di far "respirare" il motore. "L'ambizione gira da anni" precisa sorridendo Andreussi, "i primi progetti sono degli anni Sessanta, e prevedevano un reattore nucleare a bordo. Dagli anni Novanta, con lo sviluppo dei pannelli solari, si è ricominciato a pensarci. Adesso stanno nascendo i primi gruppi al lavoro anche in Europa".

In Italia il suo gruppo è stato il primo. E probabilmente è anche l'unico guidato da un disabile non autosufficiente. Ma la disabilità di Tommaso Andreussi è la ragione principale per cui si trova proprio a Pisa, cresciuto in pochi chilometri quadrati di eccellenza scientifica e umana.

La storia è questa: quando prende la maturità nel 1998 al liceo classico di Pisa è già paralizzato dal collo in giù. Ha un fratello gemello, Oliviero. Insieme passano l'estate a preparare gli esami di ammissione alla scuola Sant'Anna e alla Normale: due delle sette Scuole universitarie superiori italiane, di eccellenza per formazione e ricerca, che si trovano a Pisa distanti tra loro circa sette od otto minuti a piedi o in sedia a rotelle. Sono bravi, i gemelli Andreussi: Oliviero è ammesso in Normale e studierà chimica, Tommaso è ammesso al Sant'Anna e diventerà ingegnere.

Oliviero adesso è professore alla Boise State University, in Idaho (Usa). Tommaso dopo la laurea al Sant'Anna fa un perfezionamento in matematica alla Scuola Normale, e resta a Pisa: "Se non fossi stato disabile probabilmente avrei fatto una scelta simile a quella di mio fratello, e non sarei più qui". Per fortuna "trovo comunque una cosa che mi piace e può essere fatta ad altissimo livello vicino casa". Ed eccolo a studiare propulsione elettrica per i satelliti spaziali.

"È stata una scommessa perché a quel tempo il settore muoveva i primi passi, ma oggi sono felicissimo di quel che faccio. In fondo, anche la mia sedia si muove grazie a una propulsione elettrica!". Così, dopo il perfezionamento, Tommaso entra in uno spin off dell'università di Pisa fondato dal suo professore di tesi Mariano Andrenucci, pioniere italiano della disciplina. "Aveva messo su un bellissimo laboratorio con la camera a vuoto più grande d'Europa, sempre vicino casa". In questo spin off (che nel frattempo è diventato parte di Sitael) comincia a costruire il suo primo gruppo di ricerca: laureandi, dottorandi, ricercatori, quindi anche braccia, capaci di muovere gli strumenti al posto suo. "Poi sono rientrato all'Università di Pisa per fare ricerca di base": e ora, con il progetto Breathe, torna alla Scuola Sant'Anna come professore ordinario.

E non è del tutto vero che sulla Terra non si muove: "Ai congressi internazionali vado, certo. Grazie ai miei genitori, al mio assistente e agli studenti che mi accompagnano". Memorabile una conferenza di qualche anno fa a Pechino, al Beijing Institute of Technology, in cui ha esordito in un cinese fluente.

Adesso che è diventato professore, Tommaso Andreussi si guarda indietro: "Da bambino sognavo di diventare scrittore, pittore oppure esploratore. Poi ho dovuto imparare a dipendere dagli altri, ma questo non ha cambiato i miei desideri. Ho continuato a dipingere, e oggi esploro lo Spazio a modo mio. Ma esistono ancora molte barriere per le persone con disabilità, e anche per questo sono ogni giorno gratissimo a chi mi è accanto". E il fatto di muoversi con una sedia a propulsione elettrica non lo ferma di certo. Ci sono i prossimi progetti e i sogni nel cassetto: "Riuscire a far volare i miei satelliti e con questi cambiare la nostra vita sul pianeta, e migliorarla davvero".

Sul Venerdì del 10 marzo 2023