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L'Aida di Verdi a Verona: non è l'Arena ma un kolossal multimediale

Un bozzetto della sua Aida ideata per l’Arena.
@ stefano poda 
Trecento artisti sul palco per l’opera di Verdi curata da Stefano Poda. Postmoderna, digitale, insomma: diversa. Per inaugurare l’edizione dei cent’anni, il festival di Verona azzarda e guarda al futuro
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Verona. È anche un inno alla storia umana, alla bellezza, alla moda, alla cultura, con un Egitto antico e futuribile, tra piramidi, Calatrava e fasci di led. Faraoni un po' Tutankhamon e un po' Armani, e la celeberrima Marcia Trionfale, con il ritorno di Radamès vittorioso sugli etiopi, immaginata come l'apoteosi della vanitas, eccesso di esibizionismo tra Instagram e haute couture, con 300 tra atleti, mimi, danzatori, comparse, coro e solisti, a sfilare in sontuosi abiti dove c'è dentro Paco Rabanne rivisitato, l'eleganza di Capucci e soldati con elmi abbaglianti come teschi di Damien Hirst. Tra archeologia e postmoderno, artigianato e tecnologie, architetture di luci e intimo crepuscolo, pop e sofisticata, più antica e insieme più digitale che mai, ecco la nuova Aida dell'Arena di Verona.

Sacerdoti e mimi, uomini e animali, immaginati da Poda  
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Verona. È anche un inno alla storia umana, alla bellezza, alla moda, alla cultura, con un Egitto antico e futuribile, tra piramidi, Calatrava e fasci di led. Faraoni un po' Tutankhamon e un po' Armani, e la celeberrima Marcia Trionfale, con il ritorno di Radamès vittorioso sugli etiopi, immaginata come l'apoteosi della vanitas, eccesso di esibizionismo tra Instagram e haute couture, con 300 tra atleti, mimi, danzatori, comparse, coro e solisti, a sfilare in sontuosi abiti dove c'è dentro Paco Rabanne rivisitato, l'eleganza di Capucci e soldati con elmi abbaglianti come teschi di Damien Hirst. Tra archeologia e postmoderno, artigianato e tecnologie, architetture di luci e intimo crepuscolo, pop e sofisticata, più antica e insieme più digitale che mai, ecco la nuova Aida dell'Arena di Verona.

Sacerdoti e mimi, uomini e animali, immaginati da Poda  

Una notizia, perché, simbolo indiscusso del festival lirico fin dalla nascita, l'opera verdiana, in scena ogni anno, è da sempre la più amata e richiesta dal pubblico, finora sia che fosse la storica prima edizione filologica del 1913, o il kolossal di Zeffirelli, con il suo dispendio di ori, incensi, stendardi, bassorilievi e tutto l'armamentario egizio. Ora si cambia, con uno spettacolo multimediale, che rompe le barriere tra le arti, e "vuole essere un ideale ponte tra passato e futuro", dice il regista Stefano Poda. Cecilia Gasdia, sovrintendente e direttrice artistica dell'Arena, l'ha definita più poeticamente  "l'Aida di cristallo", perché perfino il palco non sarà più lo stesso, per far posto a una gigantesca piattaforma trasparente, con ascensori e piani semoventi, che non solo lascerà intravvedere le antiche pietre dell'anfiteatro romano ma rifletterà dovunque la luce, elemento dominante dell'allestimento, con effetti di sorpresa per pubblici di tutte le età.

Il debutto sarà l'apertura della stagione numero 100 dell'Arena, evento nell'evento e, anche per questo, sono due  le "prime" ufficiali dello spettacolo che poi proseguirà fino all'8 settembre: il 16 giugno, quando verrà anche trasmesso in mondovisione Rai (alle 21), sul podio Marco Armiliato (nelle repliche si alternerà con Daniel Oren) e protagonista la coppia più celebre della lirica, il soprano Anna Netrebko e il tenore Yusif Eyvazov; e il 17 con un altro cast dove spiccano Anita Rachvelishvili per il ruolo di Amneris e Maria José Siri in quello del titolo.

l’abito da lui disegnato per il personaggio di Aida nel secondo atto 

"Sì, ho scelto di fare un'operazione diversa. Non un'Aida tecnologica, ma uno spettacolo che riscatti l'anima poetica dell'opera, l'Ausstrahlung come dicono i tedeschi, il carisma. Aida è la storia di due popoli fratelli in guerra, egiziani e etiopi, che si chiude con un sussurro. Per me è come la Divina Commedia di Dante: un viaggio da un mondo in conflitto a una storia intimista, da un inferno a una redenzione lungo un percorso di sofferenza e conoscenza che ci riguarda tutti" spiega Poda, artefice assoluto del nuovo allestimento: sue regia, scene, costumi, luci, coreografie.

Stefano Poda, 50 anni, a Verona.  

Cinquantenne, trentino, capigliatura stile "giovane Raffaello", occhi cerulei, giramondo e artista padrone di molti linguaggi, Poda è alla sua prima volta in Arena dove arriva con una rendita trentennale, più o meno cento spettacoli e la fama di artigiano di immagini: dagli inizi accanto a Beni Montresor all'esordio nel '95 con un Nabucco inaugurale al São Carlos di Lisbona, poi il Sudamerica  sperimentando una sua idea di teatro come rottura delle barriere tra le arti, Poda ha lavorato in Cina, Corea, Spagna, Francia, Russia e Italia dove ha esordito nel 2008, al Regio di Torino. "Sarebbe stato facile pensare a una Aida ambientata in Ucraina, visto il momento", dice, "ma la nostra è un'epoca fin troppo malata di realismo. Perché lasciare Netflix, se vedi la stessa cosa in scena? Il teatro deve fare altro. Io sento il bisogno di ritrovare uno spazio dell'anima e del sogno".

Per riuscirci ha pensato uno spettacolo che ha la maestosità delle grandi macchine sceniche, la cura del dettaglio degli splendidi costumi e il grande deposito delle immagini collettive che, per esempio,  ha ispirato le due monumentali installazioni-simbolo di questo allestimento: il gigantesco ammasso di rovine che si scorgerà all'inizio sullo sfondo, "pezzi dell'inutile e meraviglioso, cioè tutto quanto di bello ha prodotto la nostra cultura, Bernini e la Nike di Samotracia, Laocoonte e brandelli di aerei... diventati detriti, immagine della guerra", e la ciclopica mano, che si sposterà sui gradoni dell'anfiteatro romano, 20 metri di alluminio, un'opera ingegneristica inaudita per il lavoro di coordinazione meccanica necessario a far muovere le dita, lì a rappresentare l'uomo, la sua capacità di creare e di distruggere.

"Aida è come un grande romanzo dell'800", spiega Poda. "C'è, sì, la grandeur, la visione grande della Storia con la esse maiuscola e della vita, ma il fuoco di Verdi è sui personaggi. Nessuno è buttato lì, si vede che è un Verdi maturo. Il mio compito è stato accordare gli elementi di grandiosità con una progressiva spoliazione, dove sarà sempre più solo la luce a raccontare, è il corrispettivo della musica che qui si fa sempre più intima e tocca gli aspetti più oscuri e misteriosi. Aida, come la Commedia dantesca, ci accompagna dal dolore della realtà alla pace della serenità, quando alla fine la bella schiava etiope e Radamès  si ricongiungeranno e insieme troveranno, sia pur nella morte, la loro redenzione. L'idea nuova del mio allestimento forse è proprio questa: provare a  trasformare l'Arena, il monumento gigante dentro il quale ci sentiamo tutti piccoli, in uno spazio di riflessione interiore, intima e corale, grazie al teatro, unica chiesa laica che permette questa condivisione viva".

Se tutto questo diventerà la next big thing per l'Arena, lo deciderà il pubblico. Di sicuro è un primo passo verso l'innovazione di una tradizione inossidabile, che attrae dodicimila spettatori a sera, di cui solo il 9 per cento melomani. Ma il centesimo festival che sta per iniziare vuole essere una transizione verso il futuro. Otto titoli in calendario, il Barbiere di Siviglia dal 24 giugno e Tosca dal 29 luglio nella versione di Hugo de Ana, il Nabucco nell'allestimento di De Bosio, e poi le celeberrime Carmen dal 23 giugno, Traviata  dall'8 luglio e Madama Butterfly di Zeffirelli dal 12 agosto, oltre al gala di Roberto Bolle, ai recital di Juan Diego Florez, Plácido Domingo e Jonas Kaufmann e, per la prima volta, un concerto dell'orchestra della Scala.

Ma oltre alla scelta ardita di una nuova Aida, c'è poi, dal 1° luglio, l'atteso Rigoletto, titolo assente da sei anni, che un altro regista debuttante all'Arena, Antonio Albanese, sta ripensando come omaggio al grande cinema neorealista italiano degli anni 50. "Piano piano penso al cambiamento di alcuni cliché, dopo gli sforzi del risanamento e il biennio pandemico", spiega Gasdia, "e, senza buttar via la tradizione, ad affrontare un domani anche titoli nuovi. Wagner, per esempio. In Arena manca dal '63".