Com'è dura la vita per chi non tifa Napoli a Napoli
di Carmine SavianoNapoli. A volte un padre deve pubblicamente confessare di aver fallito nell'educazione sentimentale dei figli. Ci si trova costretto, poveraccio. Perché ritiene - e come dargli torto - che la cosa più importante sia la sopravvivenza della prole stessa. E a volte, quindi, la cosa più dolce da dire riferendosi a un figlio può anche essere la seguente: "Abbiate un po' di pazienza: 'o guaglione è scemo".
È il primo maggio del 1988, domenica, e Napoli e provincia appaiono più o meno come oggi: una enorme distesa d'azzurro, canti e striscioni che inneggiano a Sua Immensità Diego Armando Maradona, impegnato, allora come ora, sebbene su piani dell'esistenza diversi, nella lotta contro il Male. In particolare contro la Juventus, il Milan e l'Inter. Lotta che ha già vinto l'anno precedente consegnando alla Società Sportiva Calcio Napoli e ai suoi tifosi il primo scudetto della loro…
Napoli. A volte un padre deve pubblicamente confessare di aver fallito nell'educazione sentimentale dei figli. Ci si trova costretto, poveraccio. Perché ritiene - e come dargli torto - che la cosa più importante sia la sopravvivenza della prole stessa. E a volte, quindi, la cosa più dolce da dire riferendosi a un figlio può anche essere la seguente: "Abbiate un po' di pazienza: 'o guaglione è scemo".
È il primo maggio del 1988, domenica, e Napoli e provincia appaiono più o meno come oggi: una enorme distesa d'azzurro, canti e striscioni che inneggiano a Sua Immensità Diego Armando Maradona, impegnato, allora come ora, sebbene su piani dell'esistenza diversi, nella lotta contro il Male. In particolare contro la Juventus, il Milan e l'Inter. Lotta che ha già vinto l'anno precedente consegnando alla Società Sportiva Calcio Napoli e ai suoi tifosi il primo scudetto della loro storia. E in quella domenica di maggio allo stadio San Paolo si decide del seguito. Lo scontro è biblico, la storia segue un canovaccio che sembra ideato dal profeta Elia. Da un lato c'è D10S, dall'altro il Diavolo. Ovvero il Milan di Sacchi, di Van Basten, Gullit e Virdis.
Finisce male, nonostante un miracolo del Pibe de Oro (punizione all'incrocio dei pali alla fine del primo tempo), vincono le armate delle tenebre - è che a volte la storia si muove sul terreno dell'imperscrutabilità. Il Milan espugna la Città di D10S e strappa lo scudetto dalle maglie del Napoli. Cala il silenzio su decine di chilometri quadrati, su un milione di menti c'è il peso dell'affronto. Negli stessi attimi c'è un ragazzino napoletano che, per restare sul terreno dell'imperscrutabile, decide che quello è il momento di iniziare a professare in pubblico l'eresia che coltiva da tempo. Approfittando dello stordimento dei familiari prende la sua bandiera a strisce rosse e nere, esce e rompe il silenzio del vicolo con un reiterato: "Forza Milan!". Viene circondato immediatamente. Cinque o sei ragazzi non ritengono tollerabile l'ulteriore affronto. Stanno per agire, intimano di abbassare la bandiera, minacciano l'uso della forza, esigono il ripristino della normalità. Sbarrano la strada al milanista, le braccia alte al cielo. Poi si fermano: vedono arrivare il padre del peccatore. Vestito d'azzurro, sigaretta tra le dita. E il silenzio carico di tensione viene rotto da quelle parole: "Abbiate un po' di pazienza: 'o guaglione è scemo... me la vedo io a casa".
Solitudine e sopravvivenza
Nessuno sa cosa accadde nel chiuso delle mura domestiche. Si sa, invece, che da quel momento, quel ragazzo è entrato nel novero degli stranieri in Patria. Ovvero di quella piccola percentuale di napoletani che tifa per un'altra squadra. Percentuali che in Campania sono così distribuite: il 17,1 per cento è juventino, gli interisti sono al 10 per cento, seguiti dai cugini rossoneri al 9,4 per cento. Persone che, soprattutto di questi tempi, tifano nascoste e non per ottemperare alla massima di Epicuro, il piacere della solitudine. Perché essere napoletano e tifare altro significa vivere in una metaforica trincea permanente per resistere a prese in giro e sfottò. E c'è chi queste trincee le organizza: sono i membri dei club che raccolgono i dissidenti, perché il tifo a Napoli è patente di cittadinanza, viatico ai pieni diritti. I maggiori sono quelli della Juventus. Storici i club di Cercola, Eboli e Giugliano in Campania. Molto attivi quelli dell'Inter, ottomila iscritti, tante le trasferte a San Siro."Ci andiamo quasi ogni domenica, in pullman. Partenza, partita e ritorno. Senza riposare". Cresce anche il fronte rossonero. "Lo scorso anno, per lo scudetto del Milan, abbiamo osato un festeggiamento pubblico. Ma in un ristorante, senza bandiere o segni di riconoscimento".
Solo parole in codice
Li invitiamo a uscire allo scoperto. Ad accompagnarci nella città che prima ha atteso e poi festeggiato. Accettano a una condizione: l'anonimato. Con un membro di uno Juventus Club l'appuntamento è nel cuore dell'odierna Minas Tirith, dove batte il cuore del Re: Quartieri Spagnoli, Largo Maradona. In quella parte della città che negli anni 80 aveva la reputazione di Brownsville, ghetto del nord di Brooklyn, e che ora è la casa del real time marketing, come si legge nei manuali di comunicazione: migliaia di visitatori infilati nel dedalo di vicoli tra scooter, bandiere e i festoni azzurri che collegano le estremità dei balconi. Tra i bassi che sono diventati bar itineranti adiacenti ai depositi di prodotti per le bancarelle abusive: trombette, magliette, memorabilia. Una produzione infinita. Micro-imprese nate al momento, economia circolare spontanea.
L'appuntamento è al murale di Maradona in via Emanuele de Deo, luogo di culto come il Cristo Velato, dove l'effige del Diez accoglie i pellegrini. "Guardate che stanno combinando, non si capisce niente più", ci dice lo juventino dopo una fase di riconoscimento degna dell'MI6. La domanda è banale, ma doverosa: come va di questi tempi? "Per piacere, abbassate la voce, spostiamoci più in là". Raggiungiamo corso Vittorio Emanuele. Alla vista del mare, gli si apre il cuore. "Per uno juventino è difficile vivere a Napoli. Figuriamoci adesso..." sospira. Ma non nasconde l'orgoglio. "Sono anni che la mia passione incide sulla mia vita", ci spiega andando alle origini. Una frattura che ha dell'edipico. Papà tifoso del Napoli ("ero con lui durante i festeggiamenti per il primo scudetto azzurro, ma io ero già pazzo per la Juve"), i figli educati al culto della Vecchia Signora. Nel weekend che avrebbe dovuto consegnare lo scudetto al Napoli - poi il pari con la Salernitana ha prolungato l'attesa - il nostro aveva programmato un viaggio lontano: "L'hanno fatto tanti altri, non solo per non veder vincere il Napoli ma anche per evitare episodi fastidiosi". Racconta che pochi minuti dopo il successo degli azzurri ai rigori sulla Juventus, Supercoppa italiana 2014, si ritrovò un corteo sotto casa. La sua fede ha deteriorato anche i rapporti familiari. "Alle mie figlie ho chiarito che fidanzati tifosi del Napoli non sono ben accetti: non potrei fidarmi di loro".
Vita da cyborg
Alle storie di chi fugge, bisogna aggiungere quelle di chi resta. I rintanati in casa, quelli che ora devono "mangiarsi il limone", e cioé ingoiare amaro. Le vittime sacrificali dell'esorcismo collettivo che vive la città. Quelli a cui vengono consegnati rotoli di carta igienica mai ordinati, quelli che si ritrovano all'ingresso di casa manifesti che annunciano il funerale della squadra di riferimento. E poi ci sono coloro che negano la realtà. La rimuovono. Come cyborg si aggirano nella città come se nulla fosse accaduto.
Infine, le storie di chi si infiltra. Quelli che "ma io sono contento per la città". Temerari? Fino a un certo punto. "Zitto, non dire che sono interista, sei cretino?", il terrore nel bel mezzo di piazza Plebiscito, la notte della certezza matematica.
Ma la città porosa che tutto accoglie, continuerà ad accogliere anche i dissidenti e gli eretici. Facendo solo finta di non riconoscerli subito: perché gli stranieri in patria hanno la faccia un po' così, l'espressione di chi pensa che l'azzurro è troppo azzurro. E possono far finta di niente, negare e rimuovere, nascondersi o infiltrarsi: ma quando si incamminano verso casa, la prossemica li tradisce del tutto. Perché hanno il passo di chi sa che 'a nuttata ancora deve passare.
Dal Venerdì del 19 maggio 2023