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Ben Kingsley è Salvador Dalì in Dalìland: "Era un pazzo terrorizzato dalla morte"

Ben Kingsley, 79 anni, nei panni di Salvador Dalì nel film Dalìland 
Il premio Oscar Ben Kingsley si è immerso nel personaggio per il film "DalÍland", che racconta gli ultimi anni esagerati dell’artista: "Ma non voleva figli. io non potrei fare senza"
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Quaranta anni fa il premio Oscar come miglior attore per il ruolo di Gandhi nel film di Richard Attenborough. Poi varie nomination per Bugsy, Schindler's List, Sexy Beast - L'ultimo colpo della bestia. Ora Sir Ben Kingsley (l'onorificenza britannica è arrivata nel 2002) alla soglia degli ottant'anni diventa Salvador Dalí in Dalíland, biopic del pittore ambientato a New York negli anni Settanta e diretto dalla regista canadese Mary Harron, conosciuta per film non certo facili come Ho sparato a Andy Warhol, American Psycho e La scandalosa vita di Bettie Page. Al cinema dal 25 maggio, nel cast Barbara Sukowa, la modella transgender Andreja Pejic nei panni di Amanda Lear, Rupert Graves e Ezra Miller nei panni del giovane Dalí.

Il film si concentra sull'ultima parte della vita di Dalí e il declino della sua salute. Kingsley, che rapporto aveva Dalí con la morte?
"Ne era terrorizzato. Era ossessionato dagli orologi perch&ea…

Quaranta anni fa il premio Oscar come miglior attore per il ruolo di Gandhi nel film di Richard Attenborough. Poi varie nomination per Bugsy, Schindler's List, Sexy Beast - L'ultimo colpo della bestia. Ora Sir Ben Kingsley (l'onorificenza britannica è arrivata nel 2002) alla soglia degli ottant'anni diventa Salvador Dalí in Dalíland, biopic del pittore ambientato a New York negli anni Settanta e diretto dalla regista canadese Mary Harron, conosciuta per film non certo facili come Ho sparato a Andy Warhol, American Psycho e La scandalosa vita di Bettie Page. Al cinema dal 25 maggio, nel cast Barbara Sukowa, la modella transgender Andreja Pejic nei panni di Amanda Lear, Rupert Graves e Ezra Miller nei panni del giovane Dalí.

Il film si concentra sull'ultima parte della vita di Dalí e il declino della sua salute. Kingsley, che rapporto aveva Dalí con la morte?
"Ne era terrorizzato. Era ossessionato dagli orologi perché rappresentano il passare del tempo che porta inevitabilmente alla morte. Angeli, fantasmi, manichini, aragoste, cavallette, formiche, monete, corna, sono tutti simboli legati a mortalità e immortalità. Ricchezza, sogni e sesso, erano soggetti sempre presenti nei suoi lavori e nelle sue conversazioni. Il suo stile di vita era drammatico almeno quanto la sua arte, era sempre in movimento tra New York, Parigi e la Spagna, forse pensando di poter sfuggire alla fine che spetta a tutti noi".

Che vita viveva Dalí nella metà degli anni Settanta?
"Era un periodo di party appariscenti, di interazioni sociali con tutti i grandi nomi della scena artistica e musicale del tempo. Dalí amava circondarsi di persone di talento, originali e stravaganti, la sua vita sociale era molto importante. Lavorava anche molto, ma per lui e sua moglie Gala era importante essere sempre adulati dalla gente. Credo che il film catturi benissimo il carnevale in cui vivevano".

Salvador Dalì (Getty Images) 

Per lei era un genio?
"Assolutamente, con i suoi baffi ha creato un brand, come fece Warhol con la parrucca. Sapevano come vendere il proprio lavoro, tutti sanno chi è Dalí, il suo atteggiamento estroso, il mantello di ermellino e l'immancabile bastone dal manico d'argento. È un ruolo che mi ha affascinato, perché dovevo capire subito... come un genio avrebbe detto addio alla vita. Per lui era molto, molto difficile perché riteneva i geni immortali. Dopo la morte di Gala diventò fragile e malato, soffriva di diversi problemi di salute, tra cui il morbo di Parkinson, e una profonda depressione, che lo ha quasi ucciso perché si rifiutava di mangiare. Poi dopo l'incendio che ha ustionato gran parte del suo corpo, era sempre su una sedia a rotelle. Non credo che abbia fatto la fine che aveva sperato".

Come è riuscito a trasmettere questa sua eccentricità?
"Ho deciso di rischiare, come faceva lui con la vita. È stato Dalí che mi ha permesso di fare una performance eccentrica e imprevedibile, mi ha incoraggiato a considerare il rischio, il risultato avrebbe potuto essere catastrofico, oppure completamente sorprendente e inaspettato. È stato un ruolo molto intenso, che ho scoperto un po' alla volta mentre recitavo, perché prima di cominciare il film non avevo idea di come avrei trattato questo suo decadimento. Non ho voluto usare protesi per assomigliargli, volevo che fosse la recitazione ad ammaliare il pubblico, come faceva lui. Per questo ruolo ho usato la mia voce, la mia immaginazione e il mio corpo. È stato un vero esercizio recitativo, ero sempre in tensione, quando avevo dubbi, cercavo di comunicare con lui, guardando le sue opere. Entrare nei suoi panni è stata un'avventura esilarante, mi sono sentito come se fossi atterrato su un altro pianeta".

Cosa pensa della sua arte?
"Amo il suo lavoro, amplia le mie vedute. Spesso diceva che mentre dipingeva non capiva sempre il significato dei suoi quadri, ma questo non significa che non ne abbiano. Le sue opere d'arte, i suoi scritti e le sue apparizioni in pubblico erano un rischio dopo l'altro. Non era un personaggio che potevo ritrarre con semplicità. Il suo lavoro era spesso controverso, a volte scioccante, ma mai noioso. Era un megalomane, sempre alla ricerca di attenzione, da molti è stato definito un pazzo più interessato al denaro che all'arte. Per questo si affidava a Gala, tutto l'aspetto del business era nelle sue mani".

Con Andreja Pejic (Amanda Lear) e Barbara Sukowa (Gala) 

Che idea si è fatto di Gala?
"Si sentiva invisibile perché Dalí era sempre al centro dell'attenzione. A volte era forte, vanitosa, altre volte molto fragile e rabbiosa, aveva paura della povertà. Dalí non sarebbe diventato Dalí senza di lei. Quando si sono conosciuti, lui era esagitato. Lei lo ha calmato, per lui aveva grandi ambizioni, l'ha saputo vendere benissimo".

Com'era la loro relazione?
"Alti e bassi, ma non potevano vivere separati, avevano bisogno l'uno dell'altro. Lei compensava tutto quello che non aveva con il denaro, spendeva cifre folli. Il fatto che spingesse Dalí in una direzione più commerciale era perché entrambi volevano mantenere uno stile di vita eccessivo, senza badare a spese. Il film tratta di queste due persone che non riescono ad affrontare la vecchiaia e per questo si circondano di persone più giovani. Gala e Dalí non avevano rapporti intimi. Lui era un voyeur, si eccitava vedendola con altri uomini. Decisamente non avevano quella che si definisce una normale relazione sessuale".

Il film è ambientato a New York, ma avete girato a Liverpool. Perché?
"Mary aveva un budget limitato. A New York Dalí alloggiava allo storico hotel St. Regis su 5th Avenue. Per problemi di restrizioni dovute al Covid, Mary ha scelto l'Adelphi di Liverpool, che è stato costruito circa nello stesso periodo, inizio Novecento".

Un aspetto della personalità di Dali che non condivide?
"Il suo rifiuto assoluto di non avere figli, io non potrei immaginare la vita senza i miei. Diceva: 'I geni generano sempre figli mediocri. A me interessa solo ereditare me stesso'".