Venezia e Firenze, all'ultimo stadio
di Raffaele Oriani Ernesto FerraraVENEZIA. Ci vorrebbe l'ornitologo per riconoscerli tutti. Noi sappiamo solo che sono tanti e diversi: rapaci, anatre, aironi, volatili d'ogni genere. Si inseguono a stormi e si posano a beccare insetti e sementi. Chissà, forse è colpa loro se la Commissione europea ha stabilito che i campi tra Favaro Veneto e l'aeroporto veneziano di Tessera non sono il luogo ideale per un investimento di riqualificazione urbana. Eppure, dove uccelli e leprotti vedono una succulenta campagna, il Comune di Venezia ha provato a indicare una "periferia degradata" da recuperare grazie alle risorse della Missione 5 (Inclusione e coesione) Componente 2 (Infrastrutture sociali) del Pnrr. Si tratta di sostituire trentasei ettari di granturco ed erba medica con uno stadio, un palasport e altre strutture polifunzionali.
VENEZIA. Ci vorrebbe l'ornitologo per riconoscerli tutti. Noi sappiamo solo che sono tanti e diversi: rapaci, anatre, aironi, volatili d'ogni genere. Si inseguono a stormi e si posano a beccare insetti e sementi. Chissà, forse è colpa loro se la Commissione europea ha stabilito che i campi tra Favaro Veneto e l'aeroporto veneziano di Tessera non sono il luogo ideale per un investimento di riqualificazione urbana. Eppure, dove uccelli e leprotti vedono una succulenta campagna, il Comune di Venezia ha provato a indicare una "periferia degradata" da recuperare grazie alle risorse della Missione 5 (Inclusione e coesione) Componente 2 (Infrastrutture sociali) del Pnrr. Si tratta di sostituire trentasei ettari di granturco ed erba medica con uno stadio, un palasport e altre strutture polifunzionali.
Nulla di improvvisato: a Venezia e Mestre tiene banco da decenni il dibattito sulla "cittadella dello sport" da realizzarsi a ridosso dell'aeroporto Marco Polo. Ma purtroppo il Pnrr non prevede un capitolo per la cementificazione di aree agricole a fini ricreativi: nemmeno se prometti di avvolgerle in una bolla di verde pubblico e ribattezzi il tutto "Bosco dello Sport". In barba alle certezze sempre ostentate dal sindaco di Venezia Luigi Brugnaro, Bruxelles ha prima sospeso, poi bocciato del tutto il finanziamento europeo. Lo stadio e il palasport non verranno costruiti con i soldi del Piano nazionale di ripresa e resilienza.
Il vecchio stadio sull'isola di Sant'Elena è, come tutto a Venezia, unico al mondo. Ci si arriva in vaporetto, e vale il viaggio anche quando, calcisticamente parlando, la posta in gioco non sarebbe all'altezza: "La curva degli ospiti è sempre affollata" dicono fieri al Venezia Football Club. Ma per il calcio di oggi non bastano calli, campielli e tribune con vista su patrimonio Unesco. Ci vuole più gente, più spazio, più fatturato: vent'anni fa il compianto presidente Maurizio Zamparini pensò a uno stadio di terraferma circondato da centri commerciali; nel 2019 l'attuale proprietà americana del club sembrava pronta a passare dai progetti ai cantieri. Poi è arrivata la pandemia, ma soprattutto il Pnrr: "In tutta Italia stadi e palasport si costruiscono con investimenti privati, solo a Venezia si è promosso un intervento tutto a carico delle casse pubbliche" dice Marco Gasparinetti, già candidato sindaco e consigliere comunale d'opposizione.
Mancano 121 milioni
Lo stadio costa 87 milioni, il palasport addirittura 107, l'intero Bosco dello Sport sfiora i 310 milioni, di cui 93 in quota Pnrr. Già due anni fa l'opposizione consiliare sollevava fortissimi dubbi sull'ammissibilità dell'operazione. Ma il sindaco ha tirato dritto, il governo Draghi ha dato il suo nulla osta e sembrava ormai cosa fatta quando la sezione veneziana di Italia Nostra ha inoltrato una segnalazione a Bruxelles: il verde dei campi non ha nulla a che fare con le "periferie" che i fondi del Pnrr sono chiamati a sanare. Effettivamente non si capisce come il Bosco dello Sport di Tessera possa corrispondere all'"obiettivo di recuperare spazi urbani e aree già esistenti". Ma se l'Europa ritira il finanziamento, Brugnaro ribadisce che stadio e palasport si faranno comunque: "Viene da chiedersi con che soldi" osserva Gasparinetti. "Tra fondi europei e contributo integrativo statale mancano 121 milioni di euro".
Negli scorsi anni si è detto e ripetuto che il Pnrr è un treno che passa una volta sola. Centoventuno milioni sono tanti, e a Venezia non c'è un piano B: "Stiamo riflettendo sul da farsi" fanno sapere dal Comune. Eppure in tema di rigenerazione urbana non mancherebbero gli spunti per interventi "di terra e di mare". A Mestre incontriamo i responsabili di tre delle 45 associazioni che lo scorso febbraio hanno animato un'imponente manifestazione per la sicurezza e la coesione sociale. C'è il "Gruppo di Lavoro Via Piave", "Marghera libera e pensante", l'associazione che ha recuperato il Parco Piraghetto: in un'ora di chiacchiere si parla della mancanza di operatori di strada, della necessità di bonifiche ambientali, di palestre fatiscenti, di aree abbandonate in pieno centro, addirittura di un progetto di riqualificazione che Renzo Piano ha regalato alla città nel 2016 e da allora aspetta le risorse per essere "messo a terra". Su questi temi qualche mese fa si è mobilitata una folla che a Mestre non si vedeva dai tempi di Enrico Berlinguer. Chiedo ai miei interlocutori se il Comune li abbia mai contattati per scambiare idee su come impiegare al meglio la cuccagna del Pnrr: "No, ed è un peccato perché a Mestre c'è una grande energia sociale. Basterebbe mettersi in ascolto".
Edilizia di lusso
Il capitolo del Pnrr per il nuovo stadio e il nuovo palasport è dedicato ai "Piani urbani integrati" e prevede esplicitamente la "pianificazione partecipata". Diversi soggetti, insomma, per aiutare l'amministrazione a fare la scelta migliore. Laura Fregolent è docente di Tecnica e pianificazione urbanistica allo Iuav, l'università di architettura di Venezia, e con i suoi studenti indaga da anni le trasformazioni della città d'acqua. Nemmeno alla sua porta ha mai bussato nessuno. Bussiamo noi, e le chiediamo come si potrebbero impiegare i soldi che l'Europa non vuole investire nel Bosco dello Sport: "Il Pnrr era l'occasione giusta per affrontare l'emergenza casa che sta gradualmente privando Venezia dei suoi abitanti".
Sempre che si sia in tempo a riscrivere il piano, e a evitare che Venezia abbia solo briciole di Pnrr, segnaliamo che Fregolent ha contato 616 appartamenti pubblici sfitti solo in città d'acqua. E poi gli alloggi in arrivo: proprio accanto al vecchio stadio c'è l'ex cantiere di rimessaggio dei vaporetti. L'area era destinata all'edilizia convenzionata, ma la mancanza di risorse ha imposto di riconvertirla in residenze di qualità, ovvero di mercato. Stessa cosa un ponte più in là, con l'ex caserma Sanguinetti di San Pietro di Castello, e più in là ancora con il gasometro accanto a San Francesco della Vigna: "Le poche aree di sviluppo del centro storico prevedono tutte edilizia di lusso" spiega Fregolent.
È semplicemente il mercato, quello che da decenni fa perdere a Venezia mille residenti all'anno: il Pnrr poteva essere l'occasione per invertire la tendenza.Ricordate il lockdown? Ci si diceva che se ne fossimo usciti nulla sarebbe stato più come prima. La ripresa ci avrebbe portato in un mondo nuovo, più giusto e più verde. Ecco, l'Europa ha detto che il mondo nuovo non può essere semplicemente un nuovo stadio. Soprattutto a Venezia: fossimo nell'amministrazione comunale ci preoccuperemmo di trovare nuovi progetti per il Pnrr più che nuove risorse per il Bosco dello Sport. Anche perché secondo il bomber di Helsinki, Joel Pohjanpalo, nuovo idolo dei tifosi lagunari, il vecchio stadio di Sant'Elena è "unico al mondo". Al Corriere Veneto Pohjanpalo ha appena dichiarato che "a Venezia serve una nuova strategia per avere più residenti". Si potrebbe cominciare dal Pnrr. O da un sindaco finlandese. (di Raffaele Oriani)
E ANCHE A FIRENZE....
FIRENZE. "Col Pnrr ci facciamo un ippodromo, le sagre e il museo del giocattolo: ma il Franchi che è monumento nazionale, no?". La domanda assilla da qualche settimana il sindaco di Firenze, Dario Nardella. Se l'è posta lui stesso, pubblicamente, nel momento in cui anche le ultime certezze sui suoi piani hanno iniziato a vacillare. Già, perché la vicenda surreale dello stadio della Fiorentina che agita città e società da un paio di decenni sta ora vivendo l'ennesima fase thriller. E la finale di Coppa Italia, appena persa con l'Inter, non fa che acuire il sentimento di disagio e disillusione dei fiorentini alle prese con quella che sembra la trama di una fiction. Che intreccia politica, affari, passioni sportive e polemiche. Una valanga di polemiche.
Il nastro si è riavvolto ad aprile, quando la Commissione europea ha prima fatto balenare dubbi e poi reso noto che 55 milioni del Pnrr - il Piano nazionale di ripresa e resilienza - pur precedentemente assegnati non potranno andare a finanziare il progetto di ristrutturazione del glorioso stadio Artemio Franchi, di proprietà comunale, da sempre casa della Fiorentina e capolavoro architettonico del genio di Pierluigi Nervi. Motivo? Il quartiere di Campo di Marte che ospita l'impianto non è da ritenersi "area degradata". E dunque niente soldi. Palazzo Vecchio aveva candidato l'area perché nelle vecchie mappe urbane della città quel quadrante appariva come "zona da recuperare". E invece no. Il governo italiano, che ai tempi di Draghi aveva accolto e ammesso ai fondi la candidatura fiorentina, ha stralciato dal dossier il Franchi per non perdere tutta la mega rata. E lo stadio di Firenze è ripiombato nelle incertezze. Palazzo Vecchio protesta, sostiene che il governo Meloni non abbia difeso per nulla il progetto di fronte a dubbi europei peraltro mai messi nero su bianco. Ma sia come sia, proprio ora che tutto sembrava andare sui binari giusti, di nuovo caos.
Da Franceschini a Meloni
Dopo anni di peregrinazioni, scenari e contro scenari adesso il progetto c'è, ma sono i soldi a mancare. L'operazione complessivamente vale intorno a 200 milioni. Erano tutti fin qui teoricamente coperti con fondi pubblici. Circa 140 vengono dal fondo cultura del cosiddetto "Pnc", il Piano nazionale complementare, sempre soldi legati al Pnrr ma formalmente dati dallo Stato italiano, frutto di un accordo di ferro tra Nardella e l'ex ministro Dario Franceschini. E quelli, in parte già anche spesi, restano nelle disponibilità del Comune di Firenze. Ma il 25 per cento del budget è ora saltato per aria: su 55 milioni oggi non ci sono più certezze. E il guaio è che tutto succede a gara d'appalto in corso.
E a un anno dalle elezioni per Palazzo Vecchio, in un clima già elettrico. Tanto più che a luglio l'idea del Comune sarebbe quella di affidare i lavori ad una ditta, lavori che dovrebbero partire entro dicembre. Di modo da terminare tutto nel 2026. La procedura è ancora aperta, ci sono state le cosiddette pre-candidature di imprese private a prendere in carico i cantieri del nuovo Franchi. Ma adesso andrebbe firmato il contratto vero e proprio. E per una ditta che accetta un incarico la sicurezza di un budget per l'opera è fondamentale. Sarà il governo Meloni a rimettere quei soldi come chiede il Comune? Oppure Palazzo Vecchio dovrà ricorrere ad un mutuo o ad una partnership con un fondo immobiliare? Nessuno può ancora escludere che il Comune, per tutelarsi da un punto di vista economico e legale, ricorra alla fine al Tar contro la decisione dello Stato di definanziare il progetto Franchi.
Niente soldi americani
Dunque un'altra estate ad alta tensione si annuncia per Firenze. E l'incubo del déjà-vu riaffiora. La sensazione dell'eterno irrisolto. Un boccone ghiottissimo per il dibattito dei tifosi viola, che impazza sui social. Ma anche per la politica. "Basta coi soldi pubblici, torniamo al vecchio progetto. Facciamo fare lo stadio a Rocco Commisso facendogli abbattere le curve", propone Matteo Renzi, l'ex sindaco-premier, oggi leader di Italia Viva, che l'idea nardelliana non l'ha mai mandata giù. Solo che Commisso, il tycoon italo-americano proprietario della Fiorentina, ormai non ne vuole più sapere: "Lo stadio è il mio più grosso fallimento. Qui in Italia vince la burocrazia".
In effetti, quando aveva appena rilevato la Fiorentina dai Della Valle, nell'estate del 2019, Commisso sembrava prontissimo a metterci soldi e impegno: fare presto era la sua unica richiesta. In quel momento Nardella coltivava ancora l'idea dello stadio nuovo nell'area Mercafir, a Nord di Firenze, dopo che negli anni erano sfumate altre ipotesi, come la zona di Castello. Commisso non ne volle sapere: ristrutturare il Franchi ex novo buttando giù le curve era il suo disegno. Fece anche un progetto, affidato all'archistar fiorentina Marco Casamonti. Apriti cielo: storici dell'arte, comitati, gli eredi Nervi con un diavolo per capello. L'ex soprintendente Pessina a un certo punto tira fuori il colpo a effetto: "Ma come si fa a pensare di buttare giù un'opera talmente tanto storicamente rilevante da essere impressa sui passaporti?". Vero: provate a dare un occhio, pagina 31. Archiviata quell'idea, balena la suggestione dello stadio fuori comune, nella vicina Campi Bisenzio. Nardella si oppone.
Mesi di litigi e stallo. Finché il sindaco, nel 2021, in assenza di alternative, decide di rimettere la pratica nelle mani del Comune. Tutto nuovo: con negozi e ristorante, salve le leggendarie scale elicoidali e la Torre di Maratona, curve moderne ricostruite davanti a quelle vecchie tutelate, copertura integrale, sistemazione urbana tutto intorno e parcheggi. Così Palazzo Vecchio ha indetto una gara internazionale di progettazione, vinta dal mega studio Arup, e costruito il piano economico finanziario che dovrebbe reggere l'operazione. E ora a luglio dovrebbe anche aggiudicare i lavori. Addirittura, in città da mesi si litiga per la sede delle partite nel biennio in cui ci dovranno esserci i cantieri e il Franchi sarà inagibile: Empoli, Sassuolo, un nuovo stadio provvisorio?
Polemiche a non finire, per un trasloco che - per quanto temporaneo - i fiorentini tendono a vivere come un insulto. Commisso chiede che la squadra non si trasferisca. Di entrare nell'operazione, mettendo i 55 milioni che mancano magari in cambio della gestione delle aree commerciali, non vuole saperne: l'unica cosa che ora preme al patron è il Viola Park, il nuovo centro sportivo della Fiorentina di Bagno a Ripoli, dove ha investito 90 milioni. Quanto al Franchi, la doccia fredda di Bruxelles ha fatto tornare tutto in bilico. Nardella vuole andare avanti, e chiede i soldi al governo. Dunque lo psicodramma viola può continuare. (di Ernesto Ferrara)
Sul Venerdì del 2 giugno 2023