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Un giorno in Terza media

I ragazzi della scuola secondaria di primo grado La Casa del Sole, a Milano. Nella foto, uno scatto in III C durante l’esposizione di una tesina di Scienze (Carlo Ramerino) 
L’anno è agli sgoccioli. Che cos’hanno in testa i ragazzi e le ragazze della scuola La Casa del Sole, all'interno del Parco trotter, nel quartiere più multietnico di Milano? Tante cose, molto confuse. Soprattutto, una fame pazzesca
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Milano. In principio è l'odore. Acre e inconfondibile. Perché nessun'altra stagione della vita lascia tracce olfattive tanto persistenti. L'afrore adolescente arriva prima delle voci, dei visi, dei corpi. La terza C sta uscendo dall'aula. Sono le 13 e 30 di un giovedì afoso. Una ventina di alunni tra i tredici e i quattordici anni si riversa in corridoio, con la sfrenata esuberanza dell'età e della fame. È l'ora del pranzo in mensa. "Posso andare in bagno?" mi chiede un ragazzino dai ricci neri. E che ne so? Non ci siamo mai visti prima ma lui mi investe dell'autorità sui suoi bisogni primari. Vengo travolta dalla calca. Chiedi alla prof. La mia voce si perde tra le altre e lui è già sparito tra i suoi simili. Valeria Ranzi è l'insegnante di Matematica e Scienze. Oggi spetta a lei il turno di refezione. "In fila!", ordina. "Altrimenti nessuno si muove di qui". O…

Milano. In principio è l'odore. Acre e inconfondibile. Perché nessun'altra stagione della vita lascia tracce olfattive tanto persistenti. L'afrore adolescente arriva prima delle voci, dei visi, dei corpi. La terza C sta uscendo dall'aula. Sono le 13 e 30 di un giovedì afoso. Una ventina di alunni tra i tredici e i quattordici anni si riversa in corridoio, con la sfrenata esuberanza dell'età e della fame. È l'ora del pranzo in mensa. "Posso andare in bagno?" mi chiede un ragazzino dai ricci neri. E che ne so? Non ci siamo mai visti prima ma lui mi investe dell'autorità sui suoi bisogni primari. Vengo travolta dalla calca. Chiedi alla prof. La mia voce si perde tra le altre e lui è già sparito tra i suoi simili. Valeria Ranzi è l'insegnante di Matematica e Scienze. Oggi spetta a lei il turno di refezione. "In fila!", ordina. "Altrimenti nessuno si muove di qui". Occorrono spalle larghe e una certa perentorietà per guidare questo gregge. "Oggi c'è la pizza!" esclama qualcuno; un brivido euforico serpeggia lungo le scale. Mentre li seguo, nella mia testa, come un mantra, affiora una vecchia canzone di Elio e le storie tese: "Brufolazzi, tapparella giù e poltiglia / più ascella purificata / ti ricordi che meraviglia la festa delle medie?".

Siamo nella scuola secondaria di primo grado La Casa del Sole, all'interno del parco Trotter, nel quartiere più multietnico di Milano. È una struttura storica, nata negli anni Venti, destinata in origine ai bambini gracili, bisognosi di aria aperta. Oggi fa parte di un istituto comprensivo di quartiere, ma gli edifici liberty tra gli alberi conservano un'aura fuori dal tempo. È una scuola di frontiera in cui il disagio, trasversale a questa generazione pandemica, si somma a situazioni familiari difficili, carenze linguistiche e cognitive. Nell'ufficio del dirigente scolastico, Francesco Muraro, il telefono squilla di continuo. Una bambina alla primaria è stata male e nessuno può venire a prenderla. Un ragazzino autistico va in gita con i compagni ma occorre l'assistenza di un bidello che contemporaneamente dovrebbe occuparsi della sorveglianza di altre classi in sede. Un'insegnante ha trovato casa a una famiglia che non ce l'aveva. "La scuola deve fare la scuola", dice Muraro, tra un'emergenza e l'altra. Ma alla scuola qui si chiede moltissimo.

Femmine di qua, maschi di là

"Io sono sola. La più sola e la più depressa delle medie". Maia lancia sguardi in tralice, la testa china sul piatto. Almeno la pizza è buona? Minuta e nichilista, fa spallucce. Nel refettorio c'è un gran vociare, coperto solo dal fragore degli sgabelli che atterrano sulle piastrelle. La terza C occupa due lunghi tavoli: uno per i maschi, l'altro per le femmine. Perché siete separati?. "Con le ragazze non ci troviamo bene" mi spiega Lorenzo, l'aria di chi ha molto vissuto. Zhongyong annuisce, grave. Viene dalla Cina e parla poco. Ma d'improvviso mi guarda negli occhi, talento non comune a 13 anni. "Cosa ti piace fare nel tempo libero?". Yoga. E a te? Non sono certa di avere capito la risposta. "Zhongyong scia", interviene Lorenzo, la competenza sollecita del mediatore culturale.

Una pallina di mollica atterra sotto il mio naso; un fremito di eccitazione percorre il tavolo in tutta la sua lunghezza. L'aria si fa elettrica. "Il gelato!". I ragazzi si avventano sulle coppette con smisurato entusiasmo. La professoressa cede la sua. "A me! A me!". Sono grandi e sono piccoli, creature ibride, danzano scomposti in una terra di mezzo, sul limitare dell'infanzia, alle pendici della giovinezza. Abitano corpi sgraziati, in vorticosa evoluzione, acerbi e ingombranti, chiassosi, alla ricerca disperata di un'identità, persi nella loro ingordigia, magnifici nella loro inconsapevole onnipotenza.

Le medie stanno per finire, si chiude un ciclo. È, per i ragazzi, tempo di scelte, di porte che si aprono, di orizzonti sconfinati. Un tuffo dal trampolino e che la vita abbia inizio. Zhongyong farà una scuola per pasticcieri. Lorenzo il liceo scientifico, Sasidu viene dallo Sri Lanka e andrà a Padova. A fare cosa?. Non si sa ma Alessia, maestosa nella sua tuta nera, mi comunica che lei diventerà estetista. "Io sarò odontotecnico" dice Rayen. Bello! Mi domanda se sono anche io odontotecnica. Quando tutto sembra finito, dal fondo della sala, un grido: "C'è ancora pizza!".

Decine di affamati, non paghi del gelato, si precipitano al banco brandendo piatti vuoti. La loro voracità è un tripudio ipnotico e inquietante. L'intervallo sono 15 minuti al sole, davanti alla ex piscina del parco, ora trasformata in campi da basket e da calcio. Sfidando l'indolenza post prandiale, Maia si lancia in una partita di pallavolo con un'intraprendenza che stride con la figurina sola e depressa che si è cucita addosso. Capannelli di ragazze chiacchierano con aria cospiratoria. Altri calciano un pallone. Le insegnanti vigilano. Qui nessun adulto può abbassare la guardia.

Il prof in una bara

Si avvicina Mia. Sembra uscita da un fumetto manga. "Mia madre è di Singapore". Ha una dolcezza disarmata e seduttoria, un quaderno pieno di disegni. "Posso farti il ritratto?". Mi fa bellissima e giovanissima. Le voglio già bene. In prima media, raccontano, Mia disegnava i professori dentro una bara. È molto migliorata da allora. La ricreazione è finita. "Ma come, prof? Adesso abbiamo due ore con lei?". Valeria Ranzi alza gli occhi al cielo. "Sono quasi nove mesi che abbiamo lo stesso orario. Perché vi stupite ogni volta?" Agli esami ognuno porterà una tesina su un argomento a scelta che dovrà essere declinato in tutte le materie. Quest'ora di Scienze è dedicata all'esposizione. I ragazzi sono emozionati. Mi siedo al banco accanto ad Alessia e alle sue ciglia lunghissime. La professoressa si fa materna. Li rassicura. "Dovete stare tranquilli. Siamo qui per aiutarvi e darvi consigli". Inizia Leonardo, in testa una bandana. Saltella su se stesso, inspira ed espira sonoramente. È in trance agonistica. "Amo gli scacchi da quando sono piccolo. Per giocarci bene bisogna pensare". Inizia così l'esposizione sul sistema nervoso. Alla fine tutti applaudono fino a spellarsi le mani.

Presa in giro? Sincera approvazione? "Bravo!". L'insegnante si rivolge alla classe per i commenti. Rayen alza la mano: "Parli troppo rapidamente". Leonardo annuisce, umile. Sono solidali ma camminano su un terreno minato. Un passo falso e l'aula esplode. Sudo freddo. Nerea parla delle stelle e si emoziona; Rayen, che ha la vocazione del coach più che dell'odontotecnico, le suggerisce "meno panico". La professoressa rivela che anche lei, un tempo, era terribilmente emotiva. Qualche secondo di incredulo silenzio. Lorenzo parla del Vietnam e dei veleni usati a scopo bellico. Una risata in prima fila. L'autore viene spedito fuori dalla classe. "Ci vuole rispetto" lo liquida Ranzi. Già, ci vuole rispetto. Ma anche pazienza e tolleranza. Ci vuole fiducia in questa generazione sfilacciata e confusa, fiducia negli adulti che se ne prendono cura. Ci vuole passione per questo luogo prezioso e ingrato che è la scuola pubblica.

Diventeremo famosi?

Kimi racconta della Prima guerra mondiale e di Marie Curie. Si apre un dibattito truculento sulle amputazioni e, senza soluzione di continuità, sui santi. Le deviazioni inghiottono, le strade dritte annoiano. Applauso fragoroso per Kimi. Il compagno in castigo può rientrare ma è scomparso dal corridoio. Per un attimo è introvabile. Ordinaria amministrazione, nessuno si scompone tranne me. "Tirate fuori il quaderno di matematica. Oggi vediamo le equazioni fratte". L'insegnante sembra freschissima. Io sono stremata. Spesso faccio un incubo: sono grande, in una classe di piccoli, non so nulla mentre loro sanno tutto. In questo momento sono dentro il mio incubo. Mi cimento nell'equazione alla lavagna. La sbaglio. Alessia mi si avvicina, copro la pagina per nasconderle la mia inettitudine. Ma lei punta al mio orecchio e sussurra: "Diventeremo famosi?".

Sul Venerdì del 2 giugno 2023