1964. Gli occhi del ciclone: l’introduzione di Paul McCartney al libro
di Paul McCartneyauto sulla Cinquantottesima Strada Ovest, all’incrocio
con Avenue of the Americas». © Paul McCartney
Da qualche parte, in un angolo della mente, ho sempre saputo che nel corso degli anni Sessanta avevo scattato delle fotografie. All'inizio non riuscivo a ricordare l'anno esatto, ma ero certo che fossimo piuttosto giovani, proprio mentre i Beatles spiccavano il volo. Non ho mai cercato di rintracciare questa collezione - consapevolmente, intendo - ma ero sicuro che in un modo o nell'altro sarebbe ricomparsa al momento giusto. Spesso la serendipità ci mette lo zampino. Così, mentre nel 2020 allestivamo una mostra delle foto della mia povera Linda, ho accennato a quelle che avevo scattato io ai tempi, per poi scoprire che erano conservate nei miei archivi alla McCartney Productions Ltd. Nel rivedere a distanza di decenni queste immagini, sotto forma di negativi e fogli di provini a contatto, mi sono profondamente rallegrato per la cura amorevole con cui erano state custodite e per il fatto che fossero finalmente ricomparse.
Chiunque riscopra u…
Da qualche parte, in un angolo della mente, ho sempre saputo che nel corso degli anni Sessanta avevo scattato delle fotografie. All'inizio non riuscivo a ricordare l'anno esatto, ma ero certo che fossimo piuttosto giovani, proprio mentre i Beatles spiccavano il volo. Non ho mai cercato di rintracciare questa collezione - consapevolmente, intendo - ma ero sicuro che in un modo o nell'altro sarebbe ricomparsa al momento giusto. Spesso la serendipità ci mette lo zampino. Così, mentre nel 2020 allestivamo una mostra delle foto della mia povera Linda, ho accennato a quelle che avevo scattato io ai tempi, per poi scoprire che erano conservate nei miei archivi alla McCartney Productions Ltd. Nel rivedere a distanza di decenni queste immagini, sotto forma di negativi e fogli di provini a contatto, mi sono profondamente rallegrato per la cura amorevole con cui erano state custodite e per il fatto che fossero finalmente ricomparse.
Chiunque riscopra un cimelio personale o un tesoro di famiglia viene immediatamente travolto da ricordi ed emozioni, che a loro volta innescano associazioni sepolte nelle nebbie del tempo. È stata proprio questa la mia esperienza nel vedere queste foto, tutte scattate in tre intensi mesi di viaggi che ebbero il loro culmine nel febbraio del 1964: è stata una sensazione fantastica, mi hanno subito immerso in quel periodo. Davanti agli occhi avevo la documentazione fotografica del nostro primo viaggio in grande stile, un diario visivo dei Beatles in sei città, a partire da Liverpool e Londra, passando per Parigi (dove appena due anni prima io e John eravamo stati da autostoppisti qualsiasi) per finire con quello che reputavamo il vero clou, il nostro primo soggiorno come gruppo in America - New York, Washington e Miami - nel Paese dove, almeno secondo noi, stava nascendo il futuro della musica.
Se oggi è evidente che quei tre mesi furono un crogiolo importante, all'epoca non avevamo consapevolezza del fatto che un nuovo sound e un nuovo movimento si stessero affermando. Ci ritrovammo semplicemente, e non senza stupore, al centro di questo fenomeno globale scatenato nel 1963 in Inghilterra con quella che la stampa ribattezzò "Beatlemania", un periodo di - come altro possiamo chiamarlo? - pandemonio esploso nelle sale da concerto inglesi, nei programmi televisivi e nelle classifiche di vendita, dove all'improvviso la nostra musica era tutto quello che i giovani volevano ascoltare.
Noi, quattro ragazzi qualsiasi di Liverpool, non avevamo modo di cogliere la portata di ciò che stavamo facendo, ma alla fine di febbraio del 1964, dopo la nostra prima visita in America e tre apparizioni all'Ed Sullivan Show, dovemmo finalmente ammettere che, al contrario di quanto temuto all'inizio, non saremmo stati una meteora come tanti altri gruppi. Che eravamo, anzi, il fronte avanzato di un cambiamento epocale, di una rivoluzione nella cultura tanto più rilevante perché ne erano artefici e protagonisti i giovani. Un momento del quale al massimo potevamo percepire a pelle, inconsapevolmente, l'importanza, ma che divenne, e lo è tuttora, materia per storici e critici del rock.
Il fatto che queste fotografie, in larga parte mie ma alcune scattate con la mia Pentax dagli altri componenti della band e del suo entourage, siano state acquisite dalla National Portrait Gallery di Londra per la sua riapertura dopo i lunghi lavori di rinnovamento è un onore e al tempo stesso una sorpresa. Certo, il loro valore storico è innegabile, ma tengo a sottolineare che non ho alcuna velleità di assegnarmi la patente di maestro: sono soltanto un appassionato di fotografia che per caso si è trovato nel posto giusto al momento giusto. (...)
Niente pigrizia
La verità è che io mi sono sempre interessato alla fotografia, fin da piccolo, negli anni cinquanta, quando la nostra famiglia possedeva una piccola macchina fotografica a cassetta. Mi piaceva da morire già solo il procedimento necessario per caricare il rullino in quella Kodak Brownie. Ricordo che mi feci fotografare da mio fratello Mike davanti a un negozio di hotdog, esportazione americana in un Paese che prima di allora non aveva mai sentito parlare di "cani caldi". Quella di fotografarci a vicenda in famiglia divenne subito una consuetudine, e non eravamo certo gli unici a dedicarci a questo hobby. Tutte le famiglie che conoscevamo si portavano dietro la macchina fotografica quando andavano in vacanza - "Noi a Blackpool" oppure "Io insieme a zia Dilys e zio Harry" - come facemmo anche noi quando decidemmo di passare qualche giorno in un villaggio vacanze Butlin.
Riguardare queste immagini non fa che accrescere la mia stima per i fotografi che seguivano i Beatles, costretti a scegliere l'inquadratura e a valutare l'illuminazione nel bel mezzo del delirio che ci assediava ovunque. Dato che eravamo sempre circondati dagli inviati della stampa, spesso mi capitava di fotografarli a mia volta, non tanto per rivalsa ma perché li trovavo interessanti. "Qual è l'esposizione corretta?" chiedevo spesso, perché loro, da professionisti consumati, lo capivano al volo. Malgrado la semplicità della macchina, fotografare era - almeno per me - un procedimento complesso. In un rullino avevi solo 24 o 36 pose e ogni foto doveva essere scattata con criterio, non avevi a disposizione un secondo tentativo. Oggi, con le foto che scattiamo dallo smartphone, è tutto diverso. All'epoca non potevi permetterti di essere pigro, dovevi scattare la foto giusta, comporre l'inquadratura senza la comodità e la sicurezza di poterla ritagliare successivamente. Ho visto mia moglie Linda al lavoro e posso dire che da questo punto di vista lei era della vecchia scuola, aveva la disciplina di individuare l'immagine giusta prima di scattare, sapendo che l'occasione era una e una soltanto.
Questo approccio tradizionale alla fotografia ha con la musica e l'incisione discografica più analogie di quanto si possa pensare. Oggi ci sono gruppi che entrano in studio di registrazione senza nemmeno una canzone, senza sapere cosa andranno a fare: si mettono a suonare, tanto prima o poi qualcosa "verrà fuori". Per evitare grandi perdite di tempo, io consiglio sempre di entrare in studio avendo in testa almeno un'idea di massima del brano che si vuole registrare. Invece, proprio come succede con le foto scattate dal telefonino, oggi si registrano vari pezzetti, si mixano e si sceglie in un secondo momento. Di queste foto mi colpisce la loro ingenuità. Appartengono a un momento in cui per noi tutto era nuovo. Eppure mi piace pensare che oggi le scatterei allo stesso modo. Certo, alcune sono sfocate e potrei rimproverarmi di non aver dedicato un po' di tempo in più alla messa a fuoco. Ma noi quel tempo non ce l'avevamo. Per fortuna, mi sento di aggiungere. Se pensiamo alla fotografia di Julia Margaret Cameron, ad alcuni dei suoi intensissimi ritratti non del tutto a fuoco, forse mi possono essere perdonate anche queste imperfezioni. È che la velocità alla quale ci muovevamo ci obbligava a prendere, prendere, arraffare tutto l'arraffabile! In fondo però mi piace, questa eterogeneità tra immagini perfettamente nitide e altre più romantiche, con quella sfocatura che davvero cattura lo spirito dell'epoca.
Le cose succedevano a ritmo frenetico e non posso certo dire che la fotografia fosse in cima ai miei pensieri mentre eravamo in tournée. Malgrado l'aspirazione a trasformarci da piccola a grande band, malgrado la speranza di un successo internazionale che accompagnava il nostro viaggio in Francia e poi negli Stati Uniti, nessuno di noi avrebbe potuto prevedere quelli che ho voluto chiamare "gli occhi del ciclone". All'inizio ero tentato di usare il singolare, perché senza dubbio i Beatles si ritrovarono al centro, nell'occhio, di un ciclone da loro stessi scatenato. Di fronte a tutte queste foto, tuttavia, mi sono reso conto che era necessario il plurale, parlare di occhi del ciclone, tante sono le immagini, scattate da me o da altri, tanti gli occhi dei fan che ci danno il benvenuto, delle guardie del corpo preposte alla nostra sicurezza. Chi guarda chi? L'obiettivo sembra spostarsi in continuazione, io che fotografo loro, la stampa che fotografa noi, le migliaia e migliaia di persone smaniose di cogliere anche solo uno sprazzo di questo ciclone. Per nostra fortuna il successo non arrivò da un giorno all'altro ma salì quella che mi piace chiamare una "scalinata verso le stelle". Come in base a un piano prestabilito, il 1964 fu l'esito di una crescita graduale che ci trovò "preparati", per quanto si possa essere preparati a fan che ti strappavano i vestiti o ti avvicinavano un paio di forbici ai capelli come successe a Ringo niente meno che all'ambasciata britannica di Washington. (...)
Libertà
L'America era senza ombra di dubbio il premio più ambito, perché da lì veniva quasi tutta, se non tutta, la musica che amavamo. E non solo. Era il cinema americano ad affascinare tanto la mia generazione quanto quella di mio padre, così come erano americane, già prima di Elvis, tutte le stelle della canzone. Lo so, rischio di passare per nostalgico, ma dovete tenere presente che erano trascorsi meno di vent'anni dalla fine della Seconda guerra mondiale e che per noi l'America era "la terra dei liberi", il Paese che aveva accolto "le vostre masse infreddolite", un verso che mi piace sempre ricordare a chi si scaglia contro gli immigrati. Così come mi piace ricordare che proprio degli immigrati avevano contribuito a creare quella scena culturale che amavamo al punto da abbracciarla anche in Inghilterra. (...).
Arrivammo in America poco più di due mesi dopo l'assassinio del presidente Kennedy. La notizia aveva scioccato il mondo intero e immaginavamo perciò di trovare negli Stati Uniti un clima funereo. Fin dal momento dell'atterraggio a New York capimmo invece che ci aspettava un soggiorno tutt'altro che in tono minore. Era un venerdì di inizio febbraio, e già dalla scaletta dell'aereo avevamo l'impressione che migliaia - e poi milioni, grazie alla televisione e all'Ed Sullivan Show - di occhi fossero improvvisamente su di noi. Un'immagine che non dimenticherò per il resto della vita.
Riscoprire queste fotografie scattate quando ero poco più che ventenne mi porta inevitabilmente a riflettere su questioni molto più ampie. Come immagino sia per chiunque, guardare le foto di te giovane - in questo caso, molto più giovane - suscita emozioni variegate. Al primo impatto pensi: "Accidenti, che bel ragazzo che ero!" Ma da giovani siamo tutti belli, e io sono orgoglioso di averli vissuti, quei momenti, e di avere oggi, a distanza di tanti anni, il privilegio di rivisitarli.
So che molti si intristiscono nello sfogliare i vecchi album di famiglia, io invece non percepisco quel malinconico senso di perdita, nonostante un gran numero di persone qui ritratte non siano più tra noi. Spesso, a chi è colpito da un lutto, dico di concentrarsi, concentrarsi assolutamente sui ricordi belli. Sì, è triste, e come posso io stesso non pensare a mia madre, che se n'è andata davvero troppo presto, quando avevo appena quattordici anni? Eppure, la verità è che da qui nessuno esce vivo. Potrà sembrare banale ma è la realtà di questa cosa che chiamiamo vita. Il lutto può essere tremendo, ne sono consapevole, eppure non dovremmo passare troppo tempo a preoccuparci per la morte, perché la morte è ineluttabile. Per me il passato non si associa al sentimento della perdita ma piuttosto a quello della gioia.
Quando mi guardo indietro, non posso che restare sbalordito: Wow, abbiamo realizzato tutto questo ed eravamo solo quattro ragazzotti di Liverpool. Ed è tutto qui, in queste foto.